17:58 07 Agosto 2020
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In Italia si è registrato il minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia. Il triste quadro demografico del Paese emerge dai recenti dati Istat che confermano un nuovo record negativo: -4,5% di nascite in meno nel 2019 rispetto al 2018. La popolazione residente è inferiore di quasi 189 mila unità a dicembre 2019 rispetto all’inizio dell’anno.

“Quando la demografia ha prodotto i suoi effetti è difficile tornare indietro” sono le parole del presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo che prevede ulteriori record negativi per le nascite anche nei prossimi due anni. Dal rapporto dell’Istat emerge un’Italia molto più vecchia, dove nascono sempre meno bambini, aumentano gli italiani che se ne vanno all’estero e sale il numero dei residenti stranieri nel Paese.

Qual è il futuro dell’Italia dalle culle vuote? Quando la demografia diventerà una priorità per i politici? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in esclusiva Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat.

— Si è registrato il minimo storico delle nascite dall’Unità d’Italia. Professore Blangiardo, qual è il rischio per il Paese legato a queste cifre?

— Il rischio è quello di perdere la vitalità, di perdere la spinta a crescere e migliorare. Le generazioni di giovani nel costruire il loro futuro contribuiscono alla crescita del sistema Paese. In una situazione come la nostra evidentemente le spinte alla crescita sono sempre più ridotte, perché la componente più anziana della popolazione diventa prevalente nella società e gli anziani sono generalmente meno propensi all’innovazione.

— Non si fanno più figli non per volontà dei giovani che vorrebbero creare una famiglia. Evidentemente mancano le politiche a sostegno delle famiglie?

— I risultati dimostrano che queste politiche non sono sufficienti. Ogni anno stabiliamo il record dei valori più bassi di sempre, questo una spiegazione ce l’ha. Chi decide se può fare dei figli non è nelle condizioni di decidere affermativamente oggi e quindi di fatto si ha un continuo rinvio. Aspettando però, anno dopo anno, il rinvio si trasforma in rinuncia.

— Che tipo di politiche sono necessarie per invertire questa tragica rotta?

— Il contributo economico è importante, quindi i bonus di per sé vanno bene. Qualunque contributo economico però deve essere adeguato, quindi sufficiente, deve essere universale, cioè non devono essere aiutati a fare i figli solo i poveri sennò il ceto medio, che ha un peso importante, resta escluso. I contributi devono inoltre essere duraturi, non si può avere dei sussidi che valgano con un governo e poi con quello successivo non ci sono più.

Non dobbiamo però limitarci all’aspetto economico, ci sono altri elementi altrettanto importanti, come la compatibilità fra lavoro e maternità. La donna deve essere aiutata ad essere madre, ma anche lavoratrice. È necessario che sia sviluppato anche un discorso di cura dei bambini, cioè la possibilità di offrire strumenti e strutture, che non siano solo i nonni. In generale serve una cultura e un clima di fiducia e di riconoscimento da parte della società alle famiglie che fanno i figli, perché garantiscono la continuità del Paese stesso.

— Stando ai dati risulta che oggi in Italia ci sono più pensionati che lavoratori?

— È in corso un processo di forte invecchiamento della popolazione, un fenomeno inevitabile che sta portando sempre più all’aumento della componente anziana. La parte giovane va via via riducendosi, perché la caduta della natalità è stata importante già a partire dagli anni ’70. Oggi sempre più lavoratori appartengono a generazioni che alla nascita erano poco numerose. Il ricambio nel mondo del lavoro fra chi entra e chi esce è un ricambio sbilanciato: sono più numerose le persone che escono rispetto a chi entra.

— Parliamo dei flussi migratori. Aumentano gli italiani che se ne vanno all’estero e gli stranieri residenti in Italia, giusto? Gli stranieri fanno più figli o anche qui si registra un calo di nascite?

— Dal punto di vista della natalità il contributo da parte della popolazione straniera c’è, parliamo di 62 mila nati su 420 mila nel 2019. Va però osservato che il numero di bambini stranieri è progressivamente diminuito, nel 2012 il numero di neonati stranieri era 80 mila, oggi siamo a 62 mila. Anche le famiglie straniere si adeguano al modello di difficoltà del sistema Italia.

Per quanto riguarda il movimento delle persone il flusso di immigrazione continua, anche se non come prima, il numero di stranieri residenti è cresciuto ancora, mentre quello degli italiani è diminuito.

Nelle emigrazioni sta tuttavia anche aumentando la componente con cittadinanza italiana. Parliamo di due tipi di persone: coloro che sono italiani fin dalla nascita, ad esempio i giovani che cercano all’estero fortuna; gli stranieri che, una volta acquisita la nostra cittadinanza, col passaporto italiano possono liberamente circolare in Europa.

— Si parla molto di Coronavirus e della crisi economica che ha comportato l’emergenza. Di culle vuote si parla ben poco. Quando la demografia diventerà una priorità?

— Quando si sarà capito a tutti i livelli che la demografia si muove nel silenzio. Noi demografi diciamo che si tratta della lancetta corta dell’orologio, quella delle ore: lei si muove ma tu non la vedi. Ma quando si è mossa la lancetta, si è mossa per davvero.

I cambiamenti in natura demografica sono sempre presenti, non sono in genere violenti, ma esistono e alla fine determinano i grandi cambiamenti. Passo dopo passo si va lontano.

Quando la demografia ha prodotto i suoi effetti è difficile tornare indietro. I bambini non nati negli anni settanta hanno rappresentato nel tempo meno donne che potevano a loro volta fare dei bambini e meno lavoratori che entrano sul mercato del lavoro.

— Lei personalmente è scettico o fiducioso per il futuro? Quando si tocca il fondo c’è la possibilità di ricominciare?

— Io metto in conto che il record del 2019, di cui abbiamo parlato prima, verrà probabilmente superato a ribasso nel 2020 e temo anche nel 2021. Secondo le stime che ho pubblicato sul sito dell’Istat è possibile che nel 2021 il numero dei nati in Italia scenda al di sotto delle 400 mila unità, una cosa inimmaginabile in un Paese con oltre 60 milioni di abitanti. 

Questo potrebbe essere però un punto per tentare di scuotere ancora di più l’opinione pubblica e soprattutto la politica. La ripresa non sarà mai enorme, i processi sono molto lenti, ma può esserci un’inversione di tendenza. Altri Paesi, come la Germania, l’Austria e la Danimarca, tra gli altri, hanno attuato un cambiamento e favorito la ripresa. È possibile, ma bisogna crederci e darsi da fare. Io sono un ottimista e quindi dico che alla fine ce la potremmo fare. Occorre però che ci sia impegno e sensibilizzazione rispetto a quello che sta accadendo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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