19:57 14 Agosto 2020
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La Russia ha deciso di riprendere le proprie attività in Libia sebbene per motivi di sicurezza la struttura diplomatica si trovi ancora sul territorio della vicina Tunisia.

Per comprendere meglio queste dinamiche, Sputnik ha intervistato Jamshed Boltaev, incaricato d’affari russo in Libia, il quale ha spiegato quali incarichi dovrà risolvere con maggiore urgenza il nuovo capo della missione diplomatica, quali prospettive di essere liberati hanno i cittadini russi in carcere in Libia e quali sono le possibilità che si giunga a un cessate il fuoco nel Paese in cui da 9 anni perdura la guerra civile.

— L’ambasciata temporanea russa si trova in Tunisia, ma avete in programma a breve una visita a Tripoli o a Bengasi?

— Ci tengo a sottolineare che a Tunisi ci troviamo per ragioni di sicurezza in quanto la situazione a Tripoli al momento non ci permette di recarci o di lavorare direttamente in loco. Quanto alle visite sono convinto che mi recherò in Libia, ma questo dipende non solo dalla mia volontà, ma anche dal rapporto rischi/sicurezza. Chiaramente le visite sono necessarie e io sono pronto a recarmi in Libia e a dialogare con le autorità del governo di unità nazionale e con le autorità dell’area orientale del Paese.

Intendo entrare in contatto con tutte le parti interessate e instaurare un dialogo con tutte loro, in particolare con coloro da cui dipende il destino dei nostri concittadini che al momento sono prigionieri in Libia. Ma ad oggi non abbiamo informazioni più precise circa una mia possibile visita. Sarei pronto a recarmici anche domani, ma per ovvie ragioni non posso dire quando questo accadrà per via delle restrizioni al trasporto aereo che continuano ad essere applicate in tutto il mondo.

— Le autorità libiche Le hanno già concesso tutte le autorizzazioni necessarie per svolgere la Sua attività diplomatica?

— Sì, sono in possesso di due visti, inoltre il governo di unità nazionale ha inviato al Ministero russo degli Esteri una nota attestante il loro consenso in merito alla mia nomina a incaricato d’affari. Ma non è ancora chiaro quando potrò recarmi in Libia, sebbene io lo desideri ormai da tempo: a fine novembre sono rientrato da Hurghada dopo avervi effettuato un viaggio di lavoro volto a visitare l’ambasciata. Ma la burocrazia porta via molto tempo, poi ci sono state la pausa natalizia e infine la pandemia.

— Le saranno affidate le lettere credenziali?

— No, le lettere credenziali non vengono affidate agli incaricati d’affari temporanei, ma solamente agli ambasciatori.

— Lei ha menzionato i nostri concittadini che al momento si trovano nel carcere di Tripoli. È stato conseguito qualche progresso nella loro liberazione?

— Non posso dire niente di concreto anzitutto perché di fatto non ho ancora cominciato la mia attività. In secondo luogo, le questioni relative alla liberazione di nostri concittadini rinchiusi in carceri di altri Paesi sono un tema assai complesso, delicato e di carattere riservato. Non voglio fare il passo più lungo della gamba. Ho già esperienza in merito: infatti, ho lavorato in Iraq e al consolato vi furono diversi casi di persone che per varie ragioni erano finite in carcere. L’unica cosa che posso dire a proposito dei nostri concittadini in Libia è che mi occuperò della questione il più possibile. A tutti gli incontri con i libici il ministro Lavrov e il viceministro Bogdanov sollevano sempre questo tema e ricordano la necessità di liberare i nostri concittadini in quanto questi ultimi sono trattenuti senza accuse, senza aver commesso alcun illecito.

— Non intravede ancora alcuna prospettiva di rilascio?

— Le prospettive ci sono. Ma non posso dire quando, non posso darvi garanzie perché si tratta di un Paese straniero dove, tra l’altro, è in corso una guerra.

— Sapete dove si trovano ora?

— In un carcere alla periferia di Tripoli.

— È stato comunicato che sarebbero stati portati in una qualche villa. Alcuni media hanno scritto persino che sarebbero stati portati a Istanbul…

— Non dispongo di tali informazioni. Quando ho posto queste domande all’incaricato d’affari libico a Mosca, questi ha risposto che i prigionieri si trovano nel carcere alla periferia di Mosca dove sono rimasti per tutto questo tempo e che, quando mi recherò in Libia, avrò la possibilità di vederli. Perlomeno, vige questo accordo con l’incaricato d’affari. Chiaramente, difendere propri cittadini che si trovano in prigione senza chiare accuse a loro carico è una delle missioni principali di qualsivoglia ambasciata. Mi occuperò nel dettaglio della questione. Sono stati accusati in maniera infondata di spionaggio sebbene i sondaggi d’opinione non costituiscano attività di spionaggio: si sono recati in Libia per vie ufficiali, hanno ottenuto tutti i permessi, hanno svolto la loro attività alla luce del sole, non si sono nascosti in alcun modo. Per questo, le accuse a loro carico sono infondate.

