19:24 12 Luglio 2020
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Dalle parole ai fatti – arriva il primo passo ufficiale del comitato non-profit “Noi Denunceremo – Verità e Giustizia per le vittime di Covid-19” (nato dall'omonimo gruppo Facebook con 55 mila aderenti) che ha istituito un primo Denuncia Day il prossimo 10 di giugno.

A partire dalle ore 8.30 dello stesso giorno, il presidente del Comitato Luca Fusco, insieme al Consiglio Direttivo ed alcuni parenti delle vittime, che si sono rivolte ai legali messi a disposizione dallo stesso, consegneranno alla Procura di Bergamo, sita in Piazza Dante Alighieri 2, le prime 50 denunce relative alla gestione dell'emergenza Coronavirus. Per ora in totale le denunce inoltrate al comitato ed al vaglio degli avvocati sono circa 200.

Le denunce riguardano soprattutto: la mancata informazione dei pazienti e dei loro parenti dei rischi legati all'infezione soprattutto durante la prima fase dell’emergenza; l'assenza di DPI nelle strutture sanitarie; la mancanza di una medicina del territorio efficace e tempestiva per la gestione dei pazienti Covid a domicilio.

In vista del D-Day Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Stefano Fusco, Vice Presidente del Comitato “Noi denunceremo”.

— Stefano, ci potresti parlare del vostro gruppo?

— Tutto nasce circa 10 giorni dopo la morte di mio nonno per il Covid. Io e mio padre abbiamo scoperto che nella sua scomparsa ci fossero tante cose strane che non tornavano. Сi domandavamo: ma siamo gli unici ad avere gli stessi dubbi o ci sarà qualcun altro che pensa nella stessa maniera? Cosi a me è venuta l'idea di creare un gruppo su Facebook, perché secondo noi tutta la pandemia non è stata gestita correttamente, qualcuno negli alti livelli ha sbagliato e queste persone dovranno in qualche modo rispondere per le loro azioni. Pensavo che sarebbe stato un gruppo da mille-mille cinque cento persone, ma in realtà nelle prime 24 ore ne sono arrivate quasi cinque mille persone. Nel corso delle settimane i numeri continuavano ad aumentare e adesso, dopo poco più di due mesi, siamo quasi 55 mila persone.

Il nostro gruppo nasce inizialmente come un “contenitore” dove chiunque potesse raccontare la sua storia vera tranquillamente, senza che venisse “filtrato” dai media. Ci siamo accorti che tantissima gente aveva le nostre identiche perplessità…

Il nostro gruppo è cresciuto a livello esponenziale ma dall’inizio abbiamo messi alcuni paletti. Noi siamo anche un gruppo che si è sempre definito apolitico, noi ci identifichiamo in nessun partito esistente, anche perché nel gruppo c’è gente di ogni ideologia politica. Anche se pensiamo che l’imputabile sia la politica, ma politica non rientra nel dibattito del nostro gruppo.

Oltretutto, noi non siamo contro i medici, infermieri, operatori sanitari, volontari e tutti quelli che hanno combattuto questa “guerra” sul campo. Noi pensiamo che anche loro sono stati in certo senso delle vittime di questa pandemia, perché si sono trovati a combattere un nemico che non conoscevano senza dei protocolli, senza la giusta attrezzatura, senza la giusta protezione.

— A quali domande state cercando disperatamente di trovare le risposte?

— Partendo dal presupposto che il virus è ormai presente e fatto morti in tutto il mondo, noi vogliamo capire, perché solo nella provincia di Bergamo e di Brescia è stato così violento? Perché sono state l'epicentro di questa pandemia? Perché solo qui c'è stato un numero così alto di morti e di infetti e non c'è stato un tasso simile, per esempio, a Codogno, dove è stato identificato il virus per la prima volta?

L’opinione comune è che non si è stata fatta la “zona rossa” ad Alzano e Nembro, quando c'era la possibilità. Proprio questo passo sbagliato abbia dato alle persone infette la possibilità di circolare liberamente e creare questa enorme pandemia. Chiudere Codogno, che non è un paese con grandi aziende, grandi industrie, che non crea un introito fiscale molto elevato, non significava perdere tanti soldi. Alzano e Nembro invece sono anzitutto i due paesi fortemente industrializzati e poi non sono due entità separate in mezzo alle montagne, sono praticamente due città che fanno parte di Bergamo. Da sola Alzano produce quasi 700 milioni euro all'anno di fatturato, quindi, pare che non sia voluta creare la “zona rossa” per evitare di chiudere tutte queste aziende e di conseguenza di perdere i soldi.

Questa, però, è una ipotesi. Noi non siamo investigatori, noi semplicemente raccogliamo le testimonianze e le mettiamo a disposizione della magistratura per dare a loro i più “armi” possibili per raggiungere la verità.

