00:18 25 Ottobre 2020
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#Zonarossa è il titolo del nuovo libro scritto a quattro mani da Gianluca Comin e Lelio Alfonso con la prefazione di Walter Ricciardi, edito da Guerini e Associati, disponibile in edizione digitale e da luglio in libreria.

È la prima opera sulla comunicazione dell’emergenza Covid-19. Non un j’accuse, ma un’analisi puntuale e documentata di quanto accaduto dai primi sintomi, con un focus sulle strategie per la gestione dell’emergenza in Italia dall’11 marzo. Da quando, cioè, il presidente del Consiglio dichiara il Paese “Zona Rossa” e il direttore generale dell’Oms Tedros Ghebreyesus ammette davanti al mondo la portata globale del Covid-19.

“Il quotidiano bollettino della Protezione civile nazionale, diramato alle 18 in diretta televisiva, mettendo dunque sullo stesso piano gli organi di informazione e i cittadini, si è dimostrato, almeno inizialmente, come l’antidoto diffuso all’invenzione di notizie che rimbalzavano nella rete rinfocolando un tribalismo social. Rispetto al clima ansiogeno e fortemente emotivo della televisione e dell’istantaneità digitale, ascoltare il bollettino è diventato per molti il vero appuntamento che cadenzava la permanenza forzata in casa. 

Ad accompagnare i cittadini nel corso di questa emergenza c’è stata, a parte alcuni giorni di assenza forzata dovuti a sintomi febbrili, la voce del capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, affiancato da un numero ristretto di responsabili dell’Istituto Superiore di Sanità, del Ministero e altri esperti a turno, chiamati a rispondere alle domande dei giornalisti presenti oltre che a fornire elementi specifici di informazione sui vari fronti di contrasto all’epidemia. Un servizio che ha consentito al cittadino di disporre di un chiaro quadro della situazione giornaliera, senza dubbio, ma anche in questo caso non privo, parafrasando la terminologia medica, di controindicazioni. […] Purtroppo non di rado i dati offerti sono apparsi decontestualizzati e poco chiari. Innanzitutto, nel bollettino non si distinguono i morti per il coronavirus o con il coronavirus e questo ha creato non pochi dubbi”, si parla nel libro.

#Zonarossa, il libro scritto da Gianluca Comin e Lelio Alfonso
© Foto : Gianluca Comin
#Zonarossa, il libro scritto da Gianluca Comin e Lelio Alfonso

Che comunicazione serve nella lotta alla pandemia? Cosa abbiamo imparato dall’epidemia e quali previsioni si possono fare sul futuro dell’economia post-Covid-19? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto uno degli autori della #Zonarossa, il presidente e fondatore di Comin & Partners Gianluca Comin.

— Gianluca, perché avete deciso di scrivere questo volume dedicato alla nuova malattia della comunicazione? A chi è rivolto? 

— Questa pandemia ha colpito ciascuno di noi ed abbiamo pensato che una riflessione sulla comunicazione fosse opportuna per studiare e capire le scelte dei governi e la risposta dei cittadini. Siamo convinti inoltre che questa esperienza del Covid-19 potrà aiutare a costruire una società dell’informazione moderna, ristabilendo un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, tra esperti e non.

#ZonaRossa è rivolto a tutti curiosi e appassionati della materia, ma utile soprattutto per chi svolge un ruolo pubblico perché, partendo dall’analisi della cosiddetta “infodemia” consente di riflettere sulle strategie più adatte per comunicare con i cittadini in momenti di forte criticità.

— Durante il lockdown quasi ognuno di noi ha ricevuto, sul proprio account Whatsapp, link e audio/video di dubbia provenienza che raccontavano situazioni allarmanti legate a presunti contagi. Alcune persone lo prendevano sul serio. È vero che l’infodemia ha colpito di preferenza proprio chi aveva fatica ad accedere ai canali ufficiali di comunicazione (istituzionali e scientifici, etc.)?

