01:17 22 Ottobre 2020
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Nella tragedia che ha provocato il Coronavirus vi è anche la possibilità di riflettere sulla “normalità” alla quale tanto si vorrebbe tornare. Ecologia, borghi e grandi centri urbani, trasporti pubblici, energia. La crisi sociale, sanitaria ed economica dovrebbe spingere a cambiare tutto. Come dovrebbe essere la città del futuro?

Da anni si parla della necessità di ridare spazio al verde nelle città e di salvaguardare l’ecologia, ma è solo durante l’epidemia Covid che gli effetti dell’inquinamento e degli stili di vita sbagliati si sono fatti sentire per davvero. È oramai appurato il legame fra le polveri sottili e la diffusione del virus.

Tornare alla normalità non basta, perché significherebbe ripartire dallo stesso punto sbagliato; è tempo di cambiare, ripensare gli spazi e i modi di abitare, è ora di mettere in campo tutte le energie per riprogettare le città in sintonia con i piccoli centri e con la natura. In uno scenario nuovo il ruolo dei borghi con una qualità di vita straordinaria assume un peso fondamentale, ma è dalla stessa città che deve partire il cambiamento. Come? Lo abbiamo chiesto a Stefano Boeri, architetto, urbanista, presidente della Triennale di Milano, che ha rilasciato un’intervista in esclusiva a Sputnik Italia.

Alleanza fra borghi e città

– “Via dalle città, nei vecchi borghi c’è il nostro futuro” ha affermato in una sua intervista. Stefano Boeri, la gente prima lasciava i borghi per vivere in città, come si immagina questo ritorno da un punto di vista pratico?

– Credo ci sia una consapevolezza del fatto che dobbiamo cambiare gli stili di vita, anche nelle città prima di tutto. Il cambiamento va nella direzione di abitare in quartieri dove in uno spazio temporale che sta fra i 500 metri e i 15 minuti dobbiamo avere tutti i servizi più importanti per il cittadino: la riscoperta dei negozi di vicinato, l’ambulatorio medico, la scuola, l’asilo, lo spazio per la cultura. Credo sia importante cominciare a ripensare una città che lavori per i quartieri con un certo grado di autosufficienza, fenomeno che eviterebbe la congestione nei luoghi centrali.

Siamo anche consapevoli che il verde è un elemento fondamentale per l’equilibrio biologico. Tutto ciò che toglie boschi e verde crea situazioni di grande rischio dal punto di vista igienico sanitario. Vi è il rischio anche dei salti di specie, come fanno i virus che per il 60% vengono dal mondo della natura e che in una situazione di bassa biodiversità hanno maggiore facilità di passare all’uomo.

Infine l’aria è molto importante. Il micro particolato è una concausa importante dell’epidemia. Quindi bisogna abitare in modo diverso nelle città, come se fossero un arcipelago di borghi urbani e capire che i borghi fuori città possono essere un luogo di vita, non semplicemente di turismo. Ovviamente i borghi dovrebbero essere attrezzati con banda larga e ci dovrebbe essere un’attenzione forte all’economica circolare. Credo che ci sia la possibilità di un’alleanza fra città e borghi, questo potrebbe dare vita ad un ripopolamento molto diverso, non nostalgico. Mi interessa che questi borghi tornino a vivere come delle città attive garantendo però una qualità della vita straordinaria.

– Ovviamente non assisteremo ad una fuga di tutti gli abitanti delle città verso i borghi, ma servirebbe una interconnessione maggiore fra la città e la campagna?

– Sì, parlo addirittura di un gemellaggio. Probabilmente ora l’home working diventerà ancora più frequente; se dovremo stare meno giorni a lavorare in ufficio o in azienda avremo più tempo per il lavoro domestico, che possiamo anche fare in un piccolo borgo sull’Appenino, sulle Alpi o lungo la Costa ligure o calabrese. Potremmo passare tre giorni in città e gli altri quattro li passeremmo altrove. Cambia tutto.

Ri-naturalizzare le città

– Secondo Lei almeno dopo il Coronavirus il verde diventerà una priorità per le città?

– Spero di sì, per quel che mi riguarda sto facendo di tutto perché questo avvenga. A Milano abbiamo lanciato un’iniziativa importante: piantare 3 milioni di alberi nei prossimi anni. A Prato stiamo realizzando un progetto che si chiama Urban Jungle dove stiamo lavorando per ri-naturalizzare alcuni pezzi di città. Abbiamo appena presentato un progetto per un quartiere verde di nuova generazione a Tirana che fa i conti con la necessità di passare più tempo all’aria aperta.  Questo tema è al centro del mio lavoro da almeno venti anni, per me non cambia nulla, ma per ciò che è attorno c’è più intensità.

Come sarà la città del futuro

– Come deve cambiare la città del futuro per funzionare meglio rispettando la natura?

  • Non c’è dubbio che va fatta un’operazione per ridurre al minimo i carburanti fossili. Bisogna partire dalle caldaie, una fonte di inquinamento ancora maggiore del traffico. Naturalmente bisogna chiudere con il gasolio e poi scegliere caldaie molto avanzate tecnologicamente con una bassa emissione di gas nocivi o optare sulle pompe di calore o su progetti innovativi come l’utilizzo delle fognature in termini di fonte di calore.
  • Ovviamente il tema della mobilità sostenibile è centrale, dobbiamo dare più spazio al traporto pubblico elettrico e a tutto ciò che riguarda le biciclette, il monopattino elettrico.
  • Un altro elemento importante sono le energie rinnovabili, gli edifici dovrebbero diventare delle piccole centrali che assorbono l’energia dal sole e dal vento. Questa energia potrebbe essere distribuita nel quartiere.
  • Ovviamente il verde è importantissimo.
  • Il discorso dei quartieri autosufficienti significa che dal punto di vista sanitario abbiamo bisogno di avere le strutture ben distribuite sul territorio.

– Qual è il ruolo dei tetti nelle città?

– I tetti sono fondamentali per quel che mi riguarda. Sto lavorando tantissimo su questo tema, anche perché sono una superficie orizzontale praticabile completamente disprezzata e non considerata, che però può dare enormi vantaggi alla vita urbana. Il progetto che abbiamo presentato per Tirana ha in larga parte proprio l’utilizzo dei tetti come ipotesi.

C’è la possibilità di lavorare sull’energia, ma sono anche tetti abitabili, dove ci sono gli orti urbani, le aree verdi, ma sono anche spazi di lavoro e di co-working per gli inquilini della casa o del condominio. Il tetto diventa così una quinta facciata dove arrivano le merci con i droni, ma è anche il luogo, come era per i cortili una volta, dove si aprono piccolo officine e spazi artigianali.

– Qual è la lezione principale da trarre dalla pandemia?

– La normalità a cui rischiamo di tornare ha dentro di sé le ragioni del disastro che abbiamo vissuto. Dobbiamo progettare una normalità diversa.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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