20:10 13 Agosto 2020
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Coronavirus in Italia: riaprono i confini con l'Ue (104)
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Il tasso di disoccupazione sale attestandosi al 7,8%, a pagare maggiormente per la crisi dovuta al Covid sono le fasce più deboli: le donne, i giovani e chi è in possesso di un contratto temporaneo.

Con la fine del lockdown, come rilevano i dati Istat, aumentano le persone in cerca di un lavoro, ma le imprese si trovano in forte difficoltà ad assumere personale. A soffrire particolarmente per la crisi sono i giovani e le donne, i lavoratori con contratto a tempo determinato.

L’emergenza Covid come si riflette sul mercato del lavoro? Quali prospettive si vedono all’orizzonte con una possibile seconda ondata? Ne abbiamo parlato con Francesco Seghezzi, presidente Fondazione Adapt (Associazione fondata nel 2000 per promuovere studi e ricerche nell’ambito delle relazioni industriali e di lavoro).

— Qual è stato l’impatto del Covid sul mercato del lavoro e quali sono le prospettive con una possibile seconda ondata di epidemia?

— L’impatto in Italia è stato mitigato dal blocco dei licenziamenti, quindi gli effetti negativi si sono concentrati sulle fasce non protette da questo blocco, ossia chi era in possesso di un contratto a termine. Nel momento in cui scadeva il contratto non veniva rinnovato. Parliamo di oltre 300 mila occupati in meno da marzo a maggio.

Con una possibile seconda ondata, se questa sarà segnata dalle chiusure aziendali come è successo nella prima fase del lockdown, si metterebbe una pietra sopra l’economia italiana. L’aspetto principale secondo me è capire quando verrà meno il blocco dei licenziamenti, è probabile allora osservare un impatto molto forte sul mercato del lavoro con delle conseguenze negative di riassestamento. Alcune aziende non potranno più sostenere certi costi perché la domanda è calata e saranno costrette ad intervenire con un taglio degli occupati. Vediamo segnali di ripresa, ma non in tutti i settori e non tali da riportarci ai livelli precedenti.

— Cresce il numero di disoccupati, ma non c’è una risposta da parte delle imprese che non assumono più. In teoria quindi i disoccupati non faranno che aumentare se non si interviene?

— Ci sarà un importante aumento della disoccupazione. Le persone finito il lockdown cercano lavoro, ma allo stesso tempo le imprese hanno difficoltà ad assumere perché la domanda non è in grado di generare un ciclo espansivo del mercato.

— Quali sono le fasce più colpite da questa crisi del lavoro?

— Sicuramente le persone che hanno un contratto temporaneo. Ovviamente i giovani, laddove c’è un blocco delle assunzioni i giovani per primi vengono impattati e pagano più di tutti le conseguenze. Anche le donne vengono colpite, oltretutto hanno sulle loro spalle il peso di una difficile conciliazione fra scuole chiuse e carico lavorativo. Tante volte le donne decidono di smettere di lavorare purtroppo, perché non ci sono le condizioni per supportarle in questa situazione complessa.

— Sempre più donne ora cercano un lavoro: sono state le prime a perdere il lavoro o semplicemente ora per arrivare alla fine del mese anche le donne che non lavoravano prima si sono messe alla ricerca di un impiego?

— È una dinamica che abbiamo già visto con la crisi precedente. In Italia hanno lavorato sempre poche donne. Durante la precedente crisi i mariti hanno perso il lavoro e quindi le donne hanno cominciato a cercare un lavoro. Nella situazione attuale le donne sono state indebolite dal fatto che tanti lavori, come i servizi alla persona, sono stati duramente colpiti, si tratta di lavori con forte prossimità e vicinanza fra persone. Vi è una importante incidenza di donne con contratti temporanei, per prime quindi sono state messe in difficoltà.

— Come si può risolvere questa situazione? Quali politiche potrebbero essere in grado di invertire questa preoccupante rotta?

— Credo che occorra individuare alcuni settori chiave in cui pensiamo l’economia possa riprendersi generando lavoro. Bisogna facilitare gli investimenti sia pubblici sia privati in questi settori, non va fatta una cosa generalizzata. Vanno identificati quindi i settori dove il nostro Paese può essere più competitivo, in parallelo bisogna lavorare molto su aspetti come la formazione per far sì che i lavoratori in cassa integrazione abbiano competenze maggiori di quelle che avevano inizialmente.

— Abbassare le tasse alle imprese per incentivarle ad assumere?

— Costa molto. Si potrebbero abbassare le tasse agli imprenditori che decidono di tenere aperte le imprese e non usare la cassa integrazione. Il numero sarebbe inferiore e favorirebbe il lavoro e non la cassa integrazione, un’attività costosa e improduttiva. Certe imprese hanno timore di smettere la cassa integrazione, ma se fossero aiutate nel corso del lavoro potrebbero rischiare di più e riaprirsi al mercato.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tema:
Coronavirus in Italia: riaprono i confini con l'Ue (104)
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