21:32 12 Luglio 2020
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Il coronavirus fa male anche all’ambiente. Da una parte l’effetto lockdown, grazie al blocco dello smog e delle industrie, ha aiutato il Pianeta a respirare un po’, dall'altro – sembra che il più grande virus sulla terra resti ancora il comportamento umano.

L'utilizzo e ricambio irresponsabile di mascherine e guanti usa e getta potrebbe avere delle conseguenze disastrose e causare l’emergenza collaterale dei rifiuti da Covid-19. Tonnellate di oggetti utilizzati per contenere i contagi non vengono differenziati o smaltiti correttamente.

Che effetto ha avuto l’emergenza Covid sull'inquinamento e sull'ambiente? Sono due problemi separati o sono invece due facce della stessa medaglia? Per un approfondimento Sputnik Italia si è rivolto al Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia Alessandro Giannì.

— Dott. Giannì, le restrizioni adottate nei primi mesi di lockdown hanno portato ad un calo dei voli e del traffico e naturalmente si parlava molto dell'impatto positivo del virus: meno smog, gli animali selvatici che vagano liberi per le città deserte, i cigni che appaiono nei canali di Venezia. Cosa dicono a questo proposito i vostri studi che coprono il periodo marzo-aprile 2020?

— Greenpeace Italia non ha effettuato studi e/o monitoraggi specifici rispetto alla qualità dell’aria nelle città italiane nel periodo indicato (marzo/aprile 2020). Esiste una rete di rilevamento, nelle principali città italiane, che mostra con nettezza una diminuzione degli inquinanti nell'aria, in particolare gli ossidi di azoto (NOx) che è notoriamente associato nelle aree urbane con le emissioni dei motori diesel. Un’area particolarmente delicata per queste problematiche è quella della Pianura Padana in cui è stata rilevata una riduzione del 40% degli NOx e del 14% del particolato primario (PM 10). Tuttavia, è bene ricordare che non tutte le emissioni dipendono dal consumo di fonti fossili, come riferito da una ricerca di Greenpeace Italia in collaborazione con ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che ha reso nota l’importanza dell’ammoniaca rilasciata dagli allevamenti intensivi per la formazione del particolato secondario (PM 2.5). Tra l’altro, mentre l’inquinamento dai trasporti tende a diminuire negli ultimi anni, il contributo dagli allevamenti alla produzione di PM2.5 è passato dal 7% (1990) al 17% (2018) a livello nazionale (con picchi durante gli eventi critici che in regioni come la Lombardia arrivano al 50%).

— Adesso, quando il mondo sta piano piano tornando alla normalità con la riapertura di imprese e di frontiere, come, a Suo avviso, bisogna coniugare attività commerciale con quella ambientale per rispettare sia gli interessi della natura, sia delle popolazioni e delle aziende che non possono per ovvi motivi stare in isolamento per sempre?

— La pandemia ha colto di sorpresa tutti, ma soprattutto chi da anni ignora gli allarmi che il Pianeta ci invia. Sono decenni che le conseguenze del cambiamento climatico sono note, come sono decenni che sappiamo che distruggendo le foreste rischiamo seri contraccolpi, compresa l’esplosione di pandemie (e il sars-cov-2 non è certo il primo esempio). Se c'è una cosa da capire dalla dura lezione di questa pandemia è che non possiamo continuare a ignorare gli avvertimenti degli scienziati indipendenti e che dobbiamo agire con urgenza e in maniera coordinata e globale. È di questi giorni la notizia che le temperature in Siberia hanno toccato i 38°C. Dobbiamo imparare a non sprecare le risorse del Pianeta, puntare rapidamente sulle fonti rinnovabili e lasciare sottoterra carbone, petrolio e gas fossile e collaborare per affrontare problemi collettivi. Greenpeace Italia ha presentato uno scenario che dimostra come l’Italia può rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, evitando un aumento delle temperature che superi 1,5°C. È possibile, ma dobbiamo sbrigarci. Tutti, non solo l’Italia ovviamente.