— A proposito della “zona rossa”, la Procura di Bergamo in questo momento indaga per epidemia colposa con un pool di magistrati che nelle scorse settimane hanno sentito anche il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana e l’assessore al welfare Giulio Gallera sulla mancata istituzione della “zona rossa”…

— Adesso c’è il rimpallo della responsabilità, cioè ognuno dice non spettava a me, spettava a quell'altro a farlo. Si stanno passando “la patata bollente”, nessuno vuole prendersi la responsabilità di non aver fatto la zona rossa.

Purtroppo, esiste una legge 883 del 1978, in particolare l'articolo 32, che dice che in situazioni di emergenza e di pericolo per la salute pubblica sia il sindaco che la regione possono fare ordinanze contingibili e urgenti, tra cui rientrano anche le chiusure dei paesi tramite “zona rossa”.

— Il vostro sito è pieno di testimonianze dei famigliari dei deceduti per il Coronavirus che spezzano il cuore. Quale l'elemento comune che ritorna nei loro racconti? Potresti citare la storia più triste, dopo la quale hai capito che bisogna andare avanti nonostante tutto?

— C’è un filo rosso che lega quasi tutte le storie e le testimonianze che riceviamo, e che si chiama il senso di abbandono, di rabbia, di impotenza per non aver potuto fare niente e c’è una voglia di trovare le risposte. Tanta gente si è ammalata, stava a casa, ma o il medico di base o l’ambulanza non riuscivano a visitarli. A tutti veniva detto al telefono: “è solo un influenza, prendete la tachipirina o al massimo gli antibiotici, e vedete che vi passa tutto”. Ci sono le testimonianze di persone che hanno chiamato per ore in un'ambulanza per far ricoverare il proprio parente. Alcuni sono riusciti, alcuni no ma quasi tutti hanno sentito dai medici in ospedale: “se fosse arrivato prima, si sarebbe salvato”.

All'inizio io pensavo che la storia di mio nonno fosse tragica, leggendo quelle che arrivano ogni giorno sul gruppo, mi sono accorto che la mia forse meno tragica di tutte, perché mio nonno comunque aveva 85 anni e a quell’età te lo aspetti…

Quindi io ero un po’ preparato a questa cosa. Posso parlarti di un ragazzo, che adesso grazie a questa tragedia è diventato un mio caro amico. Lui ha 35 anni e ha perso sia la madre, che il papà nel giro di quattro giorni. Lui non riusciva a mettersi in contatto con i suoi genitori, allora ad un certo punto è andato a casa loro e li ha trovati stesi per terra perché non riuscivano a respirare. Quando sono stati portati in ospedale, per la mamma hanno detto che è già troppo grave e troppo anziana per essere intubata. Ma la signora aveva solo 72 anni... Hanno iniziato la cura palliativa con la morfina e quindi non è stato fatto nemmeno un tentativo di provare a salvarla. Purtroppo ce ne sono migliaia di storie simili, una più tragica dell’altra…

— Per il 10 giugno avete programmato la Denuncia-day. Sarà il giorno nel quale i racconti su Facebook ufficialmente si trasformeranno negli esposti. Tranne la giustizia, pensate di chiudere anche un risarcimento economico?

— Assolutamente no, noi non vogliamo nessun tipo di risarcimento economico anche perché neanche tutto l'oro del mondo ti può ridare chi ti ha portato via il coronavirus…

Abbiamo deciso di creare la Denuncia-day perché tante persone avevano la voglia di denunciare non una persona in particolare, non un ospedale o un medico, ma denunciare la situazione che hanno vissuto, abbiamo deciso di coinvolgere tanti avvocati che si sono messi a nostra disposizione gratuitamente, (molti di loro sono le persone che hanno perso qualcuno per il coronavirus), e abbiamo iniziato a raccogliere le denunce per avviare un processo legale. Sono tutte le denunce contro ignoti. Vogliamo semplicemente chiedere la magistratura di indagare, vogliamo che venga fatta la luce, che si è detta la verità su cosa è successo realmente a Bergamo, a Brescia, in Lombardia e in tutta l’Italia in generale.

— A Bergamo per un lungo tempo hanno lavorato i virologi russi. Hai avuto il modo di valutare il loro lavoro?

— So che sull’internet sono state pubblicate tante fakenews sulla loro missione, ho sentito una che addirittura diceva che questi medici russi non fossero medici ma fossero gli agenti segreti del KGB, che venivano in Italia per prendere informazioni. Io li ho visti una volta sola. Non ho strumenti per valutare cosa hanno fatto, perché quei giorni eravamo tutti chiusi in casa. Vorrei solamente ringraziarli, come vorrei ringraziare anche i medici cinesi, cubani – tutti quelli che hanno rischiato la vita per venire qua da noi, a darci una mano.

— Bergamo e Brescia si candidano insieme come Capitale italiana della Cultura 2023. Condividi questo atto simbolico?

— Bergamo e Brescia oramai non hanno più bisogno di pubblicità perché tutto il mondo conosce queste due città. Questo titolo io vedo sinceramente un po’ come un contentino che potrebbe portare l'aiuto a Bergamo dal punto di vista economico.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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