10:25 13 Luglio 2020
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Coronavirus in Italia, contagi in calo: inizia la fase 2 (2 - 10 maggio) (123)
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La crisi economica nata dall’emergenza sanitaria ha messo letteralmente in ginocchio l’intero settore della ristorazione che ha difficoltà a rialzarsi e a vedere un futuro roseo.

Secondo le stime della Fipe (l'Associazione leader nel settore delle imprese che svolgono attività di ristorazione e di intrattenimento), le aperture dal primo giugno potrebbero causare altri 9 miliardi di danni che portano le perdite stimate a 34 miliardi in totale dall’inizio della crisi. Moriranno oltre 50,000 imprese e 350,000 persone perderanno il loro posto di lavoro. Bar, ristoranti, pizzerie, catering, intrattenimento, stabilimenti balneari sono allo stremo e non saranno in grado di non lavorare per un altro mese senza avere alcuna certezza sui sostegni economici dal governo.

Per attirare l’attenzione dell’esecutivo a questa drammatica situazione, la Fipe ha promosso una petizione “Apriamo in sicurezza bar e ristoranti il 18 maggio” indirizzata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al quale si riporta la disperazione dei tanti piccoli esercizi di somministrazione che senza contributi immediati sono destinati a non riaprire più.

​Perché la ristorazione italiana rischia di essere cancellata? È ancora possibile salvarla? Come cambierà questo settore dopo il coronavirus? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto il vice presidente Fipe/Confcommercio Aldo Cursano.

— Vice Presidente Cursano, la ristorazione sarà tra gli ultimi a poter riprendere l’attività. Quali conseguenze potrebbe avere la riapertura dal primo di giugno sul settore? Rischia davvero altissimi “tassi di mortalità”?

— Il rischio è reale perché il mondo della ristorazione italiana non è un comparto che ha patrimoni e grandi capitali, è un mondo fondato sul lavoro, sulla passione, sul sacrificio e sull’ospitalità! In questo momento il nostro lavoro è fermo e noi non abbiamo le coperture economiche per reggere mesi senza attività, ecco perché questo stallo potrebbe causare il fallimento del sistema. Se non si lavora, non siamo in grado di pagare le tasse, l’affitto e di rispettare i nostri impegni. Secondo la nostra analisi, oltre 50,000 imprese non riapriranno, e più tempo passa per la loro riapertura, il rischio diventa sempre più reale.

La crisi epidemiologica ha condizionato lo stile di vita degli italiani e ha cancellato totalmente la funzione turistica del nostro Paese. Sappiamo già che per almeno un anno non avremo i flussi turistici e siamo anche consapevoli che, finché dovremo vivere con questa pausa della contaminazione, anche i consumi interni sono in caduta libera. E quindi, la nostra vera preoccupazione non è solo quando apriremo ma se apriremo e come. Ecco perché noi stiamo chiedendo in modo forte alle amministrazioni locali, alle regioni e soprattutto al governo di agire.

Se chiudono le nostre imprese, l’Italia perderà la sua anima e la sua identità - nei nostri luoghi, nei nostri ristoranti si condivide esperienza, storia, cultura e valori. Se le nostre imprese muoiono, svanirà anche una parte importante del nostro Paese!.

La ristorazione italiana rischia di essere cancellata
© Foto : Niva Mirakyan
La ristorazione italiana rischia di essere cancellata

— In questo momento avete alcuna certezza sui sostegni economici dal governo?

— La situazione è grave. Noi ci sentiamo un po’ traditi dal governo. C’è grande differenza tra quello che annuncia e dice e quello che realmente fa l’esecutivo. I nostri dipendenti stanno ancora aspettando la cassa integrazione e chi l’ha ricevuta in questi giorni conferma che si tratta della metà di quello che è stato promesso. Le aziende aspettavano la liquidità, un aiuto per poter in qualche modo fronteggiare questo momento di emergenza. Non è arrivato quasi niente, ma l’orologio di costi dell’impresa (affitti, bollette, scadenze, impegni, ecc) continua comunque a girare mentre noi siamo inattivi. Noi abbiamo chiesto da subito di fermare questo “orologio” finché siamo fermi. La nostra logica è molto semplice: “se io non lavoro, non posso pagare” e “quando riparto, comunico a pagare di nuovo”, altrimenti fallirà un sistema che, come dicevo prima, è molto, forse troppo, fragile.

— Quali misure, a Suo avviso, potrebbero consentire alle imprese di sopravvivere?

— Ci vuole uno stanziamento economico a fondo perduto per consentire la sopravvivenza del momento. Solo così ora, quando siamo chiusi, riusciamo a rispettare gli impegni essenziali già scaduti e quindi possiamo sopravvivere per essere poi pronti a ripartire.

