09:25 27 Maggio 2020
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Rumen Gechev è un deputato del parlamento bulgaro appartenente al Partito socialista bulgaro, ricopre la carica di vicepresidente della commissione per il bilancio ed è membro della commissione di politica economica.

Gechev è altresì dottore in scienze economiche e professore di macroeconomia presso l’Università di economia nazionale e mondiale di Sofia. È stato invitato a tenere conferenze nelle principali università europee e statunitensi. Ha rivestito la carica di vicepremier e ministro dello Sviluppo economico tra il 1995 e il 1997. Infine, è stato presidente della quarta sessione della Commissione delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile tra il 1996 e il 1997.

— Stando alle previsioni della Commissione europea, l’Unione europea e l’eurozona registreranno un calo economico da record nel 2020: il PIL dell’eurozona potrebbe subire un calo del 7,7%, quello dell’intera UE potrebbe subirne uno del 7,4%. Il commissario europeo Paolo Gentiloni ha parlato di “shock economico senza precedenti dai tempi della Grande depressione”. Secondo l’eurocommissario la portata del calo economico e il ritmo a cui si riprenderà l’economia saranno diversi a seconda dei diversi Paesi europei e dipenderanno da vari fattori quali la velocità di entrata nella Fase 2, la dipendenza dei singoli Paesi dal comparto turistico e lo stato di salute generale della loro economia. “Simili divergenze rappresentano una minaccia per il mercato unico e l’eurozona”. Un Suo commento a riguardo?

— Le stime della Commissione europea in questa fase appaiono oggettive a patto che nei prossimi 2-3 mesi si abbandonino le più rigide norme di quarantena legate al Covid-19. Il PIL registrerà un calo di almeno il 10-12% in esito alla significativa riduzione di investimenti e consumi e al rallentamento delle esportazioni europee in particolare fuori dall’UE. La crisi avrà una portata diversa a seconda della condizione in cui versano le diverse economie nazionali e le loro catene logistiche di esportazione. La Commissione europea e la BCE che hanno imparato la lezione dopo l’errore della politica di austerity adottata tra il 2007 e il 2009 hanno deciso giustamente di garantire liquidità a imprese e famiglie mediante l’erogazione di linee di credito a tasso 0, l’allentamento dei requisiti necessari per la concessione dei prestiti, la prestazione di aiuti a titolo gratuito e l’erogazione di incentivi diretti e indiretti. La Commissione europea ha dichiarato di non attenersi temporaneamente alle restrizioni relative al disavanzo pubblico e al rapporto del debito sul PIL. È stato dato il via libera anche alla concessione di incentivi statali alle imprese private.

Ma un simile allentamento della cinghia potrebbe costare carissimo. L’Eurozona aveva già cominciato a rallentare già prima della crisi. Nonostante l’inasprimento dei controlli sul sistema bancario, molti istituti di credito dell’eurozona stanno vivendo una situazione ben poco rosea. Ad esempio, la tedesca Deutsche Bank già da alcuni anni sta registrando importanti perdite: ricordo che questo istituto direttamente o meno controlla asset per più di 2.000 miliardi di dollari in Germania, UE, USA e altri Paesi.

Il fallimento di decine di migliaia di imprese e l’aumento della disoccupazione costringeranno un gran numero di persone fisiche e giuridiche a non poter onorare i propri debiti. Questa volta, a differenza della crisi precedente, i governi non presteranno aiuto alle banche in difficoltà. In primo luogo, perché le spese di bilancio sono molto maggiori e, in secondo luogo, perché i contribuenti non vorranno che le banche vengano nuovamente aiutate con i loro soldi.

I problemi si infittiscono anche perché già prima della crisi gli Stati membri non avevano concordato il nuovo bilancio dell’UE per il 2020 a causa delle crescenti divergenze interne prodottesi in esito alla Brexit. Infatti, la Germania in particolare e anche la Francia non sono intenzionate a incrementare la propria quota nelle casse comuni. Questo ha dimostrato quanto sia irrealistico pensare alla creazione di una politica fiscale comune o di un Ministero delle Finanze a livello di eurozona. Improbabile è anche la realizzazione di progetti per l’emissione comune di titoli di debito perché Germania e Paesi Bassi al momento si rifiutano categoricamente di allocare risorse nazionali a questo fine. Ma la lotta comune contro il Covid-19 è impossibile senza un finanziamento comune delle misure anticrisi. E proprio l’assenza di solidarietà è la minaccia maggiore per l’eurozona. Si tratta di un rischio elevatissimo anche a medio termine. Se non si riuscirà a contenere questo rischio e a trovare soluzioni accettabili da tutti, potrebbe venirsi a creare una ulteriore crisi dell’eurozona in grado di determinare il crollo dell’intera UE.

— Quali Paesi saranno più colpiti dalla depressione economica post-coronavirus? E quali invece saranno meno colpiti? È vero che una ripresa a diverse velocità potrebbe rappresentare una minaccia per il mercato unico dell’UE? Cosa si potrebbe fare? Forse concedere tempestivamente fondi europei ulteriori a questi Paesi che stanno soffrendo più degli altri?

— I più colpiti saranno probabilmente i Paesi per i quali il comparto turistico rappresenta una quota importante del PIL, come Italia, Spagna, Francia, Grecia, Bulgaria e altri. Altrettanto colpiti saranno quei Paesi che dispongono di aeroporti di snodo e, dunque, di un flusso elevato di passeggeri.

A lungo termine questa crisi non potrà essere risolta esclusivamente mediante la concessione di fondi monetari. Al momento gli Stati membri stanno adottando proprio questa strategia, seppur con differenze a livello di volumi e strumenti concessi.

