08:13 04 Luglio 2020
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Molti sostengono che nel “mondo di domani” nulla sarà più come prima: dobbiamo dunque aspettarci trasformazioni radicali.

A questo gruppo degli esperti senz’altro appartiene Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano che negli scorsi giorni ha scritto un lungo editoriale sul famoso quotidiano Wall Street Journal, nel quale riflette sui problemi provocati dalla pandemia da nuovo Coronavirus. Secondo il politico, l'attuale emergenza porterà a riflettere soprattutto le potenze occidentali, che se vogliono uscire indenni dal caos sanitario, politico ed economico provocato dal Covid-19 nei prossimi mesi, dovranno mettere in atto delle politiche importanti.

Che mondo nascerà dalle “macerie” del coronavirus? Come la pandemia può cambiare la politica e le relazioni internazionali? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Igor Pellicciari, Professore di storia della relazioni internazionali all’Università di Urbino e LUISS G.Carli e uno degli autori del volume “Dopo” (Rubbettino, 2020) che tocca ampliamento questo argomento di estrema attualità.

– La pandemia, che non conosce né confini, né barriere potrebbe avere le ricadute molto serie sul piano politico internazionale. Quali sono, a Suo avviso, i rischi principali?

– Le conseguenze saranno di notevole portata, impossibili da descrivere nel dettaglio e ce ne accorgeremo con ritardo e a rilascio progressivo, spesso a cambiamenti già̀ avvenuti. Direi che il principale problema ad oggi è la crisi senza fine in cui sembra caduto il multilateralismo a vantaggio di un ritorno del protagonismo degli Stati Nazione sulla scena internazionale.

La NATO ha criticato duramente l’intervento russo e cinese in Italia senza riuscire però a proporre iniziative concrete di sostegno logistico ai suoi alleati o a dirimere questioni pratiche tra di loro (si veda per tutte la vicenda del blocco in Turchia delle mascherine mediche destinate all’Italia).

Oppure l’Unione Europea, che ha deciso di chiudere le sue frontiere esterne dopo che tutti i paesi membri hanno di loro iniziativa cancellato il totem-Schengen, noncuranti di coordinarsi preventivamente con Bruxelles. Per non dire della lunga ed estenuante trattativa sul MES, sui Recovery Bonds.

Né meglio hanno fatto le Nazioni Unite che, in un estremo tentativo di proprio rilancio politico, negli anni recenti hanno investito molto su nuovi temi, in primis il cambiamento climatico, finiti completamente marginalizzati dal mainstream pandemico.

– Già prima della crisi sanitaria gli equilibri globali erano in trasformazione e il sistema si stava spostando verso una forma di multipolarismo. Come potrà svilupparsi il nuovo ordine mondiale adesso? Quali cambiamenti potrà portare l’esplosione della pandemia nei rapporti tra gli Stati?

– Penso che degli spunti ce lo possa dare l’osservare la vicenda degli aiuti attivatisi durante la pandemia. Tutte le relazioni internazionali si sono sviluppate su aiuti bilaterali dati o ricevuti, promessi o negati tra vari Stati. Il caso italiano dove abbiamo avuto gli aiuti Russi, Cinesi e Americani in competizione potrebbe replicarsi di nuovo in futuro in una sorta di “Guerra degli Aiuti” a livello globale che via via potrebbe riguardare anche altri paesi ed altri settori strategici (si veda per esempio cosa sta già avvenendo adesso con la “Guerra del turismo”).

Il fatto è che un mondo senza multilaterale è difficile se non impossibile da gestire. Ma è evidente che i vecchi modelli multilaterali – che erano in crisi già prima del Covid-19 – sono oramai inutilizzabili.

– La crisi economica causata dalla pandemia metterà in ginocchio molti Paesi. Chi saranno i vincitori e perdenti nel nuovo ordine mondiale? Quale paese farà sentire la sua voce? 

– Gli Stati Uniti, per pure non hanno applicato un total lockdown - stanno uscendo molto colpiti dalla crisi economica, con importanti risvolti politici. Il fatto che essa stia avvenendo nell’anno delle elezioni presidenziali americane è obiettivamente un fattore che impedisce di trovare quell’unità nazionale che in passato ha aiutato gli USA ad uscire da situazioni di emergenza. Ma non dimentichiamoci anche della capacità che gli Stati Uniti hanno avuto in passato di risollevarsi economicamente da gravi situazioni (si guardi all’ultima crisi dei sub-prime). Il problema sarà a che prezzo sociale ciò avverrà.

