10:08 29 Maggio 2020
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È arrivato l’accordo fra il governo e la CEI, pace fatta. Dal 18 maggio in Italia riaprono le chiese e ripartono le messe. Sono in corso anche i dialoghi fra il governo e le altre religioni, fra cui l’Islam. Al momento non vi è però una data di riapertura per le moschee e per i musulmani, che celebrano il Ramadan.

A palazzo Chigi è stato firmato dal presidente della CEI Bassetti, dal presidente del Consiglio Conte e dal Ministro dell’Interno Lamorgese il protocollo che riguarda la ripartenza delle messe. I musulmani in Italia, più di un milione di fedeli, stanno celebrando il Ramadan in isolamento per l’emergenza Covid, ma attendono la riapertura delle moschee. L’apertura del governo nei confronti della CEI fa ben sperare, anche se una data per i fedeli musulmani per ora non c’è.

Quanto è importante in questo momento di crisi il rispetto per tutte le confessioni e il dialogo interreligioso? Quali norme sono necessarie per garantire la sicurezza nelle moschee? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in esclusiva l’imam Yahya Pallavicini, presidente della Coreis Italiana (Comunità Religiosa Islamica).

– Il governo e la CEI hanno siglato un protocollo per riaprire le chiese e far ripartire il 18 maggio le messe. Imam Yahya Pallavicini, per le moschee qual è la situazione?

– Ci sono dei dialoghi in corso, martedì di questa settimana c’è stata una riunione con il Ministero dell’Interno e alcune rappresentanze delle altre religioni non cattoliche in Italia. Erano presenti i rappresentanti dell’ebraismo, di diverse chiese protestanti, delle chiese ortodosse, dei buddhisti, degli indù e dei musulmani. Abbiamo iniziato una concertazione inter istituzionale ufficiale martedì pomeriggio per arrivare ad un protocollo generico per tutti, che è stato regolato oggi e che sarà presentano al comitato tecnico del presidente Conte, verrà valutato e, se tutto va bene, verrà siglato anche quest’altro protocollo. Le varie confessioni religiose troveranno delle specifiche di responsabilità nella gestione più particolare dei propri culti.

– Non c’è quindi una data al momento per le riaperture delle moschee?

– Per ora non c’è.

– Che cosa significa passare il Ramadan in isolamento?

– È uno dei grandi paradossi di una certa tristezza di quest’anno. Il Ramadan è un momento di digiuno dall’alba al tramonto per quasi 30 giorni, ma la sera invece vi sono normalmente delle cene dove ci si invita fra famiglie e dove si prega in comunità. Togliere l’elemento della comunità, della convivialità, della fratellanza e degli incontri è un po’come svuotare una parte del Ramadan. Dall’altro canto, nel mondo islamico siamo tutti d’accordo che la salute vada salvaguardata e quindi è un sacrificio da fare. Speriamo che in Italia, se riusciamo a trovare un accordo con il governo, l’ultima settimana del Ramadan potrebbe coincidere con la riapertura delle moschee e un graduale riavvio della frequentazione fraterna.

– Molte attività a causa dell’emergenza sono passate al regime on-line. Le preghiere e la religione evidentemente non possono diventare virtuali?

– Sì, esatto. Nel caso dell’islam però è un problema minore, noi possiamo continuare a pregare nelle nostre case e quindi non abbiamo bisogno di un video se non per quello che riguarda le prediche e gli insegnamenti dell’imam e dei maestri.

Quindi qui ci sono due scelte: o le prediche tramite video in streaming oppure le prediche inviate via e-mail. A differenza del Cristianesimo, che prevede la messa con la comunione tramite video, noi abbiamo un rapporto fisico con il tappetino. Facciamo i nostri movimenti orientandoci verso la Mecca e non è necessaria una mediazione attraverso degli strumenti aggiuntivi.

– C’è chi non ha rispettato le regole ed ha voluto pregare in gruppo. Sarà successo per dei fedeli cristiani così come per dei fedeli musulmani. Che cosa ne pensa di chi trasgredisce le regole?

