20:43 03 Dicembre 2020
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Molti dei beni confiscati alla mafia vertono in stato di abbandono o sono tornati nelle mani dei clan. Alcune associazioni siciliane hanno creato una mappa interattiva per tracciare gli immobili sequestrati e aprire un dibattito sul riutilizzo per fini sociali.

In Sicilia si trova oltre un terzo del totale dei beni immobili confiscati alla mafia sul territorio nazionale, non solo case, appartamenti, magazzini, ma anche terreni e aziende sottratte in via definitiva ai clan e destinate al riutilizzo per scopi sociali dalla legge Rognoni-La Torre.

In base ai dati dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni confiscati alla mafia, su un totale nazionale di quasi 34 mila la Sicilia possiede 6.362 gli immobili destinati e 6.270 quelli ancora in gestione, per un valore di 692.138.060 euro.

Tuttavia la maggior parte dei beni mobili e immobili non viene restituito alla collettività.

Beni confiscati alla mafia
© Sputnik . Clara Statello
Beni confiscati alla mafia
Infatti, sebbene secondo i dati di Libera la Sicilia sia in testa alle regioni per organizzazioni coinvolte nella gestione (204), in assenza di criteri standard di assegnazione e di una accurata pubblicità, la maggior parte dei beni confiscati restano inutilizzati, senza destinazione sociale, finendo con il cadere in uno stato di fatiscenza o, peggio ancora, tornano in possesso dei clan nonostante la confisca. Così, nella prassi, viene annullato l'effetto di quella che è una delle principali armi di cui lo Stato si è dotato per combattere la mafia.

Sputnik Italia ha approfondito l'argomento con Dario Pruiti, presidente di Arci Catania e Matteo Iannitti, dei Siciliani Giovani, che grazie alla collaborazione delle volontarie del Servizio Civile Europeo, nell'ambito della campagna "Andrà Bene", hanno creato una mappa interattiva che consente di localizzare e visualizzare gli immobili e i terreni sequestrati alla mafia per riportare la questione al primo punto dell'ordine del giorno della politica.

Com'è nata l'idea di mappare i beni confiscati

Il fine della campagna è quello di porre "principalmente un problema di consapevolezza politica – spiega Dario Pruiti di Arci Catania, – un problema visivo, plastico, dell'entità del fenomeno. E forse fotografando l'entità del fenomeno possiamo riaprire un dibattito molto serio su che cosa voglia dire".

"Abbiamo sentito prima di tutto - prosegue Pruiti- l'esigenza di capire cosa stesse accadendo, dove fossero fisicamente questi beni. Attorno alla questione dei beni confiscati sia mobili che immobili – c'è una nebulosa, e il rischio concreto è che l'orizzonte più alto disegnato dalla Rognoni-La Torre sia invalidato".

Il lavoro di mappatura riguarda, per il momento, solo la provincia di Catania. L'idea di Arci Sicilia è di estendere la mappatura a tutto il territorio regionale a cominciare da Palermo, dove si trova la maggior parte dei beni.

  • Abitazione - centro Catania
    Abitazione - centro Catania
    © Sputnik . Clara Statello
  • Abitazioni - Catania centro
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    © Sputnik . Clara Statello
  • Stabili confiscati alla mafia - Catania centro
    Stabili confiscati alla mafia - Catania centro
    © Sputnik . Clara Statello
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Abitazione - centro Catania
"La Sicilia è piena di beni confiscati – evidenzia Matteo Iannitti, dei Siciliani Giovani, che ha in gestione i Giardini di Scidà, uno dei pochi beni assegnato ad associazioni (36 su un totale di 792 sul territorio catanese), sottratto in via definitiva al clan dei Santapaola - Questi non sono divisi equamente: 8 province si dividono il 50% dei beni, perché poi solo su Palermo, abbiamo circa 3000 beni confiscati. Su Catania invece siamo attorno agli 800, quindi stiamo parlando di una quantità importante".

