13:37 27 Ottobre 2020
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Dalla spagnola a oggi nessun nemico “invisibile” era riuscito a fare tanto. In pochi mesi il Covid-19 ha contagiato centinaia di Paesi, provocando migliaia di morti e spingendo l’Oms a dichiarare lo stato di pandemia globale.

Fin da subito i media e il web hanno favorito la diffusione del panico: la psicosi è così dilagata tra la popolazione, stravolgendo le abitudini dei cittadini, disposti anche a cedere la propria libertà in cambio della sicurezza. In passato abbiamo avuto casi simili con le epidemie di Sars, aviaria, suina, morbillo o ebola: fenomeni localizzati in alcune aree precise che sono diventati dei veri e propri “terremoti planetari”. Nulla di paragonabile all’attuale pandemia: la vita di tutti noi si è trasformata, forse per sempre, in una realtà “virtuale” che ha cancellato duemila anni di storia dell’umanità.

Ne parla il saggio “Coronavirus. Il nemico invisibile” (Uno Editori) scritto a quattro mani dalla giornalista e scrittrice Enrica Perucchietti e dall’avvocato e saggista Luca D’Auria che offrono un’analisi profonda di come l’emergenza sanitaria stia modificando la vita di tutti noi. Per approfondire questo argomento di estrema attualità, Sputnik-Italia ha intervistato la coautrice del volume Enrica Perucchietti.

— Enrica, quale messaggio voleva mandare ai Suoi lettori con questo volume?

— L’obiettivo era analizzare aspetti che alla pubblicazione del libro erano stati poco o per nulla affrontati e dibattuti nel nostro Paese, cercare di portare ordine nella confusione dell’informazione mainstream, mostrare il pericolo della strumentalizzazione dell’emergenza sanitaria volta a legittimare misure liberticide, prevedere e sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo ad alcune derive orwelliane che si sono effettivamente concretizzate, infine mostrare il cambio di paradigma sociale e antropologico in senso sempre più “virtuale” (questa la parte curata dal coautore, l’avv. Luca D’Auria).

— Dalle prime pagine del libro voi cercate di ricostruire la genesi del contagio valutando sia la versione “ufficiale” che le teorie alternative apparse soprattutto sul web. Sieti riusciti a rintracciare le origini della pandemia e almeno avvicinarvi un po’ alla verità?

— Per correttezza, non avendo prove definitive a riguardo, abbiamo cercato di rimanere obiettivi, proponendo alcune teorie alternative ma documentate rispetto al resoconto dominante sull’origine della pandemia (la teoria del mercato ittico cinese).

In molti si sono chiesti se, come accaduto altre volte in passato, non possa essere esserci stata, per esempio, una fuoriuscita del virus chimera dal laboratorio di biosicurezza Wuhan. L'attenzione per i rischi per la collettività riguardo a simili strutture è cresciuta nel 2014 a seguito di un incidente nel laboratorio del Centre for Disease Control (CDC) americano, con l'esposizione di almeno 86 impiegati all’antrace.

Sebbene negli USA dopo questo incidente si sia cercato di raggiungere una maggiore trasparenza, nel 2018, la rivista «The Lancet» evidenziava come le statistiche sul numero di violazioni ai protocolli di biosicurezza nei circa 1500 laboratori statunitensi autorizzati a condurre tali ricerche fosse praticamente sconosciuta. Questo accadeva due anni fa, non in un tempo remoto. Se questo avviene negli Stati Uniti, nessuno garantisce cosa possa accadere nel resto del mondo dove i protocolli risultano meno chiari e più nebulose le informazioni.

