02:37 24 Ottobre 2020
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La devastante esplosione presso il porto di Beirut (61)
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Martedì 8 settembre il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è in visita a Beirut (Libano) per incontri istituzionali.

Il primo ministro italiano avrà i colloqui con il presidente della Repubblica, Gen. Michel Aoun, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Nabih Berri, il presidente del Consiglio dei Ministri dimissionario, Hassan Diab, e il nuovo premier designato, Mustafa Adib. Conte incontra pure i rappresentanti della società civile e si recha nel luogo dell'esplosione, nonché a bordo della nave della Marina Militare italiana “San Giusto”, ormeggiata nel porto di Beirut. Il presidente Conte visita inoltre l'ospedale militare italiano da campo sito all'Università Libanese a Hadath dove, al termine della visita, seguiranno eventuali dichiarazioni alla stampa italiana e locale verso le ore 17:00.

La missione di Giuseppe Conte si svolge in un contesto assai complesso. In questo momento il Libano si trova in una situazione di stallo, tra corruzione, mobilizzazione cittadina e l’esplosione massiccia a Beirut che ha portato i politici a trovarsi in un’impasse di difficile soluzione.

Che ruolo avrà l’Italia sul dossier libanese? Troverà la lingua comune con la Francia che ha proposto un “nuovo accordo politico” mirato a premere sulle riforme? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Francesca Maria Corrao, Professore Ordinario di Lingua e Cultura Araba presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università Luiss di Roma.

— Professoressa Corrao, perché il premier Conte ha deciso di visitare questo Paese ferito proprio adesso, a un mese dall’enorme esplosione nel porto di Beirut, che ha ucciso quasi 200 persone? È una missione di solidarietà o anche politica finalizzata a rafforzare l’influenza dell’Italia nell’area medio-orientale?

— Sicuramente quella di Conte è una missione di solidarietà. Il Libano ha molto bisogno d'aiuto dopo l'esplosione anche perché era già un Paese attraversato da una grave crisi economica, come era emerso, in modo evidente già nell’ottobre scorso quando le proteste di piazza avevano denunciato il malgoverno. Le manifestazioni di piazza chiedevano una riforma seria e una gestione più trasparente del Governo. Anche dopo la caduta del governo Hariri e con l'insediamento dell’esecutivo guidato da Hassan Diab non è stato facile porre rimedio alla crisi economica causata dalle emergenze degli immigrati siriani e del Covid-19.

Il problema del Libano è evidente: sugli ultradecennali conflitti interni fanno pressione gli interessi contrastanti delle potenze regionali e mondiali. In una situazione tanto intricata è difficile gestire i rapporti e gli interessi economici contrastanti delle diverse parti in causa. A questo si sono aggiunti nel tempo i difficili rapporti con la Siria, l'irrisolta questione dei rifugiati palestinesi, il peso delle immigrazioni siriane con il conseguente onere economico. L’esplosione di agosto è stata molto devastante, la peggiore catastrofe dai tempi della guerra civile che ha dilaniato il paese dal 1975 al 1995. Ha infatti demolito il porto, il centro nevralgico dei rapporti commerciali del Libano. Il porto di Beirut oggi non può accogliere gli aiuti umanitari, il grano e i medicinali essenziali per fare fronte all’emergenza sanitaria. Come ha dichiarato la sottosegretaria degli esteri Del Re che accompagna Conte, l’Italia fa questa missione per aiutare il paese nella delicata fase della riapertura delle scuole, per assicurare gli aiuti alimentari e sanitari, e per dare il proprio contributo alla ricostruzione del porto.

È noto che l’Italia sostiene il Libano da decenni con l’importante missione Unifil. Ai primi di luglio il ministro degli esteri Nassif Hitti si era incontrato con Conte, a Roma, per assicurare il sostegno italiano. In quella occasione il nostro premier aveva confermato la permanenza delle forze armate italiane, con l'impegno di rafforzare l’aspetto tecnico di sostegno a fronte della riduzione del numero dei militari; è da notare che la nostra presenza è sempre stata molto apprezzata dai libanesi.

— Vivendo sotto sistema di settarismo politico per 77 anni, il Libano è ora a un punto di rottura, con la sua economia al collasso e il suo governo che funziona a malapena. E poiché il patto settario del paese non è riuscito a risolvere i problemi del Libano, è diventata una necessità redigere un nuovo patto proposto dal presidente francese Emmanuel Macron su linee non settarie per aiutare a prevenire il collasso del paese. L’Italia, a Suo avviso, appoggerà la proposta lanciata da Macron? Parigi e Roma parlano la stessa lingua soprattutto sul coinvolgimento di Hezbollah - il gruppo militante sostenuto dall’Iran, che ha un ruolo dominante nella politica del Libano?

— La posizione dell’Italia e della Francia risponde al più generale interesse dell'Europa che vuole sostenere il Paese, senza intromettersi nella sua politica interna; non dimentichiamo che il Libano ha un ruolo chiave nell'equilibrio dei rapporti in Medio Oriente. La sola raccomandazione che si può immaginare è di sollecitare Hezbollah a concentrarsi sui gravi problemi del paese e difenderne gli interessi senza lasciarsi condizionare dall’esterno.

È interesse dell’Italia assicurare la sopravvivenza di un Paese che ha una storia importante di multiculturalismo e ha straordinarie potenzialità di sviluppo culturale.

— L'attuale ambasciatore in Germania, Mustapha Adib, è stato appena incaricato di formare il nuovo esecutivo a Beirut. La nomina di un tecnico è un bel segnale per il Paese?

— Certamente in Libano si erano già mossi in questa direzione, vorrei ricordare che anche Hassan Diab era un tecnico, da docente universitario era poi stato ministro dell'educazione prima di ricevere l’incarico di formare il governo. Quello che in questo momento serve al Libano è una coalizione tra le diverse componenti nell’interesse dell’economia e della tenuta complessiva del sistema paese per salvarlo dalle ingerenze straniere.

È chiaro che un tecnico è più svincolato dagli interessi delle elite religiose e dei miliziani. La piazza infatti chiede la fine del sistema etnico-religioso che imbriglia il Paese e da la possibilità di votare soltanto per i capi della propria comunità religiosa e non per un progetto politico ed economico. Realizzare una riforma del Parlamento e della Costituzione in questa fase delicata è molto difficile. Prima di tutto sarà necessario portare il Paese fuori dalla crisi economica ma anche da quella sanitaria ed alimentare.

— La formazione dell'esecutivo in Libano spesso richiede molto tempo, sia a causa delle divergenze relative all'assegnazione dei portafogli ministeriali, sia per le dinamiche interne da rispettare in un sistema multiconfessionale. Che volto, a Suo avviso, avrà il nuovo Libano? Sarà uno stato laico, come propone il presidente Aoun?

— La proposta del presidente Aoun riflette quello che chiede la piazza, e quindi credo che cercheranno di far prevalere un governo più tecnico e meno politico con maggiori capacità amministrative e minori condizionamenti. Non è una impresa facile, però questo è il dovere che si trova a svolgere in questo momento il governo che si assumerà la responsabilità di portare fuori il Paese dall'attuale crisi.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tema:
La devastante esplosione presso il porto di Beirut (61)
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