08:11 18 Maggio 2021
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La pandemia COVID-19 non è solo una minaccia per la salute fisica, bensì influenza drasticamente anche la salute mentale.

A lanciare l'allarme sulla sofferenza correlata a Covid sono gli esperti dell’Oms. “L'impatto della pandemia sulla salute mentale delle persone è già ora estremamente preoccupante. L'isolamento sociale, la paura del contagio e la perdita di familiari sono aggravati dall'angoscia causata dalla perdita di reddito e, spesso, dell'occupazione", – lo ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della sanità.

Sara Reginella
© Foto : Sara Reginella
Sara Reginella
Quale è il costo nascosto del lockdown? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Sara Reginella, Psicologa a indirizzo clinico e giuridico e psicoterapeuta sistemico-relazionale.

— Sara, secondo l'analisi dell'Oms la pandemia di Covid-19 potrebbe scatenare "un massiccio aumento dei casi di malattia mentale nei prossimi mesi”. Condividi questa preoccupazione? C’è un rischio anche per l’Italia?

— Condivido in pieno questa affermazione e, a partire anche dalla mia personale esperienza, posso confermarla, avendo riscontrato dopo il lockdown un’impennata di casi di persone che hanno necessitato di cure psicologiche. La situazione è allarmante. Nel fascicolo redatto dalla commissione ONU “Covid-19 and the need for action on mental health”, si sottolinea come si parta da una situazione già precaria: nel mondo, più di 264 milioni di persone soffrono di depressione e vi è a disposizione “meno di un professionista” della salute mentale ogni diecimila individui. Le problematiche psichiche conseguenti alla pandemia sono dunque andate a colpire contesti già critici sia dal punto di vista della salute mentale della popolazione mondiale sia dal punto di vista delle risorse professionali a disposizione per intervenire terapeuticamente. La situazione è critica anche per l’Italia, in quanto il nostro paese non è escluso dal quadro descritto dall’Oms.

— A tuo avviso, quali fattori hanno avuto ripercussioni più pesanti sul benessere mentale degli italiani?

— L’isolamento sociale, la paura del contagio e i lutti hanno sicuramente inciso, ma credo che una problematica psicologica sottostimata sia connessa alle paure potenti legate alla crisi economica aggravatasi con la pandemia. Se non verranno fornite maggiori misure di sostegno psicologico gratuite, sarà più complesso per chi non ha risorse economiche superare la sofferenza psichica connessa alla minaccia di bisogni di sicurezza dovuti alla perdita del lavoro. Attualmente, le paure sono dunque connesse anche a difficoltà economiche quali: arrivare a fine mese, assicurare un pasto ai propri figli, garantire loro un tetto sotto cui vivere. Queste situazioni sono devastanti sotto il profilo psichico e si connettono ad angosce ataviche collegate a minacce per la propria esistenza. Ad oggi, molte persone si trovano in gravi difficoltà. Altre ancora, mi duole dirlo, sono state sottoposte durante il lockdown a forme di sfruttamento: si pensi ai lavoratori costretti a ferie forzate, ma obbligati a lavorare da casa, o a quelli in cassa integrazione e stipendio ridotto, ma obbligati dal datore ad assolvere oneri lavorativi. Situazioni come queste non aiutano da un punto di vista psicologico, rischiano piuttosto di alimentare nelle persone vissuti di impotenza all'interno di contesti ingiusti.

— Potresti definire gli effetti collaterali del prolungato isolamento? La paura del contagio potrebbe diventare ossessione?

— Conseguentemente all’isolamento prolungato, si è assistito allo sviluppo e all'aggravamento di particolari problemi psicologici quali ansie, fobie, disturbi dell'umore, dipendenze da sostanze quali l'alcol e, in alcuni casi, allo sviluppo di forme di abuso tecnologico. Talora, le relazioni familiari sono state critiche, complice anche la convivenza forzata in appartamenti di piccole dimensioni. Ciò ha portato, nei contesti relazionalmente più compromessi, all’esplosione di conflitti intra-familiari sommersi e anche a episodi di violenza domestica.

Disagi psichici hanno coinvolto anche i più anziani, spesso soli per troppo tempo e costretti alla brusca interruzione di routine quotidiane e relazionali. Tale sospensione improvvisa delle proprie abitudini in soggetti in età avanzata può connettersi con il rischio di un aumento delle problematiche cognitive.