— In occasione dell’ultimo incontro con il portavoce del parlamento dell’area orientale della Libia, Aguila Saleh Issa, il ministro Lavrov ha riconfermato la disponibilità degli operatori economici russi di riprendere la propria attività in Libia qualora la situazione tornasse alla normalità. Al momento queste condizioni non sono state ancora soddisfatte? Quali settori hanno la priorità?

— Potremmo sviluppare rapporti con la Libia nello stesso modo in cui lo facevamo prima dell’inizio del conflitto. Avevamo all’attivo ottimi appalti per infrastrutture ferroviarie e nel settore petrolifero, ad esempio con Lukoil e Gazpromneft. Alcune società private hanno partecipato a progetti infrastrutturali. Al momento il fatturato tra i due Paesi si attesta a circa 170 milioni di dollari e in gran parte si tratta di piccole forniture di cereali e di materiali siderurgici. Ma questo non può essere un indicatore del nostro potenziale.

In linea di massima, ritengo che le prospettive di crescita siano positive, ma che qualsivoglia prospettiva potrà fiorire solo dopo che la situazione politica interna si stabilizzerà: ossia, quando termineranno i conflitti e ci si potrà recare nel Paese senza rischiare la propria vita. Dopodiché potremo parlare di ripristinare i viaggi e di aggiudicare nuovi appalti. Nel corso degli ultimi 2-3 anni vi sono state gare di appalto con i libici durante le quali è stato detto che siamo pronti a sviluppare i nostri rapporti economici bilaterali. Ma per farlo sono necessari un governo unito che disponga dei poteri di agire per conto dell’intero Paese e una situazione politico-militare interna stabile.

— Di recente il vicepresidente del Consiglio supremo degli sceicchi e delle antiche tribù ha dichiarato che le tribù libiche desiderano che il dialogo in merito alla ripresa delle attività dei giacimenti petroliferi ormai chiusi e dei porti riprenda sotto l’egida della Russia. Mosca è pronta a svolgere il ruolo di intermediario in questo senso?

— La Russia, in qualità di membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, è a favore del mantenimento della sovranità, dell’unità e dell’integrità territoriale della Libia e della risoluzione di tutte le controversie per via diplomatica. In merito all’iniziativa delle tribù, a mio avviso, non si può dire che la Russia la sostenga concretamente. Noi sosterremo qualsivoglia decisione finalizzata alla risoluzione del conflitto, alla pacificazione e alla creazione di organismi comuni. Pertanto, abbiamo appoggiato l’iniziativa presentata dal portavoce del parlamento Aguila Saleh Issa il quale proponeva azioni concrete per consentire di unire tutti i portatori d’interesse fra loro contrapposti.

L’iniziativa di Saleh Issa teneva conto di tutte le parti coinvolte e partiva dal presupposto che le tre regioni della Libia (Fezzan, Cirenaica e Tripolitania) scegliessero dei rappresentanti e promuovessero dei negoziati. Chiaramente prima dei negoziati ci sarebbe dovuto essere il cessate il fuoco che ad oggi ancora non c’è. Dopodiché si sarebbero dovuti formare organismi di potere unici, vi sarebbe stato un periodo di transizione con un presidente ad interim e poi si sarebbero tenute le elezioni presidenziali. La Russia sostiene quest’iniziativa. Ma è prematuro dire che la Russia appoggerà l’idea delle tribù in merito ai giacimenti o che è stato cambiato il conto a cui affluiscono i profitti della vendita di petrolio, materia prima che tra l’altro al momento non viene nemmeno esportata. Finché non si avrà una situazione politica stabile, non ha senso discutere di questi temi. La vendita di petrolio è la voce più importante tra le entrate del governo libici e sono i libici stessi a dover decidere dove conviene loro aprire i conti e in che modo esportare il petrolio.

La Russia è altresì favorevole della tempestiva nomina di un nuovo inviato speciale delle Nazioni Unite dopo le dimissioni di Ghassan Salamé. Al momento opera in loco una figura sostitutiva di nazionalità americana che svolge il suo lavoro in maniera faziosa.

— Lei ha parlato di cessate il fuoco. Oggi vediamo un tentativo delle parti di trovare un accordo?

— La Russia non solo invita le parti a cessare il fuoco, questo è il nostro obiettivo principale. Qualsivoglia negoziato è possibile solo dopo un cessate in fuoco. La questione venne trattata già quando Haftar e Sarraj a gennaio si recarono a Mosca nell’ambito dei nostri sforzi congiunti con la Turchia. Allora Haftar si rifiutò di sottoscrivere il documento, oggi Sarraj e i suoi ritengono di poter risolvere la questione militarmente. Noi insistiamo sul fatto che qualsivoglia negoziato sia possibile solo dopo il cessate il fuoco. La situazione è piuttosto complessa, dobbiamo ricordare che i vari gruppi in Libia hanno i propri interessi. Dobbiamo considerare altresì gli interessi degli attori esterni che sostengono i gruppi autoctoni. In tal senso il mio ruolo è anche quello di far sì che durante i negoziati tutte le parti coinvolte capiscano che bisogna sedersi e trovare un accordo. Ma sappiamo che non è un processo facile.