Dovranno essere ripensati totalmente i rapporti economici dell’UE con l’esterno, l’organizzazione e la sostenibilità delle linee produttive alla luce dello shock attuale in particolare relativamente a quei settori produttivi chiave che garantiscono la sicurezza regionale e nazionale. È assai probabile che alcune linee produttive verranno trasferite dalla Cina in UE. E questa è una grandissima opportunità per Paesi come la Bulgaria i quali possono rivelarsi particolarmente adatti per un simile riposizionamento delle linee produttive. Probabilmente, sarà possibile far convergere economie europee più sviluppate e meno sviluppate, come da anni si cerca di fare. Infatti, è indubbio che senza la riduzione della disparità in termini tecnologi e socio-economici è impossibile superare la pericolosa stagnazione dei processi di integrazione.

— Nel 2019 la Bulgaria ha occupato il primo posto per aumento delle spese militari dopo aver acquistato degli F-16 statunitensi. Tuttavia, stando ai dati Eurostat, in Bulgaria lo stipendio minimo è il più basso dell’UE (312 €), le pensioni in Bulgaria sono tra le più basse non solo in UE ma in generale nei Balcani. Perché, a Suo avviso, il governo ha deciso comunque di comprare dei velivoli il cui prezzo superava di molto il tetto fissato inizialmente? Crede davvero che Sofia dovrà affrontare sfide così importanti a livello di sicurezza?

— La Bulgaria è un membro della NATO ed è tenuta ad adempiere alle proprie obbligazioni contrattuali. Ma entrambe le parti dovrebbero adempiere alle proprie obbligazioni e nel caso degli F-16 si sono venuti a creare criticità gravi. In primo luogo, secondo gli esperti, questo modello avrebbe già esaurito le proprie capacità, anche nella nuova versione Block 70. Infatti, sono già 5 anni che il Pentagono non ne compra più. Dunque, pare che noi siamo entrati a far parte di una strategia di marketing finalizzata a prolungare il ciclo vitale di questo già obsoleto velivolo. In secondo luogo, il prezzo per la Bulgaria è oggi maggiore di quello riservato ad altri acquirenti. La motivazione sarebbe che si tratta del nostro primo acquisto. Una spiegazione alquanto strana. In terzo luogo, per evitare un prezzo maggiore di quanto preventivamente approvato dal parlamento, il governo ha deciso di non acquistare alcuni armamenti e componenti. Tuttavia, ora dovrà sobbarcarsi ulteriori spese per colmare queste mancanze. In quarto luogo, stiamo acquistando una versione modificata che al momento è ancora in fase di progettazione. Che garanzie abbiamo che il prodotto sia veramente efficace e che non ci siano ritardi nella consegna com’è successo con gli F-35, ad esempio? In quinto luogo, il fatto che questo prodotto così costoso abbia solo 6 mesi di garanzia (ossia una garanzia 4 volte inferiore rispetto a quella dei prodotti elettronici europei) è uno scandalo. In sesto luogo, abbiamo pagamento un anticipo sull’intera somma per la fase di progettazione e per la consegna a partire dal 2023. Ma di recente è stato appurato che le consegne potrebbero subire ritardi e cominciare solo da gennaio 2027! In sostanza, il popolo bulgaro paga il 100% di anticipo oggi per ricevere il prodotto forse tra 7-8 anni. Insomma, il buon senso fatica ad avere rispetto della cosiddetta solidarietà euro-atlantica la quale sta traendo vantaggi unilaterali dal governo bulgaro.

— Nel vertice virtuale “UE-Balcani occidentali” tenutosi a inizio maggio non è stata sollevata la questione dell’inizio dei negoziati di adesione di Macedonia del Nord e Albania sebbene nel 2018 Jean-Claude Juncker avesse dichiarato che i candidati dell’area balcanica potessero considerare il 2025 come data di possibile adesione all’UE a condizione che soddisfacessero i requisiti necessari. A Suo avviso, la pandemia e la recessione economica rallenteranno le procedure di adesione dei Paesi dell’area balcanica all’UE? Secondo Lei, quale Paese è il candidato più probabile tra Serbia, Montenegro e Albania? 

— Senz’ombra di dubbio il Covid-19 rallenterà le procedure di adesione di Albania, Macedonia del Nord e Montenegro all’UE. In questa fase per una molteplicità di ragioni non è possibile parlare della Serbia in questo contesto. Un rallentamento è inevitabile poiché l’UE al momento non sta pensando all’allargamento. Deve prima risolvere i gravi problemi economici e politici che la attanagliano per permettersi poi di dedicare maggiore attenzione ai Paesi periferici nei Balcani. Le differenze tra gli Stati membri occidentali e quelli orientali rimangono significative. Bruxelles ha divergenze importanti con Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia sull’organizzazione del sistema giudiziario, la politica migratoria, la Convenzione di Istanbul, il mancato desiderio di questi Paesi di aderire all’eurozona, ecc. L’UE è piena di problemi e l’adesione di Albania, Macedonia del Nord e Montenegro non farà che complicare la situazione. Inoltre, due Stati membri dell’area balcanica, ossia Grecia e Bulgaria, hanno delle “preferenze”. Infatti, la Grecia sostiene di più l’adesione del Montenegro, mentre la Bulgaria quella della Macedonia del Nord. Anzitutto vediamo se l’eurozona supererà la crisi e se la Commissione europea troverà un modo per prorogare la costruzione di una casa europea comune. Prima che ciò accada, sarà improbabile che nuovi Paesi aderiscano all’UE.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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