– Direi che ci sono due casi. Il caso di coloro che trasgrediscono le regole per mancanza di responsabilità e per disonestà nei confronti del principio della salute. Sono trasgressioni che non hanno nessuna giustificazione, non possiamo approvarle. Si tratta di attentati alla salute e di un modo irregolare di fare la preghiera, quando l’emergenza ha richiesto un’altra procedura.

L’altro scenario è quello di non interpretare in maniera esagerata le misure di cautela. Ricordiamo il video di un sacerdote che faceva la messa cattolica in Italia e la polizia ha cercato di interrompere la messa. In questo caso il sacerdote aveva sistemato i fedeli uno per banco molto distanti uno dall’altro. Bisogna trovare una misura giusta, essere onesti nell’interpretare le regole. La disonestà invece è lontana dalla religione e lontana dalla convivenza pacifica.

– So che avete fatto una proposta al Ministero dell’Interno. Di che cosa si tratta? Quali saranno le norme di sicurezza da adottare nelle moschee?

– Abbiamo fatto affidamento ad un documento ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si tratta di un documento sul Ramadan per dare delle linee guida i musulmani nel mondo. In questo documento, che abbiamo tradotto in italiano e ripreso nella nostra proposta, si raccomandano l’uso di igiene personale, l’opportunità di rimanere a casa. Laddove le moschee fossero aperte bisognerà pensare a delle linee di progressiva e limitata affluenza, mantenendo sempre il distanziamento sociale. Questo significa che le moschee in Italia non potranno più per il momento accogliere tutti i fedeli.

È importante che la priorità rimanga pregare in casa; coloro che volessero ritrovare il momento di conforto spirituale con le moschee possono raggiungere la moschea, ma dovranno rispettare il distanziamento sociale, non ci dovranno essere contatti fisici neanche per il saluto, si dovrà salutare con la mano sul cuore. Inoltre bisognerà indossare la mascherina e i guanti, ognuno dovrà portare il proprio tappetino. Se ci sono dei cortili e il tempo lo permette si faranno le preghiere all’aperto, c’è la possibilità di organizzare dei turni di preghiera.

Abbiamo proposto queste misure al governo con la speranza che possano essere discusse e approvate. Sarebbe bello rivedere le moschee aperte per l’ultima settimana di Ramadan.

– Si è parlato molto di libertà di culto in queste settimane. Quanto è importante in questi momenti di crisi la fede, ma anche un’attenzione particolare a quelle che sono le minoranze religiose? Che peso ha il dialogo interreligioso?

– Ha toccato delle parole chiave. La diversità e il pluralismo. È importante rispettare la pari dignità di qualificazione fra i settori. C’è la qualificazione della politica, c’è la qualificazione della scienza, quella dell’economia, ma vi è anche quella della religione. Non si può negare una pari dignità a nessuno di questi ambiti. Non si può dire che la prima cosa è l’economia e la religione è una cosa ultima. È scorretto. Ogni cittadino ha bisogno di essere ben gestito dalla politica, essere protetto dalla scienza, ma anche di avere un conforto spirituale.

La religione non è una religione, ma vi è il pluralismo delle identità religiose: ebraismo, cristianesimo, islam, induismo, buddhismo, taoismo. Sono varie espressioni religiose con numeri differenti di fedeli. Bisogna avere l’onestà politica, scientifica, economica e interreligiosa di rispettare le diversità interne al quadro religioso. Le regole che valgono per una comunità maggioritaria non sono le stesse che valgono per una comunità minoritaria. Serve flessibilità nel rispettare il pluralismo di identità differenti. È una grande sfida.

Vorrei solo aggiungere una cosa.

– Certo.

– Per me è stato un piacere incontrare alla riunione del Ministero dell’Interno i rappresentanti delle Chiese Ortodosse Rumena e Greca. Ho condiviso con loro una grande sintonia nell’attenzione al sacro nella vita e per quanto riguarda l’importanza della preghiera per i fedeli. La Chiesa ortodossa russa e i fedeli russi nel mondo vanno nella stessa direzione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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