12:48 25 Settembre 2020
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L’Italia entra nella Fase 2. Si apre un nuovo capitolo nella lotta contro il coronavirus. Piano piano milioni di italiani iniziano a recarsi al lavoro. I trasporti sono pronti?

Sui mezzi pubblici hanno messo tanti adesivi su dove sedersi e dove no. Ad esempio, nella metro di Milano in ogni carrozza hanno ridotto i posti a sedersi da 36 a 16, e totali da 100-120 a 39. Il Governo (ma anche la gente stessa) favorisce la mobilità privata, in auto e in bici. E cosi, uno dei pochi “guadagni” del coronavirus, l’aria pulita, rischia di svanirsi in pochi giorni. Matteo Colleoni, delegato della rettrice dell'Università di Milano-Bicocca per la sostenibilità e docente di politiche urbane dell'Ateneo racconta a Sputnik Italia come sarà mobilità in Bel Paese.

— In questi giorni si sta dibattendo molto sul futuro della mobilità. Cosa cambierà nel prossimo futuro per mobilità e trasporti?

— I Paesi che per primi sono stati colpiti dall’epidemia da Covid-19 e che, quindi, si trovano in una fase più avanzata di superamento della crisi (come la Cina e la Corea del Sud) mostrano un incremento sensibile della mobilità veicolare privata (+30%) e un’altrettanta riduzione di quella pubblica. Anche nei Paesi del mondo occidentale ci aspettiamo una contrazione sensibile dell’uso del trasporto pubblico (anche in conseguenza degli interventi di distanziamento sociale e di contenimento dei flussi) e purtroppo un aumento dell’uso dell’auto privata. Auspichiamo tuttavia, e come responsabili istituzionali della mobilità ci stiamo muovendo perché ciò avvenga, che ci sia anche un aumento della mobilità attiva (a piedi e in bicicletta). I piani che stiamo predisponendo per governare la mobilità nei prossimi mesi si muovono proprio in tale direzione.

Matteo Colleoni
© Foto : Università di Milano-Bicocca
Matteo Colleoni

— Aumenterà la mobilità privata? Perché?

— Come anticipavo, la mobilità privata aumenterà, sia quella veicolare sia quella attiva (a piedi e in bicicletta). Il motivo è evidentemente mosso dalla paura del contagio e della ricerca di soluzioni di mobilità che in teoria garantiscono un maggior distanziamento sociale. In teoria, dico, poiché se parliamo di mobilità veicolare privata tutto dipenderà dalla non condivisione dello spazio ristretto dell’automobile con persone infette (e dalla disinfezione del veicolo) e se parliamo di quella attiva, dipenderà invece dalla possibilità di camminare o pedalare alla debita distanza dagli altri. Oltre la paura c’è poi la questione dei vincoli all’uso e all’occupazione dei mezzi pubblici imposti dalle linee attuative dei decreti governativi e dalle ordinanze delle società di trasporto e delle regioni. Se non si potrà usare il mezzo pubblico, o sarà difficile farlo, si userà giocoforza i mezzi privati.

— La conseguenza sull'ambiente?

—Come noto il solo aspetto positivo di questa pandemia è stata la riduzione significativa degli inquinanti (a dire il vero in certe zone più che in altre). L’incremento della mobilità veicolare privata, in particolare se condotto con mezzi ad alimentazione tradizionale, avrà conseguenze molto negative sull’ambiente. Anche in ragione del fatto che in Italia il parco auto è ancora fortemente dominato da autovetture a benzina e diesel. Certo questo rischio potrebbe portare a dedicare più attenzione all’acquisto e uso di auto ibride ed elettrice, sarebbe importante proporre subito incentivi in tale direzione.

— I mezzi pubblici saranno di nuovo affollati o prevarrà la paura?