— L’uso quotidiano di mascherine e di quanti gettati (la maggior parte non biodegradabile e monouso) un po’ovunque ha sollevato la questione dello smaltimento di questi strumenti di protezione che potrebbero finire nel mare. Come bisogna agire per proteggere il Mediterraneo e per gestire meglio questa emergenza nell'emergenza?

— La pandemia, come tutte le crisi, è anche un’occasione che chi vuole fare soldi a spese della salute del Pianeta cerca di sfruttare: dappertutto si sono sollevati proclami sull’importanza dei materiali usa e getta per “difenderci” dal coronavirus. È una menzogna che è stata rigettata ad esempio da una dichiarazione sottoscritta da oltre 100 esperti di salute pubblica e ricercatori che confermano come gli imballaggi usa e getta non sono affatto più sicuri di quelli riutilizzabili e che, se si rispettano le basilari regole di igiene, anche i sistemi basati su prodotti sfusi e ricarica sono assolutamente sicuri. Quindi, per evitare di affogare in un mare di plastica, dobbiamo interrompere la logica dell’usa e getta, a cominciare dalla (ma senza limitarsi alla) plastica. La verità, è che non possiamo più permetterci stili di vita spreconi e pericolosi. Non abbiamo né le risorse né la possibilità materiale di poter gestire quest’enorme mole di scarti. Anche le attività di riciclo, seppur doverose, hanno limitazioni notevoli e non potranno da sole risolvere la questione.

— C'è un altro rischio - lo scioglimento di ghiacci e ghiacciai che potrebbe rilasciare virus molto antichi e pericolosi. Nel gennaio 2020, per esempio, un team di scienziati cinesi e statunitensi ha comunicato di avere rintracciato all’interno di campioni di ghiaccio di 15 mila anni fa, prelevati dall’Altopiano tibetano, ben 33 virus, 28 dei quali sconosciuti. Condivide questa preoccupazione? Lo scioglimento del ghiacciaio Presena potrebbe, a Suo avviso, causare danni paragonabili?

— Dalle informazioni pubblicamente disponibili, questo rischio si sarebbe purtroppo già concretizzato con una vittima nell’agosto 2016 nella Penisola di Yamal. È sempre difficile quantificare questi rischi, analizzati dalla comunità scientifica. Per il ghiacciaio Presena, la riduzione è da 82 ettari nel 1961 a circa una ventina oggi, la situazione è critica come per molti altri ghiacciai alpini. Il Presena è stato oggetto di un tentativo, laborioso e dispendioso, di protezione tramite teloni protettivi (che schermano i raggi solari). Non siamo in grado di stimare un rischio sanitario per i ghiacciai italiani (non ci sono dati in merito) ma la velocità della diffusione dell’ultima pandemia rende irrilevante la questione: oggi, molto più di ieri, gli agenti patogeni sono rapidamente dispersi a livello planetario dai traffici di merci e persone. Che il virus venga fuori da un ghiacciaio alpino, tibetano o artico farebbe probabilmente una differenza relativa (a parità di capacità infettiva).

— Secondo Lei, cosa serve per la vera ripresa post Covid-19 dal punto di vista ambientale?

— Serve capire che il Covid è un segnale. Che il Covid di questo Pianeta è la nostra cupidigia distruttiva e serve imparare la dura lezione della pandemia: agire in fretta, cooperando tutti quanti. Senza cooperazione e solidarietà non risolveremo questi. È chiaro che ci siamo illusi, cullati da una falsa sicurezza. Adesso, dovremmo aver capito che un ambiente sano e strutture di welfare adeguate sono molto più efficaci, in termini di sicurezza, di bombe, carri armati e aerei e navi da guerra. Adesso, dobbiamo intervenire per difendere l'unico Pianeta che abbiamo. Non possiamo star bene in un Pianeta malato.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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