19:30 12 Luglio 2020
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La pandemia sta aumentando le disuguaglianze sia a livello economico che a quello sociale.

Secondo i dati dell’Istat, ben oltre 400 mila italiani hanno perso lavoro tra marzo e aprile, mentre gli inattivi (coloro che non hanno lavoro e hanno smesso di cercarlo) sono aumentati di 746 mila unità. Le categorie che hanno subito gli effetti della pandemia sono tre: donne, giovani e lavoratori con contratto a termine.

L'epidemia di coronavirus ha fatto salire di oltre un milione i nuovi poveri che nel 2020 hanno bisogno di aiuto anche per mangiare. È quanto stima Coldiretti, osservando un aumento del 40% delle richieste di aiuti con fondi Fead distribuiti da associazioni caritatevoli.

Quali effetti sta avendo la recessione da Covid sulle diseguaglianze in Italia? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto il Prof. Gian Maria Fara, Presidente Eurispes-Istituto di ricerca degli italiani.

— Professor Fara, a Suo avviso, come la pandemia rimodellerà la società italiana? E qual è la Sua fotografia dell’Italia post-Covid?

— Le società, non solo quella italiana, stanno sperimentando un’esperienza universale tragica e sconosciuta. Nessuno si è potuto dire pronto, nessun paese ha saputo effettivamente mettere in campo risposte immediate e risolutive per far fronte all’emergenza sanitaria. Siamo di fronte ad una situazione ancora completamente aperta e inesplorata sotto molti punti di vista, i contraccolpi di quanto ancora sta accadendo oggi si potranno vedere nella loro massima espressione solo nei prossimi mesi. Certamente la pandemia e i suoi risvolti sono destinati ad incidere profondamente nella mentalità delle persone.

L’Italia, ma più in generale il modello occidentale, si trova inoltre davanti ad un’ulteriore profonda e drammatica prova perché́ si sono saldate insieme crisi economica, crisi sociale e crisi della politica e delle Istituzioni, che non sono ancora riuscite a fare un fronte comune per trovare soluzioni condivise per traghettare il Paese nella fase post-Covid. Ci troviamo dunque nel mezzo di una vera e propria “tempesta perfetta”.

Dobbiamo ripartire dal concetto secondo cui nessuno basta a sé stesso. La complessità non ammette sconti e ci sfida in una partita nuova nella quale si vince solo se si è capaci di giocare in squadra.

— A Suo avviso, il coronavirus andrà ad approfondire le disuguaglianze già presenti a livello nazionale e locale?

— Solo qualche anno fa l’Eurispes stimava che in Italia vi siano almeno 8 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Una più accentuata concentrazione della ricchezza nelle possibilità di un gruppo sempre più ristretto di persone, un aumento delle diseguaglianze e delle disparità, e questo non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale e culturale. Il rischio di un degrado collettivo e di un sempre maggiore divario tra classi sociali, e anche tra aree differenti all'interno del Paese, è quanto mai reale.

Gli indicatori e i più recenti dati diffusi dall'Istat tendono poi a concentrare nel Mezzogiorno la presenza di sacche di disagio più ampie. Se questo in parte è vero, si tratta comunque di risultati che fotografano un'Italia pre-Covid e, quindi, ci restituiscono un'immagine parziale della situazione italiana, che nel frattempo possiamo senza dubbio indicare, ad economia ferma, in peggioramento. D’altro canto, occorre considerare che anche il Nord, da diverso tempo, soffre e anche qui vi sono territori che esprimono disagio socio-economico.

A preoccuparmi maggiormente, quando si parla di povertà, è il progressivo indebolimento dei ceti medi. Un fenomeno che segnaliamo da qualche decennio.

I ceti medi rappresentano una delle questioni fondamentali per il futuro della società italiana: così come Napoleone considerava i sottufficiali la spina dorsale dell'esercito, dobbiamo renderci conto che i ceti medi sono la spina dorsale della democrazia.

Sino a pochi anni fa la classe media era uno stabile e strategico ammortizzatore delle tensioni economiche e sociali e garante di un sistema in grado di assicurare la mobilità sociale dal basso verso l’alto, accogliendo i nuovi arrivati e ampliando progressivamente le sue fila. Ormai, appartenervi non solo non è più un privilegio ma significa, da una parte, consegnarsi all’incertezza e al disagio dal punto di vista delle aspettative per il futuro e della preoccupazione per la stabilità lavorativa; dall’altro, essere al centro di politiche ostili e punitive come quelle sulla casa o sulla tassazione o vittime designate dello smantellamento dello stato sociale. Alla proletarizzazione dei ceti medi si unisce oggi una loro “progressiva pauperizzazione”. 

Gli appartenenti al ceto medio provengono dal mondo delle libere professioni: sono gli artigiani fattisi imprenditori e vittime della burocrazia, i commercianti annichiliti dalla contrazione dei consumi, gli impiegati che vedono quotidianamente ridursi il potere d'acquisto delle proprie retribuzioni, gli insegnanti condannati a stipendi da fame o a un precariato permanente, gli appartenenti alle Forze dell'ordine costretti al doppio lavoro per poter sopravvivere, e tanti altri ancora sui quali si scarica una pressione fiscale ormai insopportabile. Tutti questi meccanismi già in atto si sono acuiti a causa della pandemia e della chiusura dei confini internazionali e delle economie determinando una situazione potenzialmente esplosiva.

— Secondo una stima della Coldiretti, effettuata sulla base di coloro i quali hanno beneficiato degli aiuti alimentari, è aumentato di oltre un milione il numero delle persone che non hanno di che sfamarsi. Pensa che questo dato allarmante potrebbe aumentare il rischio delle tensioni sociali?

— La crisi riconducibile al Covid-19 ha, di fatto, bloccato in gran parte l'economia ufficiale, quasi del tutto l'economia sommersa che negli ultimi decenni è stata un vero e proprio ammortizzatore sociale. Il sommerso ha consentito a milioni di famiglie monoreddito di integrare le entrate familiari attraverso lavori occasionali o anche stabili non dichiarati. Numerose altre famiglie, che non possono contare sul lavoro ufficiale di almeno uno degli appartenenti, sopravvivono grazie all'arte di “arrangiarsi” messa in atto dai diversi componenti della famiglia che, faticosamente, riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. Con le riaperture sicuramente si è riattivato in parte anche il sommerso, ma i danni della chiusura si sono già riversati anche sull’economia “sana”. Per questo, e per molti altri fattori collegati o complementari, le povertà aumenteranno e con esse il rischio di ondate di protesta e tensioni sociali.

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