06:23 30 Novembre 2020
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Il Piano Colao, elaborato dalla task force e consegnato al premier Giuseppe Conte, spiazza il governo e genera parecchi malumori nella maggioranza.

A infastidire diversi esponenti dell'esecutivo – riferiscono fonti di primo piano all’Adnkronos – aver letto il contenuto del documento dai lanci delle agenzie, perché ai ministri il dossier per il ‘rilancio 2020-2021’ non è ancora arrivato. Cinquantatré pagine “note ai giornalisti e non a chi fa parte dell’esecutivo”, dicono le stesse fonti puntando il dito contro Palazzo Chigi.

Vittorio Colao
© AFP 2020 / Lluis Gene
Vittorio Colao
In tanti non sono entusiasti del piano. È molto critico il segretario di LeU, Nicola Fratoianni, secondo cui nel piano Colao “prevalgono ricette vecchie, che piacciono a Confindustria e che vengono sperimentate da 30 anni a danno del 99% dei cittadini”.

Se nella maggioranza si avanzano forti dubbi, il piano raccoglie grandi consensi nelle forze di opposizione. Per esempio, Matteo Salvini, leader della Lega, sostiene che molte delle proposte del suo partito siano le stesse che legge nel documento redatto dal comitato tecnico: “Molti punti sono gli stessi proposti dalla Lega a marzo: taglio tasse, turismo e scuola, se anche la task force certifica che le proposte della Lega sono quelle che servono al Paese, speriamo che Conte almeno ascolti loro”.

Perché il piano mirato a rilanciare l’Italia fa discutere le forze politiche e convince più la Lega che la maggioranza? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto il Prof. Domenico Fracchiolla, Docente di Politica Comparata della LUISS.

— Professore Fracchiolla, perché, a Suo avviso, il piano Colao per contrastare gli effetti economici devastanti dell'epidemia da Covid-19 non piace agli alleati giallorossi e manda in tilt la maggioranza?

— La complessa articolazione del Piano Colao incontra le diverse sensibilità e culture politiche, con proposte di provvedimenti di carattere pratico e realistico, che intercettano, in alcune proposte, il parziale consenso dei partiti di opposizione. Si tratta di un piano trasversale, che non tiene conto solo degli interessi delle componenti della maggioranza del governo, ma che ha un’ambizione più inclusiva. Questa caratteristica ha ostacolato la piena accettazione del piano sia all'interno del PD, sia del M5S, soprattutto tra i responsabili dell’articolazione dei programmi e delle proposte politiche dei rispettivi partiti. D’altra parte, la composizione della task force Colao lasciava pochi dubbi a riguardo, a partire dalle articolate competenze e delle diverse esperienze dei suoi componenti, insieme alla matrice manageriale, tecnica, con tratti tecnocratici, in alcuni casi, ma con sempre con profili altamente professionali. La prestigiosa e lunga esperienza internazionale di Vittorio Colao, d’altra parte, dovrebbe rappresentare una buona garanzia per il risultato finale. È stata quindi la caratteristica strutturale della task force Colao a provocare il malcontento nei confronti dell’omonimo piano tra la maggioranza. Non mi meraviglio affatto di questa reazione. Da un certo punto di vista è una manifestazione della serietà dell’iniziativa, svincolata, almeno sulla carta, da logiche partitiche e da partigianerie di sorta.

— Se nella maggioranza si avanzano forti preoccupazioni, il piano riceve l’apprezzamento delle forze del centrodestra con l'eccezione di FdI. Il programma Colao potrebbe causare un nuovo scontro tra il governo e l'opposizione?

— Il piano Colao può certamente creare nuovi ambiti di contrapposizione e scontro tra governo e forze di opposizione, sarà l'ennesimo capitolo di una storia che va avanti dal momento in cui il governo si è insediato. Non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Il problema non è il piano Colao in sè, che può considerarsi un programma di buon senso, che ripete quasi tutte le misure e le riforme proposte da molti ambienti istituzionali, nazionali e sovranazionali, circoli accademici e associazioni imprenditoriali, nel corso degli ultimi 30 anni. Purtroppo queste proposte rimangono sempre lettera molta o per buona parte sono inattuati e depotenziati, nei pochi casi in cui si sono tradotti in provvedimenti di governo. Anche se Colao individua alcune priorità, dal punto di vista complessivo non si può individuare una chiara impronta a questo piano, che avanza proposte inclusive e trasversali. Il problema forse è che il piano contiene molte riforme e troppi spunti. È quindi naturale che tutte le forze politiche possono trovarci all’interno alcune misure che incontrano il loro consenso e altre che non condividono. 

Vorrei precisare che non si può dire che il piano è apprezzato o sostenuto dalle forze di opposizione. A mio avviso, la caratteristica del piano è di contenere alcune misure riformistiche strutturali, di buon senso, che incontrano la sensibilità anche delle forze di opposizione. Anche il partito Fratelli d'Italia, che ha manifestato più di tutti la sua opposizione all’impostazione complessiva piano, ha riconosciuto la condivisibilità di alcune misure specifiche. Per esempio, se l'idea di incentivare il passaggio ai pagamenti elettronici e ridurre al minimo l'uso del contante cerca di accontentare soprattutto le forze di centrosinistra, la voluntary disclosure per il rientro dei capitali e l’emersione del contante è una misura emergenziale, una tantum, che incontra il favore anche delle forze di centrodestra. A riguardo, osservo che il problema di queste misure è che rischiano di perdere il carattere di eccezionalità se si ripetono nel tempo. Sul punto sono d'accordo con Cottarelli che considera che il ripetersi di provvedimenti rischia di scalfire la credibilità di assetti giuridici e giurisdizionali del paese, indebolendo la rule of law.