— Non è forse un vicolo cieco?

— Penso di no. Qualsiasi conflitto prima o poi si risolve.

— Russia e Turchia continuano a lavorare per conseguire il cessate il fuoco in Libia. Quest’ultimo durerà o c’è il rischio, seppur minimo, che venga interrotta la tregua?

— Alla risoluzione di questo conflitto prendono parte non solo Russia e Turchia, ma anche il Consiglio di sicurezza dell’ONU, gli USA, la Francia, l’Italia, l’Arabia Saudita, l’Egitto e diversi altri Paesi tra cui quelli confinanti. Come si diceva poc’anzi, l’obiettivo è avviare il processo con il cessate il fuoco perché, finché imperversano gli scontri armati, non sono possibili i negoziati. Non posso dire quando si raggiungerà la tregua, ma chiaramente sarà possibile. Ad oggi non sono in corso operazioni militari di ampio respiro, le parti stanno calcolando rischi e possibilità. Sì, abbiamo notizie del fatto che i gruppi armati si stanno riunendo nelle periferie di Tripoli per provare a conquistare Sirte. Ma abbiamo sentito di affermazioni analoghe anche dalla controparte. Il presidente egiziano ha anche affermato che la risoluzione della questione libica è direttamente legata alla sicurezza frontaliera egiziana. Pertanto, non sono in grado di fornire alcuna previsione.

— In merito agli sforzi profusi dagli altri Paesi per conseguire il cessate il fuoco in Libia, ritiene che il lavoro svolto si collochi a livello dell’ONU o del formato bilaterale?

— Su una pluralità di livelli. I nostri colleghi dell’ONU sono impegnati attivamente.

— Con gli USA c’è comunanza di intenti in merito alla Libia?

— Gli USA sono formalmente a favore della risoluzione pacifica dei conflitti e contro all’ingerenza di terzi. Al contempo vediamo che, ad esempio, la Turchia appoggia il governo di unità nazionale anche con l’invio di consiglieri militari in Libia. La Turchia è membro della NATO, ma all’interno dell’alleanza non sono state adottate misure decise in merito. Noi, però, possiamo trovare punti di contatto con gli USA sulla questione libica e lo faremo. Non abbiamo controversie irrisolvibili con gli USA in merito alla risoluzione della questione libica.

— Sono in corso al momento consultazioni in merito allo svolgimento della nuova conferenza internazionale sulla Libia analoga a quella che si tenne a Berlino a gennaio?

— Stando ai dati in mio possesso, al momento o comunque nel prossimo futuro non è previsto alcun evento paragonabile a quelli tenutisi a Berlino, Palermo o Mosca.

— Cosa ne pensa delle accuse mosse contro la Russia, spesso anche da politici statunitensi, riguardo alla presenza di mercenari e armamenti russi in Libia?

— Queste accuse sono infondate. Non vi sono prove e le informazioni addotte non sono affidabili. Non intendo esprimermi in merito alle accuse dei politici statunitensi, ma ci tengo a sottolineare che noi non abbiamo bombardato la Libia. Al contrario, noi offriamo ai libici collaborazione, nonché la ripresa degli appalti sulle infrastrutture ferroviarie e portuali. Ci chiedono di riprendere l’emissione di visti affinché i libici possano venire in Russia a curare patologie oftalmiche, ad esempio. I libici al momento hanno molti malati che necessitano di aiuti, in particolare umanitari. Cercheremo di aiutarli come possiamo. In tal senso la nostra posizione è molto solida: non minacceremo nessuno con la forza militare.

Quanto alle accuse invece, si consideri che la Russia da decenni esporta armi in diversi Paesi del mondo. Relativamente alle armi in Libia, fino all’introduzione delle sanzioni abbiamo esportato armamenti, ma chiaramente al momento non lo facciamo in modo da non violare l’embargo. Questo non rientra nella politica russa: ci perderemmo di più se violassimo l’embargo ed esportassimo armi alla Libia. Le perdite sarebbero maggiori dei profitti, pertanto non avrebbe senso.

Quanto invece ai mercenari, bisogna dire che in Russia vige un articolo del Codice penale il quale configura come reato lo svolgimento di attività mercenarie. Il mercenario non rappresenta lo Stato cui appartiene, è un privato cittadino che può assumere un altro privato cittadino per lo svolgimento di operazioni militari o armate. La Russia non appoggia né promuove tali attività. In merito si è espresso anche il presidente Putin. Se vi sono cittadini russi che per volere della sorte o per altre ragioni sono finiti in Libia o altrove, ciò significa che hanno deciso da soli di farlo e vengono pagati, ma facendolo violano la legislazione russa. Le accuse mosse contro la Russia come Stato sono infondate. E lo ribadisco, le affermazioni relative alla presenza in Libia di mercenari russi sono del tutto infondate. Non vi sono prove a supporto, solo accuse infondate.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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