A tutto ciò aggiungo che alcune persone già mentalmente vulnerabili hanno subito un deterioramento progressivo che in alcune situazioni è sfociato episodi psicotici. Durante il lockdown sono stati numerosi i casi di cronaca che hanno descritto soggetti in stato confusionale che si aggiravano, a volte anche senza abiti, per le strade delle città deserte. La sofferenza e lo smarrimento di questi individui è quello di chi si è sentito abbandonato da un sistema sociale che non sempre è in grado di supportare adeguatamente i più fragili.

Per quanto invece riguarda il timore di nuove infezioni, al di là di questa specifica fase, va considerato che sin dall’inizio della pandemia alcune persone hanno sviluppato una paura da contaminazione che le ha condotte, all’interno di quadri patologici di tipo ossessivo-compulsivo, a mettere in atto una serie di rituali anche irrazionali e invalidanti, volti a scongiurare il rischio di un contagio, a partire da ambienti considerati contaminati.

Infine, alcuni hanno sviluppato anche disturbi di tipo ipocondriaco, collegati all’aumento di preoccupazioni eccessive per la propria salute, connesse anche al timore di contrarre il virus.

— Alcuni Paesi, l’Italia inclusa, hanno puntato sulla psichiatria di emergenza, mettendo in condizioni gli operatori della salute mentale di continuare i servizi ambulatoriali al telefono. Secondo te, questo progetto ha dato i suoi frutti positivi?

— Dipende dai casi. Alcune situazioni possono essere efficacemente gestite attraverso interventi di e-health, ma non si deve fare l'errore di pensare che il setting in videochiamata sia paragonabile a un setting terapeutico basato sulla relazione personale in studio. Il rapporto mediato dal monitor è inevitabilmente più freddo e impedisce la rilevazione di molte sfumature non verbali, essenziali per alimentare una relazione terapeutica profonda.

Inoltre, nelle situazioni più gravi, connesse a una maggiore insicurezza ontologica individuale e a una profonda fragilità psichica, è assurda l’idea di pensare di poter sopperire alla relazione di cura attraverso uno smartphone, in quanto l’aspetto supportivo e contenitivo deve essere particolarmente incisivo nelle situazioni più compromesse.

Come terapeuta, durante il lockdown mi sono impegnata in interventi di e-health ma, nonostante i numerosi casi trattati con successo, al di là della mia personale esperienza non mi sento di poter affermare che l'intervento a distanza sia auspicabile in tutte le situazioni.

Aggiungo che durante il lockdown, migliaia di colleghi psicologi si sono attivati volontariamente per la gestione dell’emergenza, offrendo sostegno in videochiamata. Ora che però siamo usciti dall'isolamento e siamo di fronte a un picco di problematiche mentali, il Governo non ha stanziato fondi per la gestione dell’emergenza psicologica.

— Il Barometro Salute Mentale ha realizzato uno sondaggio sugli effetti psicologici del Covid-19 sulla popolazione italiana. Si dice che le persone giovani (<30) riferiscono reazioni ansiose, confermando le comunicazioni confuse e allarmanti prodotte da media, molti medici e governo. Le persone tra i 30 e i 39 anni manifestano rabbia e preoccupazione per le proprie relazioni. Tra i 40 e i 49 anni emerge un maggior attaccamento alla famiglia. Dai cinquant'anni in su si intensificano le preoccupazioni legate a isolamento e solitudine. Secondo te, questi dati corrispondono alla realtà? Come dobbiamo leggerli?

— Ritengo che possiamo ritenere questi dati tendenzialmente verosimili.

I più giovani in Italia vivono spesso situazioni lavorative instabili. Interiormente, in conseguenza all’interruzione della routine di vita a causa del Covid, possono aver esperito livelli maggiori di ansia e di incertezza, anche legati alle difficoltà nel programmare la propria esistenza.

La rabbia e le preoccupazioni dei soggetti tra i 30 e i 39 anni, connesse alle relazioni, potrebbero collegarsi a un maggiore bisogno di trarre soddisfazioni all'interno dei rapporti sociali. L’attaccamento degli ultra quarantenni alle relazioni familiari lo vedrei legato al raggiungimento di una maggiore tranquillità affettiva, mentre il vissuto di solitudine degli ultra cinquantenni potrebbe essere conseguenza dell’esperienza di emarginazione in soggetti anche molto più anziani, in cui le routine relazionali perdute sarebbero invece state fondamentali per il mantenimento di un buon equilibrio psichico.