Su «Nature» nel 2017, già David Cyranoski accennava all’allarme sollevato da diversi scienziati, preoccupati per l’eventuale fuga di agenti patogeni dal laboratorio di Wuhan. A riproporre la tesi alternativa del virus chimera creato in laboratorio è stata un’inchiesta del «New York Post» curata dal giornalista Steven W. Mosher secondo cui la Cina avrebbe un problema a controllare gli agenti patogeni pericolosi, in particolare nel laboratorio di Wuhan. Mosher ha ricordato una pratica comune dei ricercatori cinesi: vendere gli animali da laboratorio agli ambulanti dopo avere finito di usarli come cavie nei loro gli esperimenti, invece di cremarli. Infatti, anziché smaltire correttamente gli animali infetti mediante la cremazione, come richiesto dalla legge, gli animali verrebbero venduti in modo da ottenere un guadagno extra. La conclusione di Mosher è che il virus potrebbe essere stato portato fuori dal laboratorio da un lavoratore infetto o potrebbe aver infettato degli ignari clienti del mercato ittico dopo aver mangiato un animale rivenduto dal laboratorio.

— Alla luce delle accuse degli USA nei confronti della Cina e la guerra commerciale in corso tra i due Paesi, a Suo avviso, che effetto ha avuto la pandemia sulla Nuova Via della Seta, BRI (Belt and Road Initiative) - un ambizioso progetto del governo cinese, nel quale è coinvolta anche l’Italia?

— Nel nostro Paese si è parlato pochissimo di queste accuse reciproche come se fosse un tabù, mentre all’estero sono state oggetto di articoli e confronti serrati (pensiamo anche alle esternazioni di Pompeo e di Trump o ai tweet di Zhao Lijian, il portavoce del ministero degli Esteri cinese).

Si è arrivati persino a parlare di “guerra batteriologica”: il primo a farlo è stato Dany Shoham, biologo ed ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana, esperto di armi batteriologiche in Medio Oriente e Asia, che in un’intervista al «Washington Times» del 24 gennaio 2020 ha dichiarato che il laboratorio di biosicurezza di Wuhan farebbe parte di un più vasto progetto segreto di «bio-warfare».

Le ipotesi più estreme che intendono avvalorare questa l’ipotesi fanno capo alla guerra commerciale tra USA e Cina e puntano anche a mostrare come i due Paesi maggiormente colpiti dal contagio siano stati inizialmente l’Italia e l’Iran, partner commerciali della Cina. La pandemia ha infatti danneggiato la Nuova Via della Seta, BRI (Belt and Road Initiative), quell’ambizioso programma del governo cinese che intende finanziare con oltre 1.000 miliardi di dollari volti alla realizzazione o al potenziamento di infrastrutture commerciali – strade, porti, ponti, ferrovie, aeroporti – e impianti per la produzione e la distribuzione di energia e per sistemi di comunicazione in quasi ogni angolo del pianeta: Africa, Europa, India, Russia, Indonesia.

— “Le emergenze e le situazioni di crisi costringono spesso le persone a mostrare il vero volto che celano dietro la “maschera” sociale”, - avete scritto nel volume. Il saggio infatti affronta un tema delicato e doloroso – il rischio di possibili attacchi speculativi all’Italia, che è stata dipinta come l’epicentro del contagio a livello globale. Perché, a Suo avviso, la gestione dell’emergenza sul suolo italiano è stata strumentalizzata all’estero? Chi e con quale scopo voleva screditare l’Italia?

— L’emergenza che ha colpito il nostro Paese è stata “strumentalizzata” all’estero per screditarci e per aprire le porte a possibili speculazioni finanziarie. Credo che a oggi esista ancora il rischio concreto di svendere le nostre ricchezze a un gruppo internazionale di “speculatori”, dietro i quali si celerebbero i grandi gruppi della finanza internazionale. Non sarebbe la prima volta che gli speculatori puntano l’Italia e non sarà sicuramente l’ultima. Il “capitalismo dei disastri” sfrutta infatti momenti di shock quali golpe, attacchi terroristici, crollo dei mercati, disastri naturali, guerra, che gettano la popolazione in uno stato di shock collettivo, per spingere i cittadini ad accettare manovre impopolari che in una condizione normale non tollerebbero. Sull’onda dell’emotività di eventi tragici che coinvolgono la mente e la “pancia” dell’opinione pubblica, si possono introdurre provvedimenti che sarebbero stati inimmaginabili in un clima sociale sereno.

