07:35 05 Dicembre 2020
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I lavoratori ArcelorMittal incrociano le braccia per 24 ore per un piano industriale ritenuto inaccettabile, per i tagli, perché non rispetta gli accordi Stato-società-lavoratori e bypassando completamente i sindacati.

“Un piano sindacale inaccettabile, con esuberi e tagli non previsti nell'accordo di settembre 2018, che ha completamente bypassato il sindacato, ormai chiamato solo per gestire la cassa integrazione. Noi rivendichiamo quegli accordi, poiché sono gli ultimi che hanno visto coinvolti i rappresentati dei lavoratori”. A parlare è Giuseppe Romano, segretario generale della Fiom Cgil Taranto, una delle sigle sindacali che ha proclamato lo sciopero di oggi.

Dalle 7.00 di martedì mattina, per 24 ore i dipendenti di tutti gli stabilimenti ArcelorMittal incroceranno le braccia mentre il titolare del Mise, il ministro Stefano Patuanelli, si riunirà con i sindacati senza l'azienda. Sputnik Italia ha approfondito con Romano le ragioni dello sciopero, per comprendere la posto in gioco della partita su Taranto.

- Quali sono le ragioni e le rivendicazioni dello sciopero di oggi?

- Lo sciopero è una prima risposta, a livello nazionale e di gruppo, al piano che avrebbe presentato ArcelorMittal al governo. Un piano che il sindacato non conosce, un piano che avrebbe – uso il condizionale perché non ci sono stati comunicati i contenuti – modificato gli accordi del 4 marzo tra la stessa multinazionale e il governo. Un accordo – sempre sconosciuto ai sindacati – trovato per evitare lo scontro di natura legale in tribunale.

Dalle notizie trapelate di esuberi, tagli, assenza di prospettiva, soprattutto se lasciata nelle mani di ArcelorMittal, azienda che in questi mesi abbiamo imparato a conoscere, non possiamo che protestare e lottare. Non ci possiamo sedere a un tavolo delle trattative, con migliaia di lavoratori che rischiano il posto di lavoro, senza conoscere il piano industriale. Il governo dovrà dirci qualcosa, dovrà essere determinante nel piano ma deve anche dire qualcosa.

- Perché l'azienda non vi ha comunicato il piano industriale, che motivazioni ha dato?

- Con l'azienda non abbiamo interloquito in questa partita, che è totalmente interna tra governo e ArcelorMittal. Noi siamo stati completamente bypassati, veniamo coinvolti solo per quanto riguarda la gestione degli ammortizzatori sociali che qui a Taranto si sta rivelando pesantissima, ingestibile.

- Perché ingestibile? 

- Perché abbiamo più lavoratori in cassa che non a lavoro. Abbiamo migliaia di lavoratori al minimo, reparti chiusi, difficoltà a fare le rotazioni: sta diventando un problema sociale. 

- Che ne è dell'accordo del settembre 2018, dove era stabilito l'impegno alla continuità occupazionale?

- L'azienda sta procedendo su un piano di trattativa con il governo di natura prettamente legale. Noi con l'accordo del 13 settembre del 2018 abbiamo regolamentato il passaggio e la gestione della forza lavoro in ArcelorMittal. E ci siamo fermati lì, perché dopo non abbiamo trattato più nulla per quanto riguarda i lavoratori del gruppo. E proprio per questo rivendichiamo quegli accordi perché sono gli ultimi che hanno visto coinvolti i rappresentanti dei lavoratori. Noi siamo fermi lì.

- Quindi il governo vi sta chiamando ai tavoli solo per gestire gli ammortizzatori sociali?

- È brutale dirlo, ma credo proprio che sia così. E questo non è accettabile. Anche perché di solito anche noi possiamo dare il nostro contributo rispetto alle prospettive industriali, visto che lavoriamo da più vent'anni in questa fabbrica e il settore è ben conosciuto. 

- Patuanelli dopo aver ricevuto il piano industriale, ha pronunciato delle parole emblematiche. “Se ArcelorMittal vuole lasciare l'Italia lo faccia”. AM ha davvero intenzione di lasciare l'Italia?

- Questa è quasi una certezza dal nostro punto di vista, perché Mittal ha tirato in remi in barca dopo qualche mese dall'inizio della sua gestione. Inoltre ci sono stati anche dei fattori congiunturali, come il covid che ha lasciato una traccia sulla domanda dell'acciaio.

Noi siamo rimasti scottati e non ci fidiamo molto di Mittal, per il modo in cui è stata portata avanti la partita. Inoltre dubito che il governo confermi le cose che ha detto Patuanelli, le sue mi sembrano più delle esternazioni istintive. Anche questo ci racconta di un governo non proprio coeso rispetto all'approccio con ArcelorMittal.

- A proposito del governo come giudica la linea condotta sino adesso?

- Avrebbe potuto garantire e gestire meglio e adesso dovrà farlo sul serio, visto che ha dichiarato esplicitamente di voler entrare a far parte della compagine sociale della Newco. Non è pensabile che lo Stato italiano entri in un assetto societario e si faccia dettare la linea di prospettiva industriale esclusivamente dal privato. E' chiaro che il governo dovrà essere determinante nel piano industriale e di investimenti. E da questo punto di vista il governo chiediamo garanzia sull'occupazione e garanzia sugli investimenti dal punto di vista ambientale. 

- L'ex Ilva ha continuato a produrre durante la fase acuta dell'epidemia. Sono stati rispettate le norme anticontagio decise tra governo e parti sociali?

- Abbiamo stabilito dei protocolli, anche grazie all'intervento prefettizio, ma il comportamento di Mittal è stato contraddittorio, perché nella fase acuta dell'epidemia non ha voluto ridurre il numero dei lavoratori nello stabilimento, cosa che noi chiedevamo onde evitare il rischio contagio. Con la fase 2 ha drasticamente ridotto il numero dei lavoratori scaricando tutti in cassa integrazione.

La riduzione del personale non è dipesa dall'emergenza sanitaria ma dalla successiva emergenza economica.

- AM ha chiesto gli aiuti per il covid, potrebbe essere un compromesso quello di accedere a degli aiuti per garantire la continuità occupazionale?

- Da quanto trapelato del piano industriale, l'azienda ha già dichiarato, che vuole 600 milioni a garanzia della SACE, 200 milioni a fondo perduto, 3 e in più vuole licenziare 2.300 lavoratori, quindi di cosa stiamo parlando? E se il governo vorrà davvero concedere questi finanziamenti dovrà intervenire e codeterminare il futuro di questo gruppo siderurgico, altrimenti stiamo parlando di aria fritta.

- Gualtieri ha menzionato la possibilità che lo Stato entri come azionista nella nuova compagine sociale. Un ritorno alla proprietà statale o a un istituto come l'ex Iri che rilanci le politiche industriali potrebbe essere la soluzione per l'ex Ilva?

- Noi come Fiom l'abbiamo sempre rivendicato sin dall'inizio. La partecipazione dello stato come elemento di controllo e garanzia degli investimenti ci sembrava opportuna già da prima. Adesso sta diventando necessaria. Se poi il governo vuole avere una visione più complessiva di rilancio industriale, vuole codeterminare facendo una nuova società io credo sia per alcuni settori siano necessari. Penso alla siderurgia, penso all'automotive, credo che sia opportuno e necessario il ritorno dello Stato. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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