— “Il benessere psicologico è più basso tra coloro che hanno figli piccoli o adolescenti”, - lo sostiene invece una ricerca dell'Università Cattolica che scatta una fotografia sullo stato di stress delle famiglie italiane. A tuo avviso, perché questa categoria degli italiani è stata più colpita dal lockdown?

— La convivenza con i minori è stata in alcuni casi complessa. Posso riportare situazioni in cui molti genitori hanno avuto difficoltà nel riuscire a convincere figli adolescenti a rispettare le misure di isolamento. Per i più giovani è fondamentale la relazione con i pari ed è innaturale per loro trascorrere così tanto tempo in famiglia, in situazioni in cui la privacy, così importante alla loro età, è stata spesso minacciata per via della convivenza forzata in spazi ristretti. I conflitti propri della fase adolescenziale spesso si sono acuiti. Per contro, in alcuni casi, i genitori hanno avuto anche difficoltà a far sì che i propri figli non si lasciassero “divorare” dalla morsa della dipendenza tecnologica, tra giochi elettronici, chat e applicazioni di cui talvolta si è abusato. A questo aggiungo che una parte di stress è scaturita con l'esperienza della didattica a distanza. In particolare, i genitori dei bambini più piccoli hanno avuto un forte carico di lavoro per gestire, guidare e veicolare l'attività scolastica all'interno di percorsi in e-learning.

Una coppia senza figli, anche in un appartamento angusto, ha avuto a disposizione più tempo da dedicare a sé e maggiore possibilità di ritagliare degli spazi privati. In contesti familiari con più soggetti, al contrario, gli spazi privati sono stati inferiori e lo stress connesso a una vita in stretto contatto per un così lungo periodo non può non avere influito.

— Il 14 settembre, se tutto andrà come programmato, i bambini rientreranno nelle classi. Sarà una sfida difficile per i più piccoli? 

— Io credo che i più piccoli non vedono l'ora di rivedere i coetanei e gli insegnanti. Penso che beneficeranno emotivamente del ritorno in classe. Ho ascoltato insegnanti che in questi mesi sono stati davvero brillanti nel reinventarsi e nel trovare il modo per mantenere il legame con i più piccoli, favorendo attraverso di esso la didattica. A partire da questo legame, che durante il lockdown è mutato, ma non si è interrotto, i bambini torneranno a una dimensione relazionale più adatta ai loro bisogni evolutivi e relazionali. I più piccoli hanno molte risorse e se ben accompagnati dalle famiglie e dagli adulti di riferimento, non avranno paura del mostro “coronavirus”. L'importante sarà non spaventarli ma continuare a informarli con un linguaggio adatto, aspettandosi da essi comportamenti responsabili congrui all’età, in un’ottica che salvaguardi le relazioni, l’emotività ma anche la salute loro e dei propri cari.

— Oramai sappiamo bene che il peggior nemico è il pensiero negativo che anche adesso, quando siamo tutti “liberi”, inevitabilmente ci tormenta? Come si può vincere la paura e uscire da questo stallo mentale? Esiste una ricetta?

— Molti individui sono psicologicamente indeboliti da questa vicenda. Tornare alla vita di tutti giorni per alcuni significa dover affrontare una serie di problemi acuiti da questa esperienza. Anche per questo, alcuni preferirebbero restare al riparo tra le mura domestiche, dove si sentono più protetti. Eppure bisogna lottare per rientrare nella “vita reale”, non continuare a isolarsi, ma unirsi agli altri, tornando a condividere lo spazio, il tempo e le relazioni, nonostante le difficoltà.

A chi si trova in uno stato di forte sofferenza suggerisco di rivolgersi a un professionista per superare la fase di “stallo” o di malessere psichico.

Suggerisco inoltre di allentare l’uso di internet. In questi mesi, il web e i social network ci hanno aiutato a sentirci meno soli, ma questi strumenti non devono diventare prigioni dentro le quali nascondersi. Il mondo virtuale, se diventa l’unica sponda relazionale, illude di non essere soli, ma in realtà frammenta, isola e indebolisce. Per questo motivo non mi stancherò mai di ripetere che il web può essere un mezzo, ma non deve essere un fine. La vita va coltivata all'interno di relazioni personali autentiche e vitali, anche al di là del web ed è a queste che dobbiamo puntare, soprattutto in questa fase di uscita dal lockdown.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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