17:25 08 Agosto 2020
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In seguito al ritorno in patria di Silvia Romano, rimasta ostaggio di terroristi islamici per 18 mesi, molti hanno collegato il suo caso alla sindrome di Stoccolma.

Tale ipotesi è nata dopo le poche dichiarazioni di Silvia in merito alla sua conversione all’islam. È ancora tutto da capire, ma nel frattempo contro di lei piovono insulti carichi di odio.

Silvia Romano, cooperante di una onlus rapita in Kenya e liberata dai terroristi 18 mesi dopo, finalmente è tornata a casa. Vestita con il jilbab al suo rientro Silvia Romano ha dichiarato di essersi convertita alla fede islamica. Le reazioni sono state immediate: attraverso la rete si è abbattuta una valanga di insulti nei confronti di Silvia-Aisha.

Si è aperto un dibattito sulla sindrome di Stoccolma come possibile causa della sua conversione all’islam. Diciotto mesi di prigionia non passano senza lasciare segni, Silvia Romano probabilmente avrà bisogno di molto tempo per riprendersi dal trauma, nel frattempo però tutti i messaggi di odio nei suoi confronti di certo non sono di aiuto. Per approfondire il tema della sindrome di Stoccolma e dei danni che possono causare gli attacchi di odio in rete Sputnik Italia ha raggiunto Michele Mezzanotte, psicologo e psicoterapeuta, direttore della rivista di psicologia “L’anima fa arte”.

– Si parla molto in questi giorni della sindrome di Stoccolma in relazione al caso di Silvia Romano e della sua conversione all’islam. Michele Mezzanotte, quali sono le particolarità di questa sindrome?

– È una sindrome molto particolare. Ci sono pochi casi nella storia certificati della sindrome di Stoccolma perché è molto difficile da diagnosticare. La prima volta che è stata identificata nel 1973 a Stoccolma è successo durante una rapina nella quale i rapinatori e gli ostaggi si sono coalizzati contro le forze dell’ordine.

Innanzitutto ci deve essere una minaccia sia per i rapinatori sia per gli ostaggi. In questo clima di terrore anche le minime gentilezze vanno ad influire sugli ostaggi e su come stanno vivendo tutto ciò che accade attorno a loro. Non vi devono essere prospettive di salvezza e ci deve essere l’impossibilità di fuga. Ci sono tre fasi di questa sindrome: gli ostaggi devono sviluppare dei sentimenti positivi verso i sequestratori, questi sentimenti devono essere ricambiati dai sequestratori, infine ci devono essere dei sentimenti negativi verso la polizia o l’autorità che deve intervenire in quel momento.

– Quanto potrebbe durare la sindrome di Stoccolma?

– Dipende dal carattere della persona, dipende da quanto è stata in prigionia. Può durare poco, ma anche tanto, addirittura anni. Durante un’eventuale incarcerazione può accadere che noi compiamo delle scelte, subiamo un trauma. La ferita che nasce a causa del trauma può durare anni.

– Quali danni può provocare questa sindrome?

– Parliamo di una ferita psicologica, è un complesso di sintomi. È un trauma che agisce su più livelli, quindi le conseguenze possono essere totalmente imprevedibili. È molto diversificata come sindrome. Se più persone subiscono lo stesso trauma non è detto che sviluppino la stessa sintomatologia.

– Dagli elementi che emergono finora possiamo parlare di sindrome di Stoccolma anche nel caso di Silvia Romano?

– Da psicologo e psicoterapeuta non posso valutarlo, perché non ho elementi a sufficienza. Mi meraviglio di tutte quelle persone che hanno tirato ad indovinare e hanno cercato di fare diagnosi non essendo psicologi professionisti e senza avere elementi sufficienti. Non abbiamo parlato con Silvia, non sappiamo che cosa ha vissuto lì. Non abbiamo gli elementi per capire come sia arrivata alle scelte che ha fatto.

– Diciotto mesi di prigionia possono avere causato problemi molto complessi? È presto e difficile capire tutto il quadro?

– Diciotto mesi di prigionia ci impongono a livello psicologico di adattarci, perché se rimaniamo rigidi a quel contesto moriamo psichicamente. Dobbiamo adattarci a ciò che ci circonda. L’adattamento è sopravvivenza. Noi non sappiamo a cosa si è dovuta adattare Silvia Romano e come si è adattata.

– In seguito al suo rientro e alla notizia della sua conversione all’islam contro Silvia in rete sono piovuti messaggi carichi di odio. Che effetti psicologici possono provocare questi attacchi?

– Vorrei risponderle dal punto di vista psicologico archetipico: nell’antica Grecia c’era la figura hybris, tracotanza. Si manifestava attraverso un atteggiamento di violenza e dismisura nei confronti di qualcosa che non si conosceva. Queste persone che giudicano attraverso commenti negativi stanno peccando di hybris. Le persone hanno un atteggiamento violento e virale su un tema che non conoscono.

Questi commenti potrebbero causare molti più problemi a Silvia stessa di quei 18 mesi.

Se non c’è dietro una struttura psicologica forte e una sicurezza, ma troviamo sofferenza il rischio è di destrutturare la psiche di una persona.

Noi non dobbiamo astenerci dal giudizio, ma dobbiamo imparare a giudicare come persone. Abbiamo visto nel caso di Silvia giudizi totalmente sbagliati. Dobbiamo rispettare non solo la libertà di scelta si Silvia, ma anche la sofferenza che ha subito. In questo modo non abbiamo rispettato né la sua libertà di scelta né il trauma che ha subito in quei 18 mesi.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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