07:47 06 Luglio 2020
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Più si avvicina il 3 giugno – il giorno in cui potrebbe scattare il semaforo verde per gli spostamenti tra le regioni, più crescono i dubbi sulla riapertura dei confini di alcune zone “problematiche”.

Secondo il Corriere della Sera, la riapertura di Lombardia, Piemonte e Emilia-Romagna potrebbe infatti slittare di una o persino due settimane. La curva è in calo, ma per conoscere gli effetti della riapertura parziale bisognerà attendere ancora qualche giorno. In particolare, si temono gli assembramenti registrati nell’ultimo weekend nelle piazze di molte città italiane, con bar e ristoranti nuovamente aperti e “presi d’assalto” dalla movida serale.

Cosa succederà il 3 giugno? Si va davvero verso una riapertura scaglionata “a macchia di leopardo”, con alcune regioni che potrebbero consentire gli spostamenti in ritardo rispetto al Sud Italia? Sputnik Italia ne ha parlato in esclusiva con la Sottosegretaria di Stato alla Salute Sandra Zampa.

Sandra Zampa - Sottosegretaria di Stato alla Salute
© Foto : fornita dal servizio stampa di Sandra Zampa
Sandra Zampa - Sottosegretaria di Stato alla Salute

- Sottosegretaria Zampa, il weekend scorso è tornata la polemica sulla movida e sugli assembramenti che hanno avuto luogo in diverse città italiane. Le preoccupa questa vicenda che riguarda maggiormente i giovani? Sembra che loro non hanno imparato bene la lezione del lockdown e non hanno nemmeno capito la gravità della situazione… 

- Sarebbe eccessivo dirle che sono preoccupata ma sicuramente bisogna essere molto attenti e non abbassare la guardia. Tutti i comportamenti sbagliati vanno urgentemente corretti.

I giovani sono meno esposti al rischio di ammalarsi di Covid, però devono capire che anche per loro esiste questa possibilità. Devono sapere cosa significa “finire in terapia intensiva”, e soprattutto devono essere consapevoli che mettono a rischio le persone a cui vogliono bene, i genitori, i nonni, gli adulti. Oltre a ciò mettono a rischio la salute di tutti, la salute pubblica.

L’Italia è stata chiusa per l’inizio di un focolaio in un comune della Lombardia ma ora, che non siamo più in isolamento, non possiamo dimenticare che il virus c’è ancora, che potrebbero riaccendersi piccoli focolai e che a loro volta questi potrebbero trasformarsi in grandi incendi, come già è avvenuto. Per evitare questo scenario, bisogna usare le mascherine, igienizzare spesso le mani e infine rispettare il distanziamento sociale.

— A Suo avviso, il coinvolgimento dei cosiddetti assistenti civici potrebbe in qualche modo aiutare a risolvere il problema?

— Sugli assistenti civici occorrerà una riflessione supplementare per valutare il profilo delle persone da arruolare e il tipo di formazione che devono avere. I sindaci non sono in grado di rispondere da soli alle nuove esigenze di contenimento del virus. Non si possono impiegare tutti i vigili urbani per i controlli e soprattutto alcuni comuni non hanno a disposizione un numero di persone sufficiente per svolgere questo tipo di lavoro. Avere a disposizione assistenti disponibili a monitorare le città e i luoghi di ritrovo delle persone correggendo comportamenti scorretti e informando sul virus e sulle misure di sicurezza, potrà sicuramente essere d’aiuto.

— Dal 3 giugno dovrebbe ripartire il flusso tra le varie zone d'Italia. Secondo il Corriere della sera, Lombardia, Piemonte e l’Emilia rischiano di rimanere chiusi ancora per qualche settimana. Secondo Lei, andrà tutto come è stato programmato o la riapertura potrebbe saltare all’ultimo momento?