La Russia, grazie alla implementazione del 3T system (testing, tracing, treating) tutto sommato ha gestito bene la crisi sanitaria del Covid, tenendo conto delle premesse difficili della dimensione del paese e del suo sbilanciamento demografico. Il problema per Mosca è la tempesta perfetta che si è creata con la coincidenza della pandemia con la guerra del petrolio da un lato (che ha impoverito il bilancio dello Stato di utili risorse) e le riforme costituzionali, dall’altro (che hanno di fatto creato incertezza politica). Anche qui però è troppo poco per pensare ad un cambio di leadership al Cremlino, oramai diventato una vera e propria ossessione per l’Occidente. La storia degli ultimi vent’anni Russa ci insegna che non sempre ad un calo di popolarità della leadership corrisponde poi un calo del consenso elettorale.

La Cina è il paese di fatto meno uscito colpito dal Covid-19 e quindi si direbbe che potrebbe evidentemente avvantaggiarsene economicamente. Il punto però è che si sta creando una narrativa anti-cinese che imputa a Pechino scarsa trasparenza se non proprio di avere una responsabilità nella nascita del virus, frutto di esperimenti di laboratorio sfuggiti di controllo. Vero o meno, questo potrebbe creare a livello globale una situazione di Cina vs Resto del Mondo che obiettivamente indebolirebbe Pechino.

– Adesso, quando la Russia e gli Usa hanno un nemico comune, possiamo sperare per un disgelo della guerra fredda? 

– Sarebbe bello sapere se il nemico comune è il virus o la Cina. Ovviamente la mia è una battuta. Sempre restando nel campo degli aiuti, questa crisi ci ha mostrato aiuti russi arrivare negli USA e viceversa. In un mondo dove il Donatore ha sempre più interessi geo-politici del Beneficiario degli aiuti – questo è stato un chiaro e non casuale segno di distensione tra Mosca e Washington. Direi una delle poche cose positive che ci lascerà questa crisi.

– L’Europa e i meccanismi legati al processo di integrazione sono stati travolti dall’onda d’urto della pandemia di Covid-19. Secondo Lei, l’Ue, che all’inizio della crisi non è stata in grado di fornire una risposta condivisa a questa situazione, riuscirà a ritrovare sé stessa? Di cosa ha bisogno l’Ue per poter per agire in circostanze come queste? 

– Ho parlato prima della vicenda Schengen, che ad oggi non è risolta, anzi pare complicarsi (basti vedere la Grecia che apre i confini turistici ma non per tutti i paesi UE tra cui l’Italia). Il fatto poi che a fine maggio si stia ancora negoziando sui Recovery funds dimostra che manca quella rapidità di azione che ci si sarebbe aspettati davanti ad una emergenza di questa portata.

La UE paga una sua forza economica puntellata negli anni da una solida struttura burocratica più che politica. Gli azionisti di riferimento restano Stati membri che mandano ad animare la Commissione a Bruxelles personale politico di seconda e terza fila, senza carisma e con poco peso; in modo che non faccia loro ombra.  

– Una volta esaurita la crisi, a Suo avviso, potrebbero riproporsi i “vecchi problemi” della politica internazionale: la destabilizzazione nel Medio Oriente, la competizione Usa-Cina, la minaccia terroristica, ecc.? 

– Sicuramente è un’illusione pensare che per miracolo diventeremo più buoni a crisi finita. Che avremo un effetto re-boot.

Io sono di origine bosniaca e mi ricordo quando nel mio paese la guerra, nel cuore dell’Europa, fece più di 300.000 vittime per lo più civili. Pensavamo che quello fosse l’ultimo colpo di coda della fine del bipolarismo e che ne saremmo usciti migliori. In realtà ne è uscito un sistema internazionale che era una nuova scatola con dentro rivisitazioni dei problemi di sempre. A volte anche con più cattiveria.

– A Suo avviso, cosa dovrebbe fare la comunità internazionale per prepararsi ad affrontare in futuro nuove emergenze simili? 

– Il globalismo ha fallito a dare una risposta unica al primo vero test globale. Perché non si ripeta in futuro si dovrebbe ripensare a fondo (e non solo retoricamente) il multilaterale e le sue istituzioni. Ma sarà difficile, se non impossibile con questi rapporti di forza degli Stati Nazione. La diagnosi del problema è però molto più complessa della prognosi.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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