Le difficoltà nelle assegnazioni

I beni strappati ai boss mafiosi si mimetizzano in mezzo agli altri stabili, nelle strade del centro come delle periferia della città. Ci sono delle difficoltà oggettive nell'individuazione dei locali in cui precedentemente si organizzavano i summit dei boss e che adesso, molto spesso, si trovano in condizioni di degrado.

A pesare sulla difficoltà di individuazione e riutilizzo sono le procedure di assegnazione alle realtà che vorrebbero e potrebbero farne richiesta.

"Non esistono procedure standardizzate di assegnazione a livello nazionale. A fronte della presenza di un'agenzia nazionale dei beni confiscati, che dovrebbe di fatto gestire tutti i beni confiscati, a fronte di una miriade di beni sul territorio, di fatti non esistono delle pratiche che consentono alle singole associazioni un'assegnazione diretta, immediata, rapida", dice Pruiti.

Solo alcune settimane fa l'Anbsc ha approvato i criteri di redazione per un primo bando sperimentale, ma sinora le assegnazioni sono avvenute per via interlocuzione diretta, ridiscutendo di volta in volta i requisiti necessari.

A livello di enti locali invece, segnala Iannitti, l'assegnazione di un bene confiscato alla mafia, costituisce un problema di "consenso" nei quartieri popolari.

"Se un'associazione antimafia, arriva in un quartiere popolare e prende casa all'interno di un bene confiscato, diventa un problema per chi poi va lì a comprare i voti, per chi ha considerato quei quartieri abitati da carne da macello elettorale. Il problema vero quindi è: conviene avere una moltitudine di associazioni che all'interno di beni confiscati fanno attività sociali nei quartieri? Secondo me purtroppo, la risposta è no", osserva Matteo Iannitti.

Beni confiscati restano in possesso della mafia

"I beni confiscati che abbiamo sul territorio di Catania sono in totale abbandono, non solo quelli assegnati al comune sono abbandonati ma anche quelli affidati ad altri organi dello stato sono abbandonati", denuncia Iannitti.

Alcune situazioni sono davvero eclatanti, perché gli immobili non subendo alcun monitoraggio o controllo, tornano in possesso della criminalità che li riutilizza non solo per scopi abitativi.

E' il caso di alcuni immobili destinati ai carabinieri, nel quartiere di San Giorgio, ancora occupati dalle famiglie che avevano subito la confisca perché "banalmente nessuno aveva ancora notificato il fatto che essendo l'immobile confiscato andava immediatamente liberato", racconta Iannitti.

Un altro caso eclatante è quello di uno stabile nel quartiere San Cristoforo di Catania, trasformato in un bar abusivo. 

"Abbiamo fatto tutte le verifiche, anche con gli uffici comunali, gli uffici al commercio, tentando di capire se si trattava di una storia virtuosa di un bene confiscato che veniva riconvertito a bar, oppure di trattava di una storia meno legale. Effettivamente non solo quel bene confiscato era occupato abusivamente da non si sa chi, ma anche l'attività di bar che si svolgeva all'interno del bar era un'attività non registrata e completamente abusiva", prosegue.

San Giorgio
© Sputnik . Clara Statello
San Giorgio
E poi ci sono i tanti immobili confiscati nei quartieri ad alta densità criminale, rioccupati dalle famiglie che vi abitavano prima o trasformati in nascondigli per la droga.

Un vero e proprio "capovolgimento della realtà", commenta Iannitti, "che non solo rende irrilevante la confisca, ma produce un danno sociale enorme. La ratio della legge è quella di danneggiare la mafia, laddove ha il suo interesse maggiore, ovvero i soldi ovvero la proprietà, di trasformare i beni dei mafiosi in beni di cui potessero usufruire tutti, in beni utili alla società, in realtà noi siamo nel controsenso in cui il bene che prima apparteneva a una famiglia mafiosa era ben tenuto mentre adesso che è stato sequestrato si trova deturpato. Emerge non solo che la mafia ha vinto, ma che lo stato ha clamorosamente perso".

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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