23:38 24 Ottobre 2020
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Israele ha cominciato ad instaurare relazioni con gli Emirati Arabi Uniti (UAE) alla metà degli anni 2000, spiega un ex funzionario del Mossad al quale era stato affidato l’incarico di intrattenere queste relazioni.

Gradualmente tali rapporti sono cresciuti fino a diventare una collaborazione su più fronti e oggi anche altri Paesi hanno seguito le orme di Abu Dhabi e hanno siglato accordi con lo Stato ebraico.

Poiché Israele e gli UAE si stanno muovendo attivamente per normalizzare la situazione, il primo volo di linea tra Tel Aviv e Abu Dhabi dovrebbe partire già all’inizio della prossima settimana.

L’aeromobile della compagnia di bandiera israeliana, El Al, trasporterà una delegazione di alti funzionari israeliani e statunitensi negli UAE. Lì discuteranno dei prossimi passi prima dell’imminente sottoscrizione dell’accordo di pace tra i due Paesi a Washington.

Ufficialmente le relazioni ufficiali tra Israele e UAE sono cominciate il 13 agosto, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che gli Emirati saranno la terza nazione araba a riconoscere in via ufficiale Israele.

David Meidan, ex direttore della divisione Tevel del Mossad, impegnata nelle relazioni esterne con Stati e organizzazioni con cui Israele ancora non intrattiene rapporti ufficiali, è l’uomo che intrattenne i primi contatti di Israele con Abu Dhabi e ha condiviso con Sputnik il proprio racconto sulla vera natura di questi rapporti.

L’inizio

— Quando cominciò tutto?

— I primi rapporti vi furono a cavallo tra il 2005 e il 2006. Prima i funzionari israeliani parlavano di tanto in tanto con i propri colleghi emiratensi. Li vedevamo in Paesi terzi in occasione di vertici e conferenze, incontravamo i loro ambasciatori ma non c’era mai stato alcun accordo serio.

Le relazioni “serie” cominciarono soltanto nel 2006 quando l’allora primo ministro Ariel Sharon si rivolse al capo del Mossad, Meir Dagan, affidandogli due missioni.

La prima missione consisteva nell’eliminazione della minaccia iraniana (legata ai sospetti per cui l’Iran stesse mettendo a punto armi di distruzione di massa). La seconda missione, invece, era finalizzata a instaurare rapporti con le nazioni sunnite più moderate nella regione.

Dagan scelse me come responsabile della divisione Tevel. La mia squadra doveva instaurare e coltivare queste relazioni.

— Cosa faceste nel concreto?

— Prendemmo una mappa e cominciammo a studiare i Paesi della regione. Analizzammo che tipologia di Paesi erano e quali potessero essere gli interessi comuni. Infine, cercammo i contati. Gli UAE furono solo uno dei Paesi su cui concentrammo la nostra attenzione.

Non appena instaurammo un contatto con gli UAE, cominciammo a dialogare. Tutto avvenne in segreto e ogni parte si premurò che nessuna informazione finisse alla stampa.

Questa tipologia di rapporti parte sempre in piccolo per poi diventare qualcosa di importante. Inizialmente si trattava di rapporti tra i servizi segreti delle due nazioni. Col tempo i rappresentanti del governo cominciarono a incontrarsi per scambiarsi opinioni. Poi si decise di instaurare un canale diretto di comunicazione. Ma l’obiettivo finale era dare avvio a relazioni durature di collaborazione.

— Non avevano paura di andare controcorrente? Dopotutto, Israele non godeva di un grande supporto nel mondo arabo.

— Tra tutti i Paesi del Golfo Persico furono i più arditi. Sono, nel complesso, una nazione molto coraggiosa. I loro leader hanno esperienza e talento, superano di molto tutti gli altri loro colleghi della regione. Chiaramente, tutto si svolse in gran segreto, ma ebbero comunque paura.

Già allora capivano le potenzialità di Israele e, per questo, acconsentirono a siglare accordi commerciali.

I leader degli Emirati: chi sono?

— Come avete capito che avreste potuto fidarvi di loro e che non ci avrebbero ripensato?

— I dirigenti degli UAE sono persone affidabili. Quando stringono la mano e dicono che faranno qualcosa, si può star certi che manterranno la loro parola. Per essere sicuri del fatto che faranno fede alle proprie promesse, non è necessario un contratto.

Sono persone intelligenti e di cultura, viaggiano molto. Sono organizzati e si pongono obiettivi precisi. Nutro per loro grande rispetto per il modo in cui amministrano il loro Paese. E non sono solo io a pensarla così. Di loro sono fieri anche gli stessi cittadini degli Emirati.

In questi anni sono riusciti a fare molto di più degli altri Paesi. Hanno creato un sistema all’interno del quale tutti i cittadini emiratensi riescono a trarre beneficio dalle ricchezze del Paese. I cittadini non pagano tasse, possono godere di un’istruzione gratuita. Infatti, tutti i gradi d’istruzione (dall’asilo al dottorato) sono finanziati dal governo poiché vengono investiti moltissimi fondi nel settore.

I servizi sanitari e l’assicurazione medica sono anch’essi gratuiti. Quando una coppia si sposa, riceve un appezzamento di terra per costruire una casa nuova.

È interessante anche che abbiano preferito non fare affidamento unicamente sulle proprie risorse investendo ingenti fondi anche in immobili di lusso, banche, tecnologie, industria e turismo.

— Ma perché gli UAE hanno bisogno di Israele?

— Hanno visto il potenziale di Israele e hanno capito quello che possiamo dare loro, ossia i vantaggi per la loro economia.

— State continuando a intrattenere contatti con loro? Con chi avete instaurato i primi contatti all’inizio?

— Sì, ormai ci conosciamo da diversi anni. Durante i miei numerosi viaggi negli UAE ho incontrato molti funzionari di alto livello, fra cui anche l’attuale leader del Paese e i suoi fratelli.

— A Suo avviso, i rapporti pacifici con gli UAE saranno diversi da quelli con Egitto e Giordania, Paesi i quali non hanno mai nutrito buoni sentimenti nei confronti dello Stato ebraico?

— Lei parla di fare la pace con i nemici. Gli UAE non sono mai stati nostri nemici. Con l’Egitto e la Giordania siamo entrati in guerra più volte. Ci sono stati morti, feriti e detenuti. L’accordo di pace con l’Egitto fu uno dei più alti traguardi diplomatici, pertanto è ora che anche altri Paesi arabi seguano questo esempio.

Con gli UAE è un’altra storia. Non siamo mai entrati in guerra con loro. Non hanno mandato le loro truppe in Israele, dunque non c’è ostilità fra di noi.

— Dopo che Israele e UAE sigleranno l’accordo di pace, ci saranno altri Paesi che seguiranno questo esempio?

— Penso che molto probabilmente i rapporti con il Bahrain siano ormai maturi per questo, ma è difficile dire quanto tempo ci vorrà ancora. Non è una corsa contro il tempo. Credo che con il tempo accadrà. Dopo il Bahrain potrebbe esserci un altro Paese, ma non necessariamente del Golfo Persico. Poi l’Oman, l’Arabia Saudita e il Kuwait: sono Paesi più occidentali, ma hanno bisogno di tempo per reagire ai cambiamenti.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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