18:16 30 Novembre 2020
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La pandemia ha provocato una crisi economica mondiale senza precedenti e oggi assistiamo ad un cambio di paradigma: cambiano i modelli di crescita e anche gli stili di vita della società. Il tutto condiziona la ripresa economica frenata dalle minacce di nuove “ondate” di epidemia.

Non è ancora stato del tutto compreso il vero impatto della crisi economica e sociale di questi mesi, dovuta all’epidemia, sul futuro modello di crescita. La crisi sanitaria e le conseguenti politiche volte a limitare il diffondersi dei contagi hanno di fatto arrestato la produzione e i consumi, ma la ripresa economica è ostacolata dal pericolo di nuove ondate.

La crisi post-Covid come influirà sul modello di sviluppo e sugli stili di vita? Come cambieranno inoltre gli equilibri in Unione Europa in relazione al Recovery Fund? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista l’economista Guido Salerno Aletta.

— Professore Salerno Aletta, quali sono le particolarità della crisi economica post-Covid che sta vivendo l’Italia?

— La questione è politica e non economica. Riguarda l’Italia come il resto dell’Occidente globalizzato, al cui interno si colloca a pieno titolo la Cina.Siamo di fronte ad un cambio di paradigma analogo a quello che si determinò nel 1973 con la prima grande crisi petrolifera: anche allora cambiarono radicalmente ed in modo irreversibile i modelli di crescita dell’Occidente per via del peggior rapporto tra manufatti e materie prime energetiche. Ed anche allora i governi presero decisioni senza precedenti intervenendo duramente sui comportamenti collettivi, con le domeniche a piedi, la eliminazione dell’ultimo spettacolo dei cinema che era alle 23, e con l’anticipazione di tutte le altre attività: la vita sociale dopo cena venne letteralmente annientata.

Se allora era solo il rialzo del prezzo del petrolio a rendere tutto più caro e meno sostenibile dal punto di vista economico, adesso sono le limitazioni che vengono poste per evitare il contagio a rendere tutto estremamente precario ed incerto. Se negli anni Settanta ed Ottanta abbiamo avuto la perenne spada di Damocle dei rincari energetici, ora c’è il timore di “nuove ondate” di epidemia. E’ questo che condiziona la ripresa, per questa minaccia reiterata in continuazione: una ben precisa strategia politica e mediatica.

— Qual è la portata dei danni economici causati dalla crisi?

— Il blocco delle attività economiche e sociali, durante il periodo di lockdown, ha inciso profondamente sulla produzione e sui consumi. Ma sono stati aspetti quantitativi, di calo del prodotto, che si sarebbero potuti anche riassorbire anche velocemente se non ci fosse una strategia più complessiva volta a strumentalizzare la crisi sanitaria per modificare profondamente il modello di sviluppo e gli stili di vita. Tutto deve essere “on line” ed a distanza, favorendo definitivamente i sistemi di elaborazione digitale, la memoria confinata nella nuvola ed il controllo da remoto. 

Le misure precauzionali che sono state adottate anche in Italia per evitare il diffondersi dei contagi, anche quelli che non danno luogo a sintomi neppure lievi di malattia e che quindi determinano una auspicabile immunità di gregge acquisita per via naturale e non con vaccinazioni di massa, si inseriscono in una strategia globale auspicata da anni a Davos di incidere sulla sostenibilità ambientale dei processi di crescita e conseguentemente sulla necessità di modificare radicalmente i comportamenti sociali, i modelli di consumo e le aspettative di crescita.

Le limitazioni agli spettacoli dal vivo, alle attività ludiche di massa come il calcio, al turismo ed alla ristorazione, ma soprattutto il fortissimo incentivo allo smartworking, si inseriscono in una dinamica già ben presente in termini di sostenibilità ambientale. La vita si restringe, non solo in Italia, si asciuga: tutto diviene superfluo.

— Chi verrà maggiormente colpito dalla crisi: i giovani, le famiglie?

— Il sistema pensionistico rappresenta in Italia insieme alla solidarietà parentale il più grande strumento di stabilizzazione sociale. Finché non verrà smantellato, come è stato fatto in Grecia, la crisi sarà in qualche misura gestibile. Il problema è rappresentato dalla volontà politica di modificare i comportamenti di massa giudicati insostenibili a livello globale: mentre un tempo le auto erano di anno in anno sempre più veloci e di dimensioni più generose, sono diventate successivamente sempre meno voraci nei consumi e meno inquinanti. Ora il salto è all’indietro: abbandonare l’automobile, che è stata il simbolo della industria del Novecento.

Anche il paradigma dell’auto elettrica ed a guida autonoma non sembra più agibile: per mettere obbligatoriamente fuori uso centinaia di milioni di auto a combustione interna perché inquinanti, servono risorse finanziarie che le famiglie non hanno più. Come accadde con le crisi energetiche, tutti saranno coinvolti da un cambiamento che si annuncia assai profondo: il capitalismo non crede più nella crescita continua.   

— Quali misure sono necessarie per combattere contro l’impoverimento del Paese?

— La strategia di finanza pubblica, volta a perseguire il risanamento finanziario attraverso il saldo primario attivo del bilancio, ha dissanguato inutilmente il Paese: la crescita si è ridotta, mentre le tasse sono andate a finanziare la rendita finanziaria. I tassi di interesse pagati al mercato sia sul debito pubblico che sul finanziamento delle imprese sono stati una arma micidiale di impoverimento.

Anche il saldo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti di cui l’Italia beneficia ormai da un quinquennio, per via di un solido export commerciale e di consistenti introiti sugli investimenti di portafoglio all’estero, non viene reinvestito nella economia reale. Il rilevante risparmio finanziario delle famiglie italiane, gestito dalle banche, dai fondi di investimento e dalle assicurazioni, viene indirizzato prevalentemente verso attività speculative.

Non è casuale che, nonostante la crisi globale dell’economia reale, le Borse azionare abbiano invece andamenti positivi: anche le Banche centrali hanno un occhio di particolare riguardo verso i listini. Anche la strategia di azzerare i tassi sugli interessi, sui depositi e sui debiti bancari, distorce la allocazione delle risorse. Ci si indebita non tanto per investire nella economia reale quanto per speculare sulle attività finanziarie.         

— I fondi economici del Recovery Fund potranno far uscire il Paese dalla crisi? Come cambieranno gli equilibri in Unione Europea fra l’Italia e Bruxelles in futuro nell’era post-Covid?

— La Unione europea si interpone tra il bilancio dei singoli Stati ed il mercato dei capitali. La allocazione delle risorse così acquisite sarà soggetta alla coerenza con le priorità e con le valutazioni della Commissione. Si tratta di un processo che attrae a Bruxelles quote ulteriori di capacità decisionale: il vincolo di bilancio non sarà più solo quantitativo, come è stato con il Trattato di Maastricht e con il Fiscal Compact, ma anche qualitativo.

Anche la Unione europea strumentalizza la crisi sanitaria per aumentare la sua presa sugli Stati: accadde lo stesso negli Usa, dopo la crisi del ‘29. Da allora il bilancio federale statunitense divenne assai più consistente: l’Unione europea cerca di fare lo stesso. Ma nasconde ancora una volta tutte le asimmetrie esistenti, fiscali, salariali, previdenziali e legali, su cui si fonda la competizione tra gli Stati. Ipertrofia e caos: una miscela ancora più pericolosa per la tenuta della Unione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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