07:29 05 Dicembre 2020
Interviste
URL abbreviato
Di
161
Seguici su

Se durante l’emergenza Coronavirus il sistema sanitario nelle zone più colpite ha mostrato gravi difficoltà, c’è un settore che non sente la crisi e che non ha chiuso i battenti durante il lockdown. La produzione e l’export di armi non vanno mai in vacanza, le spese militari non si toccano.

Nel contesto della pandemia sono più indispensabili degli F-35 o dei respiratori, la produzione di armi da mandare all’estero o l’incremento del personale medico per fronteggiare l’emergenza? La risposta sembrerebbe scontata, ma non lo è.

Le spese militari italiane negli anni aumentano, cosa che non si può dire per la sanità o per l’istruzione. Reindirizzare le risorse destinate alla produzione militare verso altri settori importanti sarebbe possibile, ma è tutto nelle mani della politica e del business delle armi. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della rete Disarmo.

— Negli anni si sono registrati continui tagli alla sanità pubblica, ma non alle spese militari. Francesco Vignarca, con l’emergenza Coronavirus si è visto il risultato di queste scelte politiche, no?

— Certamente, noi abbiamo sempre sottolineato che le spese militari durante le crisi di qualche anno fa non subivano tagli, ma solo dei rallentamenti. Quello che vediamo oggi è una ripresa di spesa militare, che già secondo noi era alta, si tratta di risorse per settori che ci sembrano poco necessari alla sicurezza e alla vita di tutti. Purtroppo la pandemia da Coronavirus l’ha dimostrato.

Se andiamo a rileggere i documenti della campagna Sbilanciamoci! di cui facciamo parte e che ogni anno presenta un bilancio di Stato alternativo, potremmo avere una spesa sanitaria poco inferiore di quella della Germania in termini di percentuale. Le scelte si potevano fare, qualcuno aveva proposto di investire maggiormente nella sanità, nel welfare e nella scuola, ma si è preferito seguire un’altra strada.

— Durante il lockdown non si è bloccata la produzione degli F-35, fra l’altro recentemente c’è stata la firma di un importante accordo di Leonardo con la Danimarca per dei sistemi di difesa navali. Possiamo dire che il settore delle armi non va mai in vacanza, nemmeno nei periodi di epidemia e di crisi?

— Esatto, non stiamo solo parlando della produzione di F-35, ma di moltissimi altri impianti di altre aziende di produzione militare. È stata una scelta del governo: nel momento in cui si andavano a decidere i codici delle tipologie di produzione economiche che dovevano rimanere chiuse non è stata toccata la produzione di armi.

È stata mandata una lettera dal ministro della Difesa e dal ministro dello Sviluppo economico ai vertici delle aziende delle armi. La questione era ancora più grave, perché si è lasciata libertà alle aziende. Il governo ha considerato “apicale” questo tipo di produzione e ha lasciato decidere alle aziende se chiudere o no. Per tutti gli altri comparti è stato giustamente il governo a decidere. Tutto ciò per produrre armi, non mascherine o respiratori…

— Fanno discutere inoltre le esportazioni italiane di armi verso Paesi come l’Arabia Saudita. Qual è la vostra posizione in merito?

— Ogni anno vengono prodotti i dati dell’export militare italiano, perché la legge 185 del ’90 obbliga il governo a produrre un report da mandare al parlamento per poi discuterlo. In questo caso abbiamo la possibilità di sapere quello che succede e di fare un’analisi di chi sono i destinatari. Dobbiamo rilevare che ancora una volta, anche per il 2019, il valore delle licenze rimane alto, oltre 5 miliardi. Inoltre per oltre il 60% i destinatari sono Paesi non UE e non NATO.

La legge prevede che l’export militare sia allineato alla politica estera dell’Italia. Noi continuiamo a vendere armi al di fuori del nostro perimetro di politica estera. In questi giorni abbiamo la campagna in corso per fermare ulteriori commerci verso l’Egitto per quanto riguarda la situazione dei diritti umani. Nonostante lo stop per alcuni tipi di armamento, c’è ancora un flusso delle armi italiane verso Paesi coinvolti nel conflitto in Yemen. Il problema è che le armi italiane per la maggioranza vanno ad essere utilizzate nelle zone calde del mondo, in cui ci sono violazioni dei diritti umani. Secondo noi questo è contrario ai criteri della legge.

— Le spese militari per la NATO sono un capitolo a parte. Secondo lei rispecchiano veramente l’interesse nazionale?

— All’interno del bilancio italiano ci sono alcune centinaia di milioni che sono da un lato destinati ai costi della permanenza di basi militari statunitensi, altra cosa sono i costi relativi alla compartecipazione dell’Italia alla NATO.

Il vero problema sono le spese di tutti i Paesi NATO. Utilizzando i dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), vediamo che il totale delle spese delle forze armate dei Paesi della NATO è di mille trentacinque miliardi sui circa mille novecento diciassette miliardi di spese militari complessive. Il 54% della spesa militare globale è della NATO. Stiamo parlando di un impatto forte.

Pensiamo che continuare ad investire su una risposta di sicurezza che è solo militare per mostrare i muscoli sia un errore. Riteniamo che tutto il mondo debba ridurre le spese militari. Se si reindirizzasse una fetta di queste spese ad altri settori avremmo dei vantaggi concreti per le persone e maggiore sicurezza. C’è chi dice che solo con più armi ed eserciti ci sia sicurezza e poi si lascia in povertà la gente. Bisogna rispondere ai bisogni della gente relativamente a povertà, sanità e istruzione. Queste sono le risposte concrete, non si fanno con le armi.

— La Difesa per un Paese vuol dire però anche posti occupazionali, ricerca e potere. Un’altra difesa è possibile?

— I ritorni economici sono solo per pochi. Ovviamente alcune persone dal commercio d’armi, dal mantenimento delle spese militari alte ci traggono profitto. La domanda è se vogliamo solo aiutare questo tipo di ambito oppure fare qualcosa che serva a tutti.

Noi crediamo che anche da un punto di vista economico puro le necessità sarebbero altre. Abbiamo lanciato una campagna nel 2014 che si chiama “Un’altra difesa è possibile” per chiedere l’istituzione in Italia di un dipartimento della Difesa civile non armata e non violenta. Chiediamo che i fondi vengano trasferiti su ambiti che davvero garantiscono la sicurezza. La sicurezza dà l’idea di qualcosa di muscolare e di forza. Questa è vera sicurezza? Noi parliamo di salvaguardia dell’ambiente, delle società, delle comunità e della vita di tutti. Questo secondo noi è possibile. La sicurezza non si costruisce su dei rapporti di forza in cui sei più armato, ma in rapporti di costruzione di società. Oggi rispetto al periodo dei nostri genitori viviamo in una situazione più sicura. Perché siamo più armati noi? No, si è costruito un determinato modello di società e di benessere. Investire per migliorare la vita di tutti è un vero investimento di sicurezza.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook