02:40 09 Luglio 2020
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I caccia F-35 italiani sono nuovamente schierati in Islanda con il compito di salvaguardare l’integrità dello spazio aereo della NATO. L’Aeronautica Militare italiana partecipa regolarmente alle operazioni NATO facendo dell’Italia uno dei Paesi più disponibili per le missioni estere dell’Alleanza Atlantica. A che pro?

Gli F-35A dell’Aeronautica Militare appartenenti al 32esimo Stormo di Amendola si sono rischierati per la seconda volta in Islanda per difendere i cieli della nazione insulare nell’Atlantico. In realtà l’aviazione italiana partecipa con grande regolarità a molteplici missioni NATO in giro per il mondo.

Anche se il Belpaese non ha raggiunto la soglia del 2% per le spese militari, come vorrebbe Washington, si fa comunque ben volere dagli americani garantendo una grande disponibilità per le missioni all’estero. Occorre ricordare inoltre la presenza di numerose basi americane sul suolo italiano. “Se l’Italia vuole spendere relativamente poco deve pagare uno scotto, deve essere sottoposta anche alle decisioni del consesso generale della NATO”, sottolinea in un’intervista a Sputnik Italia Mirko Molteni, giornalista, esperto di storia e argomenti militari.

— Gli F-35 italiani sono tornati in Islanda per garantire la difesa aerea. Mirko Molteni, da chi difendere l’Islanda? Qual è il peso di questo impegno italiano?

— È la seconda volta che gli F-35 italiani vengono dislocati in Islanda nell’ambito di una missione NATO denominata Interim Air Policing. In sostanza per quei Paesi NATO che non dispongono di una propria difesa aerea con caccia intercettori viene disposta una difesa per procura effettuata da contingenti delle aviazioni degli altri alleati a rotazione.

Gli F-35 italiani erano già stati dislocati qui nel 2019. L’aviazione italiana ha partecipato ad altre missioni del genere con caccia Eurofighter Typhoon in Albania, in Montenegro e nei territori degli Stati Baltici. L’Islanda e i Paesi Baltici sono i margini esterni del territorio geografico della NATO. L’Islanda si trova lungo le rotte di passaggio che seguirebbe la flotta russa di superficie e anche con i sottomarini per passare dal Mare Glaciale artico all’Oceano Atlantico. Anche lo spazio aereo artico fra l’Islanda, la Norvegia e le Isole Britanniche è spesso percorso dai bombardieri strategici a lungo raggio russi come il Tu-160. Rimanendo nello spazio aereo internazionale si spingono in questa zona di passaggio fra l’Artico e l’Oceano Atlantico.

Ovviamente non si tratta di una minaccia incombente, però la NATO tramite queste operazioni tiene pronti 24 ore su 24 i propri equipaggi. In questi giorni per quanto riguarda gli Stati Baltici è il turno della Royal Air Force britannica, che ha inviato in Estonia, Lituania e Lettonia delle squadriglie con gli Eurofighter Typhoon. È una turnazione continua sui territori di questi Paesi lungo i confini dell’alleanza.

— Qual è il valore strategico e diplomatico per l’Italia di questi impegni nei confronti della NATO?

— Per l’Italia rendersi disponibile a tutta una serie di missioni ha un notevole ritorno: la spesa militare italiana può mantenersi relativamente bassa, perché c’è un’alleanza su cui contare e l’Italia non deve pensare da sola alla propria sicurezza. Quando l’Italia era una potenza indipendente non legata a una specifica alleanza come la NATO, come per esempio negli anni ’30, spendeva in spese militari oltre il 10% del pil. Oggi l’Italia può permettersi di spendere per le forze armate solo l’1,3% del pil, perché può delegare in gran parte la propria sicurezza agli alleati più forti, cioè gli Stati Uniti. Questo ha un prezzo in termini di sovranità, perché anche la presenza di basi militari statunitensi sul nostro territorio pone dei limiti all’Italia.

È vero che gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno cominciato a pretendere agli alleati della NATO un impegno a portare la spesa militare almeno al 2% del pil. L’Italia è ancora lontana da questa soglia, però la sua posizione viene vista con maggior benevolenza a Washington, perché gli italiani sono più disponibili rispetto ad altri Paesi a missioni di pace o di stabilità in giro per il mondo. Gli americani non sono così accondiscendenti verso la Germania perché la Germania è lontana dal 2% e non è così propensa a partecipare a missioni internazionali.

— Parlavi di limitazioni di sovranità. Nel concreto come si traduce in termini politici?

— L’Italia essendo parte di un’alleanza ovviamente sarebbe costretta dall’articolo 5 dell’Alleanza a partecipare ad un conflitto generale contro uno Stato che dovesse attaccare un membro della NATO. Parliamo del pilastro dell’Alleanza Atlantica. Dal punto di vista degli obblighi internazionali l’Italia può razionalizzare le spese per la difesa, però niente viene regalato. Se l’Italia vuole spendere relativamente poco deve pagare uno scotto, deve essere sottoposta anche alle decisioni del consesso generale della NATO.

Dobbiamo avere delle basi americane sul nostro territorio, ormai esistono da 70 anni. Finché ci sarà la NATO ci saranno le basi americane sul territorio italiano. Alcune armi nucleari di proprietà americana possono essere utilizzate su ordine americano anche da militari italiani, possono essere sganciate da aerei italiani. Anche la NATO, come tutti i fenomeni storici, avrà una sua fine, seppure non si possa dire in quali tempi. Si notano delle fratture nella NATO.

— Cioè?

— Vediamo la tensione fra Stati Uniti e Germania sia per il fatto che secondo gli americani la Germania non spenda abbastanza in Difesa, ma anche perché gli Stati Uniti criticano la Germania per la questione del gas russo. In questi giorni gli americani hanno preannunciato che ridurranno di molto la loro presenza di truppe in Germania per spostarli in Polonia. In questo momento agli americani interessa di più rinsaldare il legame militare con la Polonia, che è a diretto contatto con il territorio russo di Kaliningrad. La stessa Polonia spende per la Difesa molto più della Germania in termini percentuali. Per non parlare della Turchia che sta portando avanti il suo gioco in Libia, il tutto in una situazione di tensione con la Grecia, anche essa membro della NATO.

— Durante l’emergenza Coronavirus in Italia non bastavano i fondi per la sanità, ma le spese della Difesa italiana non si sono mai fermate. Perché?

— Anche questo è un prezzo da pagare. L’emergenza del Covid ha messo sotto pressione una sanità italiana su cui i precedenti governi avevano tagliato risorse, fin dagli anni ’90. Nel frattempo siccome le tensioni geopolitiche non sono cessate con l’epidemia, pensiamo alla Libia, bisognava quindi dedicare una parte delle risorse pubbliche anche al settore della Difesa per mantenere l’operatività dei mezzi sopra un certo livello e per non cessare le missioni internazionali. Che sia la guerra civile in Libia o il terrorismo si tratta di fenomeni attuali nonostante il Covid. L’epidemia si è aggiunta ad una serie di crisi già esistenti.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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NATO, Italia
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