08:08 23 Ottobre 2020
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"Mi dispiace dirlo ma con questo ambiente e in queste condizioni, il peggio deve ancora arrivare. Un mondo diviso aiuta il virus a diffondersi", - lo ha detto il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

In Italia invece gli esperti si sono divisi su una possibile seconda ondata. Alcuni, come il virologo Andrea Crisanti, sostengono che con i nuovi focolai si rischia un lockdown. E secondo un altro gruppo degli scienziati, al quale appartiene il primario del San Raffaele di Milano Prof. Alberto Zangrillo, “il Covid non ci fa e non ci farà più paura”.

Il virus sta davvero perdendo la potenza oppure questa volta ha ragione l’Oms? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Matteo Bassetti, l’insettologo, direttore della clinica Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova.

— Prof. Bassetti, in questo momento c'è uno scontro nella comunità scientifica. Una parte dei virologi firmano un documento sostenendo che i dati ospedalieri consentano di affermare che il coronavirus è, oggi, meno aggressivo. Altri insistono che il virus c’è e non è sparito. E Lei a quale gruppo appartiene: agli ottimisti o ai pessimisti? Il Covid in Italia è finito?

— Come il primo firmatario di quel documento, io credo che dal punto di vista clinico sia cambiato qualcosa negli ultimi tre mesi. Cioè, la presentazione dei pazienti nei nostri pronti soccorsi in questo momento è molto diversa da quella che avevamo a marzo-aprile, quando le persone morivano facilmente. Sono convinto che oggi i malati siano meno gravi, meno critici di quanto fossero all'inizio dell’emergenza. Nonostante il coronavirus, le persone sopravvivono. Per cui, per quanto riguarda l'evoluzione della malattia, sono ottimista. Ma io comunque non dico che è finito tutto, dobbiamo ovviamente avere ancora cautela.

— Non Le preoccupano i nuovi focolai che stanno pian piano conquistando tutto il territorio nazionale?  

— Nuovi focolai non vogliono dire nuovi pazienti che vanno in ospedale. Probabilmente ci fossero anche prima, a gennaio, febbraio, marzo, quando non eravamo in grado di identificarli e di fare così tanti tamponi. Oggi in Italia per fortuna abbiamo possibilità di fare tanti tamponi, di intercettare i focolai e spegnerli molto rapidamente. Secondo me, se questi focolai, che non sono dei malati, ma sono dei soggetti asintomatici che hanno il tampone positivo, possono essere circoscritti e spenti subito, pare che questo sia il modo migliore per affrontare la nuova fase. Da medico non mi preoccupano i focolai con 100 persone positive di cui nessuno va in ospedale, mi preoccupa di più, quando ho 10 casi e tutti 10 finiscono in pronto soccorso.     

— A Suo avviso, con l'arrivo del caldo, è ancora indispensabile mettere le mascherine? Quali misure devono essere rispettate senza se e senza ma?

— Secondo me, soprattutto in estate, la cosa più importante rimane il distanziamento fisico. Se vai al mare e in giro con la mascherina, fra un ora muori di calore. Perciò bisogna cercare di non avvicinarsi troppo alle persone estranee e di mantenere la distanza di un metro, che non mi pare sia una cosa così difficile. Inoltre, visto che oggi le persone vivono più all'aria aperta, dove il virus non trova il terreno molto fertile, anche questo potrebbe essere un buon strumento per gestire la situazione.

— Secondo il consigliere del ministro della Salute e professore ordinario di Igiene generale e applicata all'Università Cattolica Walter Ricciardi “in autunno virus si diffonderà tra i giovani, che diventeranno i vettori, i portatori di questa infezione e il problema sarà che, a causa della mancanza di misure di sicurezza da parte dei ragazzi, lo trasmetteranno a nonni e genitori e rivedremo di nuovo la pressione sul sistema sanitario”. Cosa ne pensa? A Suo avviso, il virus tornerà in autunno?

— Io penso che oggi fare delle previsioni di quello che succederà ad ottobre-novembre, sia esattamente come dire che tempo ci sarà a Ferragosto. Non credo che sia possibile prevederlo. Per cui, quello che è sicuro che noi con questo virus ci dovremo imparare a convivere.

Comunque io non credo che noi avremo un’ondata come quella che abbiamo avuto a marzo, perché siamo più bravi, perché negli ospedali sappiamo riconoscerlo prima, e perché oggi questo virus è molto diverso da quello che avevamo all’inizio dell’emergenza. Per cui, io eviterei di fare pressing sul popolo, perché quando si fa terrore, come qualcuno lo sta facendo, succedono i fatti come in Campagna, dove la gente fa la guerra uno contro l'altro, infetto contro non infetto. Bisogna stare molto attenti a lanciare dei messaggi che sono troppo terrorizzanti. Io credo che in Italia bisogna invece trovare il modo giusto di comunicare le cose. Non si può aspettare che la gente imparerà a difendersi se sentirà “altrimenti morirete tutti di Covid”. Gli italiani non sono un popolo degli scemi, gli italiani vogliono sentirsi dire le cose come stanno. Per cui dobbiamo solamente comunicarli che oggi si muore di meno, anzi oggi non muore più nessuno, perché quelli che stanno morendo ancora in questo periodo sono le persone che si sono infettate tre mesi fa. Oggi è una infezione diversa. Questo non vuol dire che il virus è finito, il virus c'è ancora ma è evidente che la manifestazione clinica degli ultimi casi è profondamente diversa da quella che avevamo qualche mese fa.  

— Per alcuni i Suoi colleghi l'Italia rischia per i casi all'estero. Anche Lei pensa che ci vuole poco a riaccendere la miccia del virus?

— Secondo me, è un argomento molto importante. Io credo che bisognerebbe avere il coraggio di sottolineare bene questo aspetto. In questo momento noi siamo probabilmente uno dei Paesi più virtuosi d'Europa, forse il più virtuoso, e adesso è arrivato il momento di insistere sulla necessità di fare la quarantena per le persone che arrivano da un Paese dove l'infezione non è controllata.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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