— Nella prima fase i mezzi pubblici non potranno essere affollati, lo vietano le ordinanze. In un secondo momento tenderanno ad esserlo di più, a condizione però che il rischio di contagio sia molto più contenuto. Se no prevarrà senz’altro la paura. Molto dipenderà anche dalla capacità dei servizi di comunicazione di mostrare interventi di sanificazione dei mezzi e dall’adozione di efficaci sistemi di regolamentazione degli accessi e delle presenze.

— Le nuove infrastrutture pensate prima della grande pandemia hanno ancora senso?

— Si è parlato molto di questo tema, se parliamo delle infrastrutture per la mobilità pubblica (rete metropolitane, ferroviarie, stazioni…) ha ancora senso parlarne. Anzi ha ancora più senso parlarne perché la gestione dei grandi flussi di mobilità non può che fare affidamento al sistema complesso del trasporto pubblico. Il loro livello qualitativo però dovrà essere sempre più alto, per governare il movimento di passeggeri che saranno più attenti alla condizioni strutturali e sanitarie dei mezzi.

  • Coronavirus in Italia
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    © Foto : Evgeny Utkin
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Coronavirus in Italia

— E come bisogna ripensare alle strategie di mobilità e in che direzione?

— Il tema della mobilità ha da tempo posto nell’aggettivo della sostenibilità l’attributo di riferimento. È oggi a tutti noto il fatto che la sostenibilità non ha solo declinazioni ambientali ma sociali ed economiche. Un sistema di mobilità sostenibile è innanzitutto un sistema multimodale, in cui si usano in modo equilibrato tutti i modi di trasporto (non come quello attuale dominato dai veicoli privati ad alimentazione tradizionale). È poi un sistema che pone la mobilità attiva al centro delle sue strategie di gestione, per le note ricadute positive degli spostamenti a piedi e in bicicletta per la salute delle persone e degli ambienti in cui vivono. È un sistema in cui il trasporto pubblico è integrato con le altre modalità di spostamento, in cui l’inter-modalità virtuosa fa da contenitore all’uso smisurato dei veicoli privati.

— Meglio e come puntare sulla mobilità dolce?

— Sebbene il termine dolce sia molto bello, preferisco parlare di mobilità attiva (in senso fisico e, aggiungerei, mentale). Oggi nelle nostre città la mobilità attiva serve quote modali ancora molto contenute, non superiori al 20% del totale, mentre è noto che di dovrebbe raggiungere quote superiori al 35%. Gli studi di Littman hanno messo in evidenza i grandi benefici, non solo ambientali, ma anche socio-economici, della mobilità attiva. Un tipo di mobilità, tra l’altro, che viene normalmente sottostimata, essendo tutti i tipi di mobilità, anche quelli con i mezzi, composti da una quota pedonale.

— Cosa ci ha insegnato in termini di mobilità il coronavirus? 

— Ci ha insegnato che non sempre occorre essere in movimento per essere mobili. La mobilità riguarda le possibilità di connessione e interazione, oggi agibili anche a distanza. Ci ha insegnato che certa mobilità è inutile, dispendiosa di tempo, denaro e molto spesso foriera di perdita di radicamento territoriale. Ci ha insegnato ad apprezzare la mobilità, un bene essenziale e, di più, un diritto di cittadinanza. Ci ha insegnato ad apprezzare la prossimità, condizione essenziale per l’interazione sociale e il senso di appartenenza sociale. Ci ha insegnato a usare i mezzi di comunicazione a distanza. Infine ci ha insegnato a ripensare ai nostri modi di spostamento in funzione della loro efficacia per raggiungere i luoghi e le persone. 

— Ritiene che ci muoveremo ancora e tanto come prima dell'epidemia? 

— Per quanto lungo, il periodo che stiamo vivendo è incredibilmente breve rispetto ai tempi lunghi delle pandemie del passato. Nel 1300 la peste nera durò più di sette anni uccidendo più di venti milioni di persone. È vero che oggi il tempo scorre veloce e tre mesi sembrano un’eternità, ma sono convinto che come tutte le cose anche questa pandemia terminerà in tempi storicamente più che ragionevoli e che la vita scorrerà veloce come sempre.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Coronavirus
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