— Per assumere questa decisione, bisognerà in primo luogo vedere i dati disponibili fra qualche giorno, tra venerdì e domenica. Alla luce di questi numeri, che fanno riferimento anche se solo iniziale a quello che è avvenuto dopo l’avvio della fase-2, penso che l’Italia andrà verso la riapertura di tutte le regioni contemporaneamente e non ci sarà un isolamento di una regione rispetto ad altre. Una particolare cautela andrà posta sui dati della Lombardia che continua ad avere, benché in un trend di riduzione, la metà di tutti i casi italiani. Saranno comunque le regioni a decidere insieme al Governo. Oggi sappiamo che Sicilia e Sardegna sono disponibili ad aprire le porte regionali solo a quelle persone che hanno un attestato di buona salute. Ma questo fa pensare ad un Paese diviso da frontiere, dove ogni regione è uno Stato a sé. Non è un approccio concepibile, come si comprende, per cui bisogna trovare una soluzione valida per tutti e che permetta al Paese di tornare al più presto alla sua vita economico-finanziaria.

— Per fortuna i contagi sono in calo in tutto il territorio italiano però, secondo i virologi, servono almeno altre due settimane per vedere come si comporterà il virus. Se appaiano i piccoli focolai, questa volta sarà più facile spegnerli e intercettare i nuovi casi con l’arrivo dell’app “Immuni”?

— Sicuramente sì, l’intervento per spegnere piccoli focolai sarà rapidissimo, perché abbiamo avuto la conferma che chiudere subito tutto è la scelta più efficace.

Perché la app “Immuni” funzioni bene, è necessario che gli italiani capiscano che è nel loro interesse scaricarla, consentendo così all’uso di questa applicazione. La app avverte automaticamente tutti quelli che sono entrati in contatto con una persona ammalata. Non invade la privacy perché tutto è anonimo, fatto attraverso dei codici che vengono generati in modo casuale. Non solo: è un sistema democratico perché lascia ai cittadini la possibilità di scelta. La persona alla quale verrà comunicato di essere entrata in contatto con un contagiato, è libera di fare uso di questa informazione oppure di ignorarla. Non c’è nessun obbligo. Quindi c’è un rispetto grandissimo della libertà e della capacità delle persone di autotutelarsi, sapendo che il contagio è causato solo da un contatto umano molto stretto.

— La fase-due è accompagna dai test sierologici alla ricerca degli anticorpi del coronavirus. Potrebbe spiegarci perché sono considerati importanti? Quale potrebbe essere il loro valore aggiunto?

— I test sierologici sono in grado di fare una fotografia statistica molto importante del nostro Paese. Servono a rilevare la presenza di anticorpi e dicono in maniera purtroppo non infallibile se una persona è stata malata o no. Attraverso i 150 mila italiani che parteciperanno alla campagna sierologica saremo in grado di capire come il Covid agisce sulle diverse età, sul genere (per esempio, si dice che le donne si ammalano di meno) e quali aree geografiche del Paese sono state toccate dal virus di più e quali invece di meno, ma soprattutto sapremo quante sono le persone che non hanno mai avuto nessun sintomo eppure risultano positive. Quindi il test ci permetterà dal punto di vista statistico di sapere quanta parte della popolazione appartiene agli asintomatici. L’assenza di sintomi in presenza del virus è la parte più rischiosa di questa epidemia perché si tratta di persone che non sanno di essere ammalate e possono contagiare gli altri.

— Il ritorno alla vita normale dipende principalmente dal vaccino contro il Covid-19 che sta sviluppando l'università di Oxford in collaborazione con l'azienda italiana Irbm di Pomezia. Secondo le Sue stime, lo potremmo già avere entro settembre, come è stato annunciato circa un mese fa?

— Riuscire ad arrivare a concludere la ricerca non significa avere subito il vaccino. È solo il primo passo indispensabile. Ci sono altre sperimentazioni in corso e sono molto efficaci. In Italia abbiamo altri che stanno lavorando con i partner internazionali per raggiungere questo obiettivo. Visto che tutto il mondo ha bisogno del vaccino e lo vuole, la produzione dovrà essere enorme e soddisfare il bisogno di tutti. L’Italia deve dunque riuscire ad essere co-protagonista a livello europeo e deve avere come Paese la capacità di produrre o di concorrere alla sua produzione, anche per assicurarlo ai propri cittadini e a coloro che ne hanno bisogno.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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