22:05 21 Ottobre 2020
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Coronavirus in Italia: riaprono i confini con l'Ue (119)
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Discoteche aperte a luglio, scuole chiuse. Sembra un paradosso, ma è la realtà. Oramai quasi tutti i settori ripartono dopo il periodo di lockdown, fatta eccezione per l’istruzione. A parte le polemiche sui fatidici divisori in plexiglass, tuttora non è chiaro il piano strategico per riavviare la scuola.

Per tre mesi le classi scolastiche sono rimaste vuote a causa dell’emergenza Covid, ma anche oggi sulla scuola vigono la confusione e l’incertezza. Quando ripartiranno le lezioni? Come verranno organizzate le classi? Aumenterà il personale docente per gestire al meglio la situazione? Per ora si tratta di domande senza alcuna risposta. Nel frattempo a pagarne le conseguenze sono gli alunni e la scuola.

L’unica cosa certa è che la scuola sembra non essere al momento una priorità per il governo. “Noi non vediamo alcuna strategia all’orizzonte, non vediamo né idee né soldi per far ripartire la scuola”, ha sottolineato in un’intervista a Sputnik Italia Pino Turi, segretario generale Uil Scuola.

— Riapre praticamente tutto, anche le discoteche ripartono, ma la scuola no. Pino Turi, possiamo dire che l’istruzione è fra i settori che hanno sofferto maggiormente per il lockdown?

— Sicuramente è un problema per la scuola. Siamo molto dispiaciuti che non si possano riaprire. Dal punto di vista sanitario effettivamente, ci dicono i tecnici, la scuola è pericolosa, perché è un posto dove si trovano tante persone al chiuso. Ci auguriamo che vengano aperte a settembre, c’è tutto il tempo per adeguare le strutture e per fare gli interventi necessari per aprire la scuola in sicurezza. Questo significa investire, adeguare gli spazi, ridurre gli alunni per classe, aumentare il personale, avere un progetto che al momento non esiste.

— In altri Paesi europei le scuole sono ripartire. A che cosa è dovuto questo ritardo italiano?

— Il calendario scolastico degli altri Paesi europei non coincide con il nostro. Da noi la chiusura delle scuole è prevista per l’8 di giugno. Negli altri Paesi europei le lezioni durano fino a luglio, perché hanno altri periodi di sospensione delle attività. Sono situazioni che non si possono comparare. Eventualmente si poteva pensare di allungare l’anno scolastico, non si è fatto, è stata una decisione politica.

— La didattica virtuale può sostituirsi a quella reale?

— Assolutamente no, se ne sono accorti tutti, anche quelli che erano favorevoli a questa novità. Noi l’abbiamo definita come una didattica di emergenza per non lasciare abbandonati gli alunni per tre mesi. Dal punto di vista della didattica a distanza possiamo dire che è stato un esperimento positivo, la scuola ha dimostrato che può inventarsi una didattica nuova senza avere gli investimenti necessari. È un elemento comunque complementare che non può sostituire la didattica in presenza.

— Fra l’altro la didattica a distanza per certi versi ha aumentato le diseguaglianze. Alcuni bambini non avevano le stesse possibilità di altri dal punto di vista tecnologico, no?

— Questo è l’elemento peggiore, perché non tutti i bambini si sono potuti connettere. L’Istat dichiara che due milioni e settecento mila famiglie non possono accedere al wifi o non sono in possesso di strumenti tecnologici. È una didattica per ricchi quindi, perciò dobbiamo rifiutarla; la scuola deve dare a tutti le stesse possibilità. La didattica a distanza è servita a chi già aveva una famiglia, un background sociale, un benessere economico. La missione della scuola statale di questo Paese è quella di ridurre le diseguaglianze. In questi tre mesi si sono allargate queste diseguaglianze, dobbiamo recuperare un danno che difficilmente si potrà recuperare nel giro di pochi mesi. Noi però non vediamo alcuna strategia all’orizzonte, non vediamo né idee né soldi per far ripartire la scuola.

— Che cosa ne pensa dei famosi plexiglass che vorrebbero adottare nelle classi?

— Non se ne può parlare assolutamente. Quando si parla di questo strumento si vuole implicitamente dire che non occorrono risorse vere come la riduzione del numero di alunni per classe e l’aumento del personale docente. Il plexiglass fa pensare più ad un ambiente da call center che non ad una classe, dove ci deve essere libertà e un ambiente educativo adeguato. Il plexiglass non ha senso, serve soltanto negli uffici burocratici quando arriva un cliente e bisogna alzare una barriera. La scuola non ha clienti, né barriere. La scuola ha studenti che deve trasformare in cittadini.

— Che cosa chiedete al governo? Secondo lei ai piani alti ci si rende conto dell’importanza della scuola per il futuro del Paese?

— Noi vediamo che tutti parlano bene della scuola quando ci si trova ad un talk show o ad un convegno. Gli economisti dicono che bisogna investire nella scuola, ma quando si va al governo bisogna fare delle scelte. Noi vediamo una certa disattenzione. Dobbiamo incentivare non l’opinione pubblica, che è cosciente dell’importanza della scuola. La scuola ha dato molto e ha ricevuto molto poco, noi stiamo pagando ancora le conseguenze di una politica di riduzioni e tagli che non vede nella scuola un elemento propulsivo e di investimento per il futuro.

La scuola è democrazia, è anche prosperità per il futuro. Se non riparte la scuola non riparte il Paese. Il governo si fa prendere più dal consenso immediato che non da un investimento nella scuola che ha bisogno di tempo. I risultati li vedi dopo anni, la politica qui invece vive giorno per giorno.

Noi come sindacato abbiamo dovuto fare uno sciopero. Per due giorni se n’è parlato, dobbiamo vedere gli atti adesso. C’è un’eccessiva timidezza da parte del ministro per mettere in piedi un progetto strategico con l’obiettivo di riavviare la scuola. Per noi la stampa è importante, è un megafono per farci ascoltare di più da chi non vuole sentire.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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