07:23 23 Ottobre 2020
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L’estate calda per i rapporti Berlino-Washington che stanno per raggiungere i minimi storici.

Trump programma il ritiro di una parte delle truppe Usa in Germania dopo il rifiuto di Merkel all’invito degli USA per un G7 post pandemia. Si parla di un numero compreso fra 5.000 e 15.000 soldati sui 35.000 complessivi presenti sul territorio tedesco. Da sottolineare che la presenza militare Usa in Germania dura ininterrotta dalla Seconda Guerra Mondiale.

La tensione tra i due Paesi sta anche aumentando per via dell’annuncio di Washington di nuove sanzioni per chi lavora con il Nord Stream 2 che raddoppierà i volumi dalla Russia all’Europa. Dopodiché la palla passa di nuovo alla leader tedesca che durante l'intervista a Berlino il 27 giugno a un gruppo di giornali europei, ha rilasciato un severo commento sullo stato dei rapporti transatlantici: “Siamo cresciuti con la consapevolezza che gli Usa volevano essere una potenza mondiale. Se ora dovessero abbandonare questo ruolo dovremmo avviare una riflessione approfondita “.

Che cosa succede tra Merkel e Trump? E quali conseguenze potrebbe avere questa rottura sui rapporti USA-Europa durante la presidenza tedesca nel Consiglio dell’Ue? L’Ue riuscirà a riacquistare la sua indipendenza a breve e gli europei potranno finalmente essere i padroni del proprio destino? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Filippo Romeo, Analista di Vision & Global Trends.

— «I tempi in cui potevamo fare pienamente affidamento sugli altri sono passati da un bel pezzo, questo l’ho capito negli ultimi giorni. Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani». Filippo, come, a tuo avviso, dobbiamo leggere queste parole della cancelliera tedesca Angela Merkel? Perché sono state pronunciate proprio adesso, quando la Germania ha iniziato la sua presidenza?

— La pandemia ha dato un'accelerazione alla ridefinizione degli attuali equilibri internazionali ponendo l’Europa di fronte a delle scelte improcrastinabili. Tuttavia, già da qualche tempo aleggiava in ambito europeo la volontà di acquisire “maggiori gradi di autonomia”. A tal riguardo, si considerino a titolo di esempio le chiare indicazioni di Macron, espresse sin dal giorno del suo insediamento all’Eliseo, circa le posizioni che avrebbe assunto sia in ambito internazionale che europeo, ma anche le dichiarazioni sulla NATO definita in “stato di morte cerebrale”, nonché l’intenzione di tassare i giganti del web, momentaneamente accantonata a seguito di una tregua raggiunta con Trump. Segnali in tal senso si registrano anche dalle posizioni assunte da Ursula von der Leyen che più volte ha ribadito che la Commissione avrà un carattere geopolitico, nonché dal rifiuto della Merkel di partecipare al G7. Inoltre, sempre la Merkel, che per la seconda volta assume la guida del semestre Europeo, ha scelto come slogan “Make Europe Great Again”.

Pertanto, per comprendere queste dichiarazioni, potremmo utilizzare una duplice chiave interpretativa. Da un lato, vi è un’acquisita consapevolezza da parte dei leader europei dei nuovi assetti geopolitici all’interno dei quali l’Europa, per essere tale, ha bisogno di sviluppare un proprio protagonismo; dall’altro, una risposta da parte tedesca alle forti pressioni esercitate dagli Stati Uniti circa la realizzazione del gasdotto Nord Stream – 2.

— Alla luce di tali fattori, come vedi le prospettive per l'unità occidentale?

— Non è la prima volta, nel corso della storia recente, che assistiamo a frizioni all’interno del campo occidentale. Si pensi, a tal riguardo, alle posizioni di contrarietà assunte da Chirac e Schroeder nel corso della guerra in Iraq.

Parlare di rottura è azzardato, tuttavia vi sono alcuni segnali, alcuni forti altri un po’ più deboli, da registrare circa la postura che l’Europa sta cercando di assumere in ambito internazionale: il primo, è da inquadrare nel grande passo in avanti compiuto negli ultimi mesi grazie al varo di aiuti che Germania, Francia e Italia vogliono mettere in campo attraverso lo strumento del Recovery Fund. A ben vedere, infatti, tale azione, impensabile fino a qualche mese fa, non registra solo un programma di aiuti ma anche un’ambizione geopolitica che supera i meri fattori economici. Un altro elemento da porre sul tappeto, seppur si tratti di un segnale debole, è la lettera per l’Europa della difesa firmata dai ministri di Francia, Germania, Italia e Spagna. L'azione, messa in campo proprio in questa fase, potrebbe essere interpretata come un importante segnale politico tra i cui obiettivi vi è quello di giungere ad una “sovranità industriale, tecnologica e digitale”. Questa iniziativa, tuttavia, per come espresso dalle intenzioni dei suoi firmatari non intende porsi in contrapposizione alla NATO, bensì stabilire ampi spazi di cooperazione.

— Trump ha ordinato il ritiro dei 10 mila soldati dalla Germania. A tuo avviso, la riduzione del contingente USA in Germania potrebbe anche avere un effetto positivo, nel senso di convincere Berlino e gli alleati europei che è giunta l’ora di lavorare sul serio a un progetto di difesa comune, fugare i fantasmi del passato e rivedere i fondamentali della Nato che all’epoca era fatta “per tenere i russi fuori, gli americani dentro, e i tedeschi sotto”?

— L’annuncio del ritiro dei circa 10 mila militari presenti in Germania sui 34.000 complessivi, è difficile da interpretare dal momento che sono molteplici le variabili in campo -sia esterne che interne- che hanno spinto Trump nel compiere tale mossa. Secondo il parere di autorevoli esperti del campo della difesa, potrebbe trattarsi di un ribilanciamento quantitativo delle forze sempre in ambito europeo per prevenire le potenziali minacce che potrebbero interessare il fianco sud orientale. Inoltre, occorre considerare che una così cospicua presenza di uomini in Europa centrale rispondeva a delle strategie ormai superate dall’avvento di nuovi sistemi d’arma i quali, attraverso l’uso dei droni, sono capaci di muoversi e colpire in maniera molto rapida.

Non credo, pertanto, che sia questo l’elemento scatenante che possa far compiere agli europei quel grande balzo in avanti in ambito di difesa comune. Tuttavia, ha certamente contribuito a riaccendere nuovamente in Germania il dibattito sulla spinosa questione del 2% di PIL relativo alla spesa militare, su cui si sono levate numerose voci contrarie, oltre che da parte dell’opinione pubblica e dell’opposizione, anche da parte governativa.

— Secondo te, Donald Trump rappresenta l'unico ostacolo ai normali rapporti USA-Europa? Facciamo l’ipotesi che Trump perda le prossime elezioni presidenziali e che alla Casa Bianca si insedi un’amministrazione democratica guidata da Joseph Biden. A questo punto sarebbe possibile recuperare le buone relazioni di una volta?

— Gli Stati Uniti, nonostante rappresentino ancora la maggiore potenza sia in termini militari che finanziari, sono in una fase di evidente declino della loro egemonia. L’ attuale amministrazione ha, inoltre, favorito l’accentuarsi della polarizzazione interna e quindi il grado di vulnerabilità. A fronte di ciò, gli USA punteranno a difendere strenuamente il loro status e, pertanto, un eventuale avvicendamento di amministrazione manterrà invariate le minacce rappresentate dai maggiori nemici: Pechino e Mosca. Pertanto le grandi strategie rimarranno invariate.

— L’attuale presidente americano punta a bloccare il progetto della Via della Seta, escludere le aziende cinesi come Huawei dalle infrastrutture tecnologiche del G5 e contenere l'espansione cinese nel Pacifico. Mentre la Merkel vuole sfruttare il vertice con il presidente cinese Xi Jinping per definire i rapporti con la Cina. In effetti, il Vecchio Continente si trova di fronte a un dilemma difficile: aspettarsi che il regime statunitense ritroverà il mancato equilibrio oppure riorientarsi gradualmente verso il Dragone. A tuo avviso, quale opzione sceglierà l’Europa?

— Oggi il rapporto tra le forze in campo è diventato molto più fluido rispetto al passato. Credo che l’Europa, per via della sua tradizione storico culturale, nonché per le sue conoscenze e i traguardi raggiunti in ambito scientifico tecnologico, abbia tutte le carte in regola per sviluppare nuovi modelli di cooperazione, incentrati sull’incontro di civiltà, tra i popoli mediterranei, europei e asiatici al fine di trasmettere ai posteri quel patrimonio che nel corso dei secoli e dei millenni si è costituito all'interno di questi grandi spazi.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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