04:30 20 Settembre 2020
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Abitualmente nell’ombra dei dibattiti politici la ricerca scientifica si è ritrovata al centro dei riflettori durante l’emergenza Coronavirus. Dopo anni di tagli alla scienza la crisi legata alla pandemia riuscirà ad invertire la rotta portando i politici ad investire di più nel settore della ricerca?

La scienza è vista spesso come un mondo puramente teorico, in realtà la ricerca scientifica ha un peso importante per lo sviluppo economico di un Paese. In Italia questo settore non ha fatto che subire tagli costringendo spesso i giovani ricercatori a partire per l’estero per poter lavorare e fare ricerca.

Questo periodo di crisi potrebbe rappresentare un’occasione per investire nella scienza e segnare così una svolta? “Le briciole che rimangono forse saranno destinate alla scienza. Dobbiamo comprare le innovazioni da altri. Non fare ricerca non è soltanto una questione culturale, non fare ricerca ci rende meno competitivi sul mercato” ha sottolineato in un’intervista a Sputnik Italia Piergiorgio Odifreddi, eminente matematico, logico, saggista e accademico.

— Per anni sono stati tagliati fondi alla ricerca, questo ha comportato la famosa “fuga di cervelli”. Con questa pandemia si è tornati a parlare di ricercatori e di scienza. Piergiorgio Odifreddi, i politici e l’opinione pubblica secondo lei hanno compreso l’importanza della scienza?

— Io temo assolutamente di no, anche perché la scienza purtroppo non ha dato una grande immagine positiva di sé in Italia durante la crisi. Nel resto del mondo, per lo meno in certi Paesi, si è capito che i politici non erano in grado di gestire la situazione. C’è stata una specie di governo ombra in molti Stati, compreso il nostro, dove i tecnici e gli scienziati avevano quasi preso il comando. Mi sembra che negli Stati Uniti sia molto diversa l’immagine che gli scienziati hanno dato di sé, in particolare il famoso dottor Fauci che è sempre in televisione e tiene fronte al presidente Trump.

In Italia la scienza invece di dare un’immagine coesa e unita, ricordiamoci la scienza è una in tutto il mondo, ha mostrato virologi in televisione che dicevano cose opposte, a volte bisticciavano fra di loro e si insultavano addirittura. Questo è stato deleterio per l’immagine della scienza. Una delle vittime del Covid è anche l’immagine scientifica nel nostro Paese. L’opinione pubblica c’entra fino ad un certo punto quando si tratta di finanziamenti. In questi giorni il professore Amaldi, figlio di uno dei fisici che lavoravano insieme a Fermi in Via Panisperna, ha lanciato un appello per triplicare la percentuale del Pil destinata alla ricerca scientifica.

— Questo momento secondo lei sarebbe un’occasione per rilanciare il settore scientifico? Qualcosa cambierà dopo il Covid?

— Ne dubito perché la mia impressione è che i soldi andranno a finire in tutt’altra direzione. Il governo ha già dimostrato, con la sua indecisione nel prendere misure necessarie per contenere l’epidemia, che segue ragioni di mercato. Si deve trangugiare il ritorno dell’epidemia sull’altare dell’economia. Si è visto subito come la Fiat ha preso una bella fetta di 7 miliardi di finanziamenti dalle banche.

La vera occasione persa, non soltanto scientifica ma anche tecnologica, è che in questi tre mesi di confinamento avremmo dovuto cercare di fare un esame di coscienza sul modo in cui vivevamo prima e sui fattori che hanno favorito l’epidemia. Si è visto che il Covid è stato più mortale nei luoghi maggiormente industrializzati, l’inquinamento evidentemente è legato alla trasmissione del virus. Abbiamo anche visto come l’inquinamento è decresciuto in maniera radicale nelle settimane in cui non c’era circolazione del traffico e le fabbriche lavoravano a ritmi ridotti.

Non abbiamo ripensato al nostro rapporto con l’economia, ci siamo buttati a capo fitto nel dire che spenderemo i finanziamenti dell’Europa per riportare la situazione dov’era, magari anche verso il peggio. Le briciole che rimangono forse saranno destinate alla scienza. In realtà il virus ha avuto un impatto minore nei Paesi in cui il rapporto fra il Pil e la cifra destinata alla ricerca scientifica è più alta. Si tratta dei Paesi più tecnologici, a partire dalla Germania.

— Qual è il ruolo della scienza per il futuro di un Paese da un punto di vista economico?

— È fondamentale. Se fossimo in un Paese del terzo mondo potremmo utilizzare un sistema economico antiquato e poco legato alla tecnologia. Noi viviamo in un Paese fra i più industrializzati del mondo, e l’industria non funziona in base ai miracoli. Le innovazioni tecnologiche sono spesso guidate dalla ricerca scientifica. Non è un caso che in molti Stati a partire dalla Germania e dal Giappone, punte di diamante dello sviluppo economico, le grandi industrie hanno grandi centri di ricerca.

In Italia purtroppo viviamo di rendita, siamo al traino della ricerca che si fa altrove. Dobbiamo comprare le innovazioni da altri. Non fare ricerca non è soltanto una questione culturale, non fare ricerca ci rende meno competitivi sul mercato.

— Secondo lei in futuro un dialogo fra scienza e politica che dia risposte concrete ai problemi della società è possibile?

— In astratto è possibile. Abbiamo accennato più volte alla Germania parlando della crisi Covid. Ebbene, la Germania è stata uno dei Paesi che tutto sommato ha avuto un impatto meno critico con il virus. È un Paese più attrezzato da un punto di vista sanitario, ma non dobbiamo dimenticarci che la Germania ha un primo ministro che ha un dottorato in fisica, la signora Merkel ha fatto carriera universitaria prima di fare politica. Lo abbiamo visto anche in televisione: durante una conferenza stampa la Merkel spiegando come mai si prendessero determinate misure parlò dell’indice di diffusione del virus. La Merkel disse: “se l’indice di diffusione è 1,1 arriveremo alla capienza massima degli ospedali in tre mesi, ma se fosse 1,2 ci arriveremo fra un mese e avremo molti morti”.

I casi di politici illuminati o semplicemente istruiti con lauree diverse da scienze politiche o filosofia sono rari. Un’altra donna che aveva un dottorato in chimica era Margaret Thatcher. Era una cosa molto diversa avere la Thatcher al comando oppure Johnson. Potremmo aggiungere a Johnson anche Trump e Bolsonaro. Non è un caso che queste tre nazioni abbiano avuto il numero maggiore di morti. Trump magari è capace a fare affari, ma questi leader hanno dimostrato impreparazione. Ci dovrebbe essere più rappresentanza degli scienziati nella politica per portare una visione razionale e tecnica in un mondo, soprattutto in Italia, che è pietoso da un punto di vista culturale. L’unica speranza è andare al traino di qualcuno che se la cavi meglio di quanto possano fare i nostri poveri politici.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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