Nel Piano rimane quindi senza risposta la domanda di incrementi competitività, di maggiore produttività e di migliori condizioni per il potenziamento dell’economia di mercato, con reali opportunità d’investimento in un sistema di reale concorrenza, libera e corretta, lontana da forme di capitalismo familistico e protetto.

— Dopo la fuga di notizie sul piano della task force economica, i ministri incontreranno il capo del governo singolarmente. A Suo avviso, quali punti del programma rimarranno e quali invece finiranno nel cestino?

— E’ una previsione che non mi sento di poter fare. Posso dire che dal punto di vista generale, tutte quelle misure che sono vicine a quelli sono già i programmi e l'offerta politica della maggioranza, quasi sicuramente rimarranno, così come quelle misure che hanno costruito un consenso all'interno dell'opinione pubblica, attualmente o in prospettiva. Ma potrebbero essere mantenute anche alcune misure sostenute da parte dell’opposizione. Non voglio essere pessimista, ma la storia recente è purtroppo ricca di iniziative assolutamente lodevoli (vari piani di spending review, tutti disapplicati) che non sono riuscite a superare la dialettica e il dibattito governativo e parlamentare. Per cui io aspetterei prima di esprimere previsioni in tal senso.

— Cosa, a Suo avviso, manca nel piano? Quali sono le sue debolezze principali?

— Il peso eccessivo sulle finanze pubbliche per la realizzazione del piano è un primo fondamentale problema. Insisterei, invece, sul punto del recupero della produttività e della competitività, di cui il Paese ha tanto bisogno. Nell'arco di una generazione sono peggiorati modo significativo e continuo, ma per fortuna non irreversibile, i principali parametri economici dell’Italia, sia in comparazione con gli altri membri Ue, sia con gli altri partner della comunità internazionale. Da questo punto di vista, sarebbe stato interessante avere maggior coraggio nel proporre più adatte a realizzare quella rivoluzione liberale, più volte proclamata e mai realizzata. Il consolidamento ed il rafforzamento di un modello autentico di economia del mercato capace di riportare l’economia reale e l’uomo al centro del sistema, lontana dagli eccessi della finanziarizzazione e dell’imbarbarimento delle relazioni economiche sul lato umano, è l’unica opzione prospettica. Per favorire le imprese, servono non solo le risorse pubbliche, ma anche aperture importanti verso le forze dell'economia reale che consentano di guadagnare incrementi di produttività.

Quello che manca nel piano, è anche qualsiasi accenno alla necessità di una riforma della giustizia per favorire la certezza e la rapidità dei rapporti economici, la capacità di entrare con maggiore forza sulla semplificazione, quindi di incidere sulla Pubblica Amministrazione, la cui riforma è considerata un capitolo centrale ormai da 50 anni, senza mai individuare meccanismi che possono superare il principio di irresponsabilità, dietro la quale la PA spesso si nasconde. Un nuovo modello autenticamente liberale, regolato, inclusivo e attento alle istanze sociali, rimane l'unica ricetta di benessere e prosperità che la comunità internazionale è stata capace di proporre ad oggi.

— I dubbi sono venuti anche al premier Giuseppe Conte, che non ha ancora deciso se Colao sarà invitato agli Stati generali in programma venerdì pomeriggio. Come spiegherebbe l’insoddisfazione del premier? Forse Conte semplicemente non vuole fare diventare Colao il “salvatore della Patria”?

— Io non credo che sia questa la lettura. Il problema è invece rappresentato dal fuoco di sbarramento che questo piano, così come in precedenza altri interventi riformistici sviluppati da esperti, hanno incontrato da parte della politica. E quindi il problema di Conte è ancora quello di essere un leader senza un partito, la cui legittimità politica riposa nelle forze politiche che sostengono il governo. Queste stesse forza politiche hanno criticato il piano Colao. Pertanto, l’indecisione di Conte è un segnale verso le forze di maggioranza, per cercare di smussare e abbassare i toni e il livello di scontro possibile.

— Cosa si aspetta dagli Stati Generali durante i quali Colao riferirà sul piano?

— Dagli Stati Generali mi aspetterei una grande chiarezza, il coraggio di scelte precise, l'adozione di alcune di queste misure che poi si traducono in politiche chiare di governo, senza accomodamenti e senza compromessi evanescenti che non servono davvero a nessuno. Soprattutto mi aspetto che non ci si trovi di fronte ad un esercizio di ricerca di consenso perché questo è il momento delle decisioni. Mi aspetto che da questo “grande menù” seguano scelte nette, chiare e che portino poi ad un'assunzione di responsabilità di chi farà queste scelte.  

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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