— È vero in parte. Sarebbe, infatti, più corretto dire che sono stati i canali ufficiali che hanno fatto fatica a garantire l’accesso alle informazioni a tutti i destinatari, ovvero a tutti i cittadini. Una comunicazione spesso poco chiara e comprensibile ha spinto molte persone ad informarsi su canali secondari e spesso poco attendibili come messaggi anonimi su Whatsapp o i social network. In questo cortocircuito emergenziale il ruolo della comunicazione istituzionale, ovvero della voce ufficiale di un governo, di un territorio, di un’autorità o comunque di un’organizzazione preposta per ruolo ad informare i cittadini, ha accresciuto il suo ruolo e la sua rilevanza. Nel libro abbiamo dedicato ampio spazio a questo aspetto, sottolineando quanto una comunicazione istituzionale a volte confusa, ripetitiva e non trasparente abbia agevolato il diffondersi dell’infodemia. La comunicazione dei canali ufficiali deve essere chiara anche al più semplice e meno attrezzato dei destinatari, ora più che mai. Da qui la necessità di abbandonare lo stile burocratico o scientifico per usare un linguaggio semplice e comprensibile a tutti.

— La comunicazione è senz’altro diventato un fattore strategico nella gestione della pandemia. Quali errori sono stati commessi dalle istituzioni e dagli attori coinvolti? Come valuti in particolare il ruolo del premier Giuseppe Conte e di Angelo Borrelli da una parte e di numerosi virologi, ognuno dei quali sta ancora dicendo la sua “verità” sul Covid?

— Seppur nel complesso la comunicazione delle istituzioni e gli attori coinvolti sia stata accettabile, alcuni errori sono stati commessi. In primo luogo, le informazioni non sono state sempre chiare a causa delle sovrapposizioni di notizie provenienti da voci diverse e spesso discordanti, soprattutto da parte dei tanti esperti chiamati a commentare. Questo ha generato profonda confusione e agevolato la diffusione dell’infodemia.

Inoltre, le comunicazioni ufficiali si sono fatte spesso attendere: si pensi alle dirette Facebook di Conte tenute in tarda serata. Per quanto riguarda il Presidente del Consiglio, va riconosciuto che i toni da lui usati sono stati nella maggior parte dei casi adeguati rispetto alle difficoltà. Si è trattato di una voce pacata e calma, proprio quelle due caratteristiche che dovrebbe avere il messaggio di chi affronta una crisi di questo tipo. Conte ha mostrato senso di responsabilità, anche se a volte il suo è sembrato un “one man show”. Paradossalmente l’essersi mostrato in diretta video da solo (a parte un paio di occasioni con il ministro Gualtieri, per temi più strettamente economici), ha rischiato di farlo apparire isolato, solitario, nella prima fase. Nel passaggio dalla fase 1, quella della chiusura totale, alla fase 2 il 13 maggio, il Presidente del Consiglio si è presentato agli italiani con quattro ministri (Gualtieri, Speranza, Patuanelli, Bellanova) segnando un taglio netto, dunque, rispetto alle precedenti conferenze stampa ed un corretto cambiamento di strategia comunicativa messa in atto dalle istituzioni.

Il ruolo svolto da Angelo Borrelli, Capo della Protezione Civile, è stato certamente diverso. Si è discusso molto in merito alla comunicazione ripetitiva e quotidiana dei dati, momento fondamentale della giornata in cui milioni di italiani erano incollati agli schermi delle televisioni per ascoltare il numero dei contagiati e l’andamento della pandemia in Italia. Purtroppo, in questo caso, come spieghiamo accuratamente nel nostro libro, la comunicazione è stata poco efficiente, per tre motivi fondamentali: nel corso delle conferenze stampa sono mancati i data interpreters e le videografiche; non è stata fornita la giusta proporzione dei dati, visto che i tassi e le percentuali sono molto più importanti di altri indicatori per capire cosa sta accadendo; e, infine, la sequenza con cui sono stati comunicati è stata essenzialmente sbagliata, focalizzando l’attenzione sui morti.

Infine, la comunicazione scientifica, forse per la prima volta, è diventata essa stessa linguaggio istituzionale. Si tratta di un patrimonio che non deve andare disperso, ma al contrario valorizzato, evitando gli eccessi di enfasi da un lato e la commistione con voci polemiche. Agli scienziati è toccato anche l’ingrato compito di smentire le fake news più incredibili, in una campagna continua di rassicurazione e contenimento della tensione, necessaria tanto quanto le terapie in atto negli ospedali e nei reparti di terapia intensiva.

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