19:37 14 Agosto 2020
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Il 19 luglio di 28 anni fa, una bomba nascosta in una 126 al numero 21 di via D'Amelio uccideva il giudice Paolo Borsellino e i 5 agenti della scorta. Un periodo oscuro della storia italiana e una strage su cui ancora si cerca la verità.

"In questi tempi in cui gli ideali e i principi sono venuti a mancare anche nella magistratura, come dimostra il caso Palamara, Paolo Borsellino è un modello alternativo di magistrato e uomo di cui non posso scordare la generosità, sia sul piano umano che istituzionale".

A ricordare la figura del magistrato antimafia, nel ventottesimo anniversario dalla strage di via D'Amelio, in esclusiva per Sputnik Italia, è il dottor Antonio Ingroia, l'ex pm del processo per la trattativa Stato-Mafia, che proprio all'interno del pool antimafia guidato da Paolo Borsellino, prima a Marsala e poi a Palermo, mosse i suoi primi passi come sostituto all'interno della magistratura. 

— Dottor Ingroia, qual è il ricordo più caro che conserva di Paolo Borsellino?

— Nel 1990 eravamo alla procura di Marsala, ero giovanissimo appena trentenne. Durante una delle mie prime indagini di mafia che Borsellino mi affidò, arrivò una lettera di minaccia con dentro dei proiettili, una lettera anonima indirizzata a me e a lui, in quanto mio capo. Fu lì che mi venne assegnata la scorta, che ho tenuto per trent'anni.

Quel giorno Paolo Borsellino mi chiamò in ufficio per comunicarmi questa notizia e spiegarmi che la mia vita sarebbe stata blindata, e mi disse: "Questa lettera mi fa molto arrabbiare. Sono arrabbiato con me stesso, perché io sono il capo e il capo di una procura deve essere lo scudo protettivo dei suoi collaboratori. Se vieni minacciato tu, vuol dire che non sono un buon capo". 

La sua considerazione mi lasciò devo dire sorpreso, ma poi ho compreso la generosità dietro quelle parole, generosità umana e istituzionale che lo ha portato sino al sacrificio, per quel suo volersi fare scudo protettivo della collettività.

— Qual è il significato la strage di via d'Amelio per la storia dell'Italia?

— La strage di via d'Amelio è ancora oggi uno dei misteri di Stato più tragici e oscuri della storia repubblicana,  per certi versi ancor più della strage di Capaci, perché a distanza ormai di 28 anni una sola verità si può considerare accertata: che Paolo Borsellino venne ucciso in un intrigo di mafia e stato, a cui fecero seguito dei depistaggi, scoperti solo successivamente.

Venne costruito un falso pentito che falsamente si accusò della strage e falsamente accusò altri innocenti, per deviare il corso dell'accertamento della verità. E perché si fa un depistaggio di Stato? I depistaggi di Stato si fanno per coprire una strage di Stato. Borsellino venne tradito da quello Stato che serviva. Perché la storia ormai questo ci dice.

Il 19 luglio è un momento per i cittadini di chiedere allo Stato di fare luce e cercare la verità sulla strage di via D'Amelio.

— Perché Borsellino era diventato un uomo pericolo per lo Stato?

— Tutti gli indizi conducono ad una pista, che è quella della trattativa Stato-Mafia. L'unica spiegazione alla fretta e all'urgenza con cui la mafia ha agito per eliminare Borsellino è che, come si è costruito nel processo per la trattativa Stato-Mafia, Borsellino fosse venuto a conoscenza di un frammento di verità sui negoziati, e per questo poteva essere un ostacolo per le trattative in corso. Io credo che sia questo il vero movente della strage di via D'Amelio.

— Si arriverà alla verità sulla morte di Borsellino?

— Io sono ottimista sulle chance della verità. Sono convinto che alla fine la verità prevarrà sull'arroganza del potere che cerca di rovesciarla e cancellarla. Il punto è quanto tempo occorrerà per avere tutta la verità. Al momento abbiamo dei frammenti di verità che ci consentono di fare affermazioni come quella che ho fatto, sulla responsabilità dello Stato in quella strage, ma ancora manca l'accertamento delle responsabilità penali.

Lo Stato vincerà la sua battaglia contro la mafia quando avrà la forza e il coraggio di fare pulizia e giustizia al proprio interno, quando smetterà di usare una strategia antimafia per colpire solo la mafia militare e colpirà quei pezzi di Stato, quegli uomini delle istituzioni e quegli apparati istituzionali deviati che con la mafia hanno sempre fatto accordi.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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