Il governo e le istituzioni ci devono aiutare a riparametrare ogni fonte di costo alla nuova dimensione economica. Quindi gli affitti devono essere abbattuti in funzione della nuova capacità dell’impresa e la tassazione locale deve essere o annullata oppure rivista. E poi c’è il fattore personale da tener conto: se c’è una struttura che produceva 100% e oggi produciamo 20-25%, l’imprenditore senz'altro sarà in grado di assicurare il lavoro solo ad una piccola parte di persone, di cui ha bisogno, e il governo dovrebbe e deve occuparsi delle altre persone, che inevitabilmente rimarranno senza lavoro, e di darle una cassa integrazione, una disoccupazione, ecc. Quindi, ci deve essere la condivisione di responsabilità e dei sacrifici.

— Qualche settimana fa la Fipe ha lanciato #Buooono il ristobond per ridare liquidità e speranza al settore messo in ginocchio. Potrebbe raccontare di che cosa si tratta?

— E’ un’obbligazione di 15 euro, 25 euro, 50 euro e 100 euro, che noi vendiamo ai nostri clienti. È un atto di solidarietà basato sull’acquisto di “Buooono” per un pranzo o una cena, ma anche un aperitivo, che al momento del suo utilizzo, quando l’incubo del lockdown sarà finito, avrà un valore superiore fino al 25%. È un modo di consolidare e mantenere vivo un rapporto di fiducia tra noi e la nostra clientela ma anche uno strumento che consentirà di effettuare gli acquisti direttamente a favore dei ristoranti a partire dal 2 giugno in poi.

— Con l’avvio della “fase-2” è consentita la vendita per asporto. A Suo avviso, potrebbe essere una soluzione transitoria per il vostro settore?

— E’ una soluzione troppo parziale che ha aiutato alle gelaterie, alle pizzerie, alle paninerie e un po’ ai bar. Sono riusciti in qualche modo a mantenere vivo il rapporto con i clienti. In questa situazione possono riaprire solo le piccole strutture, le imprese familiari, chi non hanno costi alti di personale. Ma per accendere il suo motore la ristorazione ha bisogno di uno staff, di cucina, di acquistare e di sanificare i prodotti. Per vendere 4-6 pasti, i ristornati devono mettere in piedi un’organizzazione che è insostenibile per asporto.

E quindi la ristorazione rimane inchiodata in attesa di una prospettiva del 1° giugno chiedendo se ci siano delle condizioni adeguate al nostro comparto. Mi riferisco alle misure che riguardano la sicurezza e la salute, che abbiamo sempre messo al centro del nostro lavoro, e che adesso dobbiamo tener conto ancora di più. Abbiamo chiesto, per esempio, di fornirci gratuitamente con gli spazi pubblici per poter mettere i tavoli fuori. Sono le richieste importanti perché il nostro obiettivo in questo momento non è il business e il guadagno ma è la sopravvivenza.

La ristorazione italiana rischia di essere cancellata
© Foto : Niva Mirakyan
Ristoranti italiani a rischio

— A proposito delle misure di sicurezza, cosa pensa della barriera di plexiglass per i ristoranti che è stata vastamente pubblicizzata da molti giornali?

— Non ci piacciono, questi pannelli sono assurdi. Noi stiamo lavorando molto per affermare il principio che le coppie e i famigliari conviventi, che vivono nelle mura domestiche, possono stare insieme al tavolo come fossero a casa. E quindi, secondo noi, il distanziamento deve essere garantito non tra le persone conviventi ma fra tavolo e tavolo. Se questo principio fosse affermato, magari non vedremo più gruppi, ma avremo i tavoli più piccoli per 3-4 persone… .

— A Suo avviso, come sarà la ristorazione il dopo crisi? Secondo i vostri calcoli, quando il settore potrebbe recuperare tutti i danni causati dalla pandemia?

— Cioè che è stato perso, purtroppo non si recupera più… Io penso che la ristorazione si cambierà drammaticamente, sarà più importante, più selettiva, più professionale. Negli ultimi anni nel mercato si sono inserite tantissime persone, molto spesso non adeguatamente preparate. Secondo me, la crisi senza ombra di dubbio consentirà ai veri imprenditori, ai veri chef, ai veri ristoratori, che hanno storia, qualità, esperienza, di riorganizzarsi e di ripartire, quando ci saranno le condizioni. È una cosa che non potranno fare coloro i quali che sono buttati in questo settore per gioco pensando che fosse una cosa semplice. Quindi, secondo noi, questo momento di crisi porterà ad un cambiamento del sistema della ristorazione, dove sicuramente aumenterà la qualità, la sicurezza, l’accoglienza, la professionalità e la competenza.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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