05:00 02 Giugno 2020
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Il ministro della Giustizia ha riferito in Parlamento, ma la sua versione è stata smentita più volte da Di Matteo.  “Qualcuno non dice la verità”, e il ministro continua a non rispondere alla domanda chiave.

Sputnik Italia ha raggiunto il dott. Antonio Ingroia, ex procuratore di Palermo che ha portato avanti, assieme all'ex pm Di Matteo, il processo per la trattativa Stato-Mafia, che in un comunicato stampa a AdnKronos ha chiesto le dimissioni del ministro per i dubbi sollevati sulle modalità di assegnazione dell'incarico al DAP a Basentini.

– Dott. Ingroia, ritiene soddisfacente la risposta del ministro Bonafede data al question time alla Camera?

– Mi pare assai poco convincente perché le dichiarazioni del dott. Di Matteo sono state molto chiare, precise e circostanziate, mentre il ministro continua a non rispondere alla questione chiave.

Il giorno della telefonata il ministro diede al dott. Di Matteo l'opportunità di scegliere fra le due possibili nomine: quella al capo del DAP e quella agli Affari Penali, che è un ruolo meno in prima linea nella lotta alla mafia.

Il dott. Di Matteo chiese 24 ore di tempo, ma quando il giorno dopo incontrò a Roma il ministro per sciogliere la riserva e comunicare la sua opzione per il DAP, con sorpresa Bonafede lo informò di aver già scelto il dott. Basentini. 

È evidente che prima di questo colloquio, che è un colloquio cruciale, sia successo qualcosa, che qualcuno abbia fatto cambiare idea al ministro. Non è pensabile che il ministro, dopo aver dato al dott. Di Matteo la possibilità di scegliere, abbia cambiato idea da solo.

Questi sono i fatti e davanti a questi fatti il ministro non ha dato nessuna spiegazione. Ha cercato di capovolgere le cose dicendo che ci sarebbe stata un'esitazione da parte del dottor Di Matteo e a causa dell'esitazione lui poi si sarebbe impegnato con Basentini. Ma questa versione del ministro è stata nettamente smentita per cui c'è qualcuno che non dice la verità.

Se è il dottor Di Matteo che non dice la verità, allora il ministro abbia il coraggio di accusare il dott. di Matteo di essere un bugiardo oppure il ministro quanto meno, per usare un eufemismo, è reticente, perchè non vuole rivelare la ragione di questo cambio d'idea. 

– Però Bonafede si è difeso dicendo che le proteste dei capimafia per la possibile nomina di Di Matteo al DAP erano già un fatto noto da prima del colloquio.

– Il ministro dice che è offensivo pensare che lui abbia potuto subire le pressioni dei mafiosi. Ma nessuno, né il dottore Di Matteo, né io, per esempio che ho pure chiesto le dimissioni del ministro, ha mai detto che lui abbia subito le pressioni di mafiosi.

Il ministro ha detto di essere a conoscenza delle proteste dei detenuti e che se avesse avuto paura dei mafiosi del carcere, non avrebbe neanche adombrato la possibilità al dottore Di Matteo.

Per carità, siamo d'accordo, ma il punto è: cosa è successo? È l'unico che conosce la verità. È successo sicuramente qualcosa in quella notte che ha fatto cambiare idea al ministro e ritengo che i cittadini debbano sapere cosa è successo, abbiano diritto a sapere la verità.

– Lei cosa pensa, che ci siano state davvero queste pressioni mafiose?

– No, non credo che abbia ceduto in modo diretto alle pressioni mafiose. Se fosse stato sensibile alle proteste dei detenuti non gli sarebbe neanche passato per la mente fare questa proposta a Di Matteo.

Piuttosto ritengo più probabile che la ragione sia da ricercare nella politica, che sia successo qualcosa all'interno del governo, che i vertici del suo partito o gli alleati di governo – che allora era la Lega - potrebbero avergli consigliato di non esporsi negli ambienti carcerare e che forse era meglio scegliere una nomina di più basso profilo nella lotta alla mafia, per evitare possibili contraccolpi preoccupanti. Io penso che sia accaduto questo.

– Facciamo un passo indietro e torniamo alla circolare di Basentini. Ritiene giusta la scarcerazione dei boss per l'emergenza covid?

– Io credo bisogna distinguere tra detenuti e fra patologie.

A me sembra paradossale che le carcere sovraffollate, migliaia di detenuti in attesa di giudizio, quindi presunti innocenti, restino esposti al rischio contagio, mentre detenuti con condanna definitiva per mafia, alcuni di questi in 41bis, siano stati scarcerati, è paradossale.

Si dirà sono solo tre i 41 bis scarcerati: beh sono troppi.

Il secondo punto è la questione delle patologie. Ci sono patologie gravi, che possono esporre in modo serio, il detenuto. Invece, con la famosa circolare del DAP mandata a tutti i direttori di carceri d'Italia, si chiedeva di far avere ai magistrati di sorveglianza l'elenco dei detenuti con determinate patologie o di età superiore ai 70 anni, perché più esposti al rischio contagio.

Ci sono molti capi di organizzazioni mafiose che sono ultra settantenni. L'età è un rischio statistico, non è un rischio patologico. Una cosa è mettere fuori un malato una cosa è mettere fuori tutti gli ultrasettantenni, perché così si manda a casa l'intera commissione regionale di Cosa Nostra!

– Chi ha la responsabilità per la scarcerazione dei boss mafiosi durante il covid, ministero, dap o giudice?

– La dinamica che ha portato alla scarcerazione è stata questa: l''input è arrivato dal ministero, mentre la decisione è venuta dal magistrato di sorveglianza. La circolare del DAP mette il giudice con le spalle al muro, perché nelle situazioni previste è costretto ad accogliere l'istanza della difesa per i domiciliari. Questo è il meccanismo esplosivo e ad accendere la miccia è stato il ministero di Giustizia.

– C'è il rischio che il ritorno di boss ed esponenti mafiosi nel loro ambiente di provenienza, in un momento critico di tensione sociale come questo, possa giovare a un'organizzazione della mafia?

– Io credo che il rischio sia molto alto. Per una duplice ragione di eventi che si incrociano, sovrappongono e rafforzano a vicenda. Il primo è il ritorno sul territorio di tanti capi, mafiosi di primo livello. Com'è noto chi stringe un patto di sangue con l'organizzazione mafiosa, mafioso ci rimane per sempre e quindi è normale che riprendano i loro posti sul territorio.

© AFP 2020 / Alberto Pizzoli
Il secondo è che purtroppo la crisi economica, finanziaria e di liquidità, determinata dall'epidemia di coronavirus è un ulteriore fattore che favorisce l'organizzazione mafiosa. Perché qual è l'unica azienda che dispone di enormi masse di liquidità e quindi può intervenire sul mercato per aiutare aziende in difficoltà, che hanno difficoltà di rapporti con il sistema bancario, chi può scalare piccole e grandi realtà imprenditoriali proprio grazie alla liquidità e quindi autoproponendosi come soci occulti in affari di aziende? Ovviamente la mafia SPA, che sopravvive ad ogni crisi economica, sanitarie e finanziaria, anzi delle crisi si avvale per aumentare il proprio potere e la propria influenza.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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