— Avete anche mostrato la spietatezza con cui l’Europa ha trattato l’Italia nel momento iniziale del contagio…Potrebbe analizzare qualche esempio concreto?

— L’Italia è stata trattata letteralmente da “appestata”, come un lazzaretto a cielo aperto: gli “aiuti” dalla UE si sono fatti attendere, nessun Paese dell’Eurozona ci ha mandato le mascherine che avevamo richiesto (gli aiuti sono arrivati infatti dalla Cina), diversi Paesi hanno richiesto un bollino “virus free”, persino il Made in Italy ha iniziato a essere respinto o non accettato, per paura di una possibile diffusione del contagio. La Germania ha addirittura vietato l’export di materiale sanitario di protezione, come ad esempio le mascherine.

Non ha giovato nemmeno l’informazione mainstream. La CNN ha mandato in onda una mappa che fotografa il Bel Paese come focolaio mondiale del coronavirus: dal nostro Paese partono in quasi tutte le direzioni delle frecce rosse, simbolo di come il virus si sia diffuso dall’Italia negli altri parti del mondo. Come se non bastasse, nel momento più critico della fase iniziale dell’epidemia, Canal+, noto canale televisivo transalpino di proprietà di Vivendi, ha mandato in onda uno spot in cui si deridevano gli italiani, mostrando un pizzaiolo che sforna pizze e tossisce (finto) catarro verde sulle pietanze.

E che dire della disastrosa conferenza stampa di Christine Lagarde, presidente della BCE, che ha affondato i titoli di Stato dell’Italia, facendo esplodere lo spread? Inizialmente considerate come una brutta gaffe, le parole dell’ex governatrice del FMI potrebbero nascondere un altro intento, ossia una speculazione finanziaria per mettere le mani sugli asset strategici dell’Italia. Dietro le parole sullo spread di Lagarde, secondo Alessandra Benignetti de «il Giornale», ci sarebbe Isabel Schnabel, economista tedesca membro del Comitato esecutivo della BCE. Liquidare le dichiarazioni di Lagarde come una svista o una semplice gaffe potrebbe essere riduttivo e miope, anche perché non ci troviamo di fronte a una dilettante.

— Nella seconda parte del libro si parla di “paradigma della paura”, che cosa c'entra questo concetto con la tematica centrale del saggio?

— Mi sento di definire il paradigma della paura come il pilastro portante della parte del saggio da me curata e più in generale una tematica cardine della mia produzione saggistica. Senza voler sminuire la gravità iniziale dell’epidemia, ritengo che l’emergenza sanitaria sia stata strumentalizzata e che si sia voluto creare e mantenere uno “stato di paura”, alimentando ansia e psicosi nell’opinione pubblica per legittimare provvedimenti liberticidi.

Coronavirus in Italia
© AP Photo / Alessandra Tarantino
La paura è infatti uno dei tanti tasselli nel processo di ingegneria sociale che il potere adotta da secoli. Si induce una crisi o la si strumentalizza per portare avanti politiche che sarebbero altrimenti impopolari ma che la percezione dello shock legittima.

Come in passato, non possiamo non prendere in considerazione che la tutela della sicurezza e in questo caso della salute possa essere strumentalizzata e utilizzata per imporre limitazioni della libertà, abituando i cittadini a restrizioni sempre più invasive della libertà e della privacy. In stato di paura, infatti, l’opinione pubblica si sente disorientata, smarrita, come il prigioniero vittima di tortura. La popolazione sotto la minaccia di un pericolo o dopo un forte trauma, necessita di una guida in quanto ha “perso la bussola”, si sente paralizzata dal terrore al punto da accettare qualunque proposta o intervento venga dall’alto.

L’ingenuità di fondo è credere che le misure prese in stato di eccezione poi vengano sospese una volta terminata l’emergenza. Come dimostra il caso dell’11 Settembre con l’introduzione del Patriot Act, il potere sfrutta momenti di crisi per stringere le maglie del controllo e della sorveglianza sui cittadini. E dopo un’emergenza se ne palesa un’altra per poter giustificare di non sospendere le misure liberticide adottate.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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