09:54 05 Giugno 2020
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"Il modo in cui la crisi sia stata gestita a livello internazionale, per lo meno nella sua fase iniziale, abbia mostrato la totale mancanza di lungimiranza", ritiene Fabio Massimo Castaldo.

La pandemia mondiale COVID-19 ha già portato a grandi cambiamenti nella vita di centinaia di milioni di persone e, secondo molti analisti, questa crisi avrà conseguenze di vasta portata per tutta l'umanità. Tuttavia, la situazione di emergenza causata dalla diffusione del coronavirus non annulla la gravità di altri gravi problemi internazionali, in particolare in Europa e in Medio Oriente, che sono ancora lungi dall'essere risolti.

Nella sua intervista rilasciata all'agenzia stampa russa RIA Novosti il vicepresidente del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo, una delle figure di spicco del Movimento 5 Stelle, ha parlato della pandemia di coronavirus in Italia e nel mondo, di quelle che vede come le prospettive per il ripristino di un partenariato a pieno titolo tra l'UE e la Russia, dell'abolizione delle sanzioni contro la Russia e di come risolvere le crisi globali più acute.

- Pochi giorni fa l’Italia ha celebrato il 75° anniversario della Liberazione in pandemia COVID-19. A breve tutto il mondo celebrerà il giubileo della vittoria sul nazifascismo nella Seconda guerra mondiale. Il Presidente russo Vladimir Putin ha più volte parlato della necessità di difendere la verità su questa guerra e di contrastare i tentativi di falsificazione dei fatti storici. Lei condivide questa posizione? Ritiene che i leader dei paesi dell’UE parteciperanno alla celebrazione 75° anniversario della vittoria a Mosca?

- Non so se tutti i leader parteciperanno alle celebrazioni dell’anniversario ma spero vivamente che se le condizioni dell’emergenza Covid-19 consentiranno di celebrarle, il premier Giuseppe Conte vi parteciperà perché potrebbe essere un’ottima occasione per rinsaldare il dialogo Italia-Russia.

La difesa della memoria e delle verità per quanto riguarda gli eventi storici è un aspetto importante che va ben oltre gli eventi della Seconda guerra mondiale. Da appassionato di storia credo sia fondamentale difendere sempre e comunque la verità ed evitare rischiose politiche revisioniste che a volte vengono usate per ragioni di politica interna.

Questo è forse l'aspetto che mi preoccupa di più: che la storia venga talvolta usata a proprio vantaggio e che spesso i fatti storici vengano reinterpretati e strumentalizzati, e diano il via a infinite polemiche e scontri. La storia non è di parte, non va piegata a proprio piacimento, ma studiata onde evitare di ripetere gli stessi errori.

- Ha già menzionato l’emergenza dovuta alla pandemia COVID-19. Senza dubbio, questa è il più grave problema internazionale, ma al contempo non sembra di assistere a iniziative massicce a livello globale o europeo. Anzi, si crea l’impressione che ogni paese cerchi di rispondere a questa minaccia indipendentemente. Cosa può dichiarare a tal proposito?

- Penso che il modo in cui la crisi sia stata gestita a livello internazionale, per lo meno nella sua fase iniziale, abbia mostrato la totale mancanza di lungimiranza nel modo tradizionale di pianificare e di assumere scelte da parte della politica, sottolineando l’incapacità di guardare al mondo con una visione globale, necessaria in una nuova configurazione del sistema internazionale che è non limitata più da barriere e frontiere fisiche.

L’emergenza legata al Covid-19 ha trovato la comunità internazionale fragile e quasi totalmente impreparata di fronte a una minaccia biologica sottovalutata, se non addirittura derisa, e questo ha causato ritardi nelle reazioni di molti governi e di conseguenza una grande confusione e incapacità di coordinamento che hanno accelerato gli effetti distruttivi del virus.
Anche in questo caso però si è riscoperta in un certo senso la solidarietà tra popoli, più che tra stati, con lo scambio di aiuti concreti, personale medico, know-how e strumenti sanitari. Quando l’Italia si è ritrovata ad essere uno dei paesi più colpiti dal Covid-19, non tutti sono stati con le mani in mano ma molti paesi tra cui Cina, Russia, Cuba e Albania hanno teso la loro mano al nostro paese offrendoci un aiuto indispensabile di cui siamo estremamente grati.

Di fronte la necessità di un rinnovato multilateralismo, ed in una situazione che ha rivelato l’importanza dei meccanismi multilaterali che permetterebbero di affrontare crisi esogene in modo comune e strutturato, la pandemia pare aver prodotto, al contrario, in troppi casi una forte chiusura, ristabilendo frontiere assieme ad una retorica prettamente nazionalistica.

La pandemia di Covid-19 ha colpito il mondo in modo inaspettato e la mancata coordinazione nelle misure attuate non ha sicuramente giovato al contenimento del virus. Allo stesso tempo, ci ha anche rivelato la fragilità degli stati-nazione nel mondo globalizzato. La speranza è che tutti abbiano imparato qualcosa da questa crisi e che questa lezione ci aiuti a modellare un sistema internazionale più coordinato e solidale.

- Ha appena parlato dell’aiuto russo all’Italia nel corso della pandemia. Nella stampa italiana sono nate polemiche su quanto fossero effettivamente utili questi aiuti. Cosa pensa a riguardo?

- Vorrei esprimere profonda gratitudine alla Federazione Russa e a tutti gli altri Stati che hanno voluto aiutarci, ognuno secondo le proprie disponibilità. Trovo che le polemiche scoppiate riguardo l’effettiva utilità di questi contributi siano delle polemiche fuori luogo.

Un gesto di altruismo, un gesto d’aiuto deve essere sempre apprezzato, a maggior ragione in un momento di grande difficoltà, soprattutto a fronte del fatto che non tutti i nostri partner, neanche nell’UE, hanno dimostrato, quantomeno inizialmente, la stessa disponibilità e lo stesso slancio. Considerazioni amare che non possono che rattristare tutti coloro che, come me, credono profondamente in una integrazione europea fondata sulla solidarietà.

- Nell’arco degli ultimi anni Lei in qualità di Vicepresidente del PE ha avuto la possibilità di partecipare personalmente alla definizione della politica dell’Unione Europea. Come definirebbe gli attuali rapporti tra UE e Russia? Esistono al momento prospettive reali di tornare a una collaborazione comune?

- Negli ultimi anni i rapporti tra l’UE e la Russia sono stati molto tesi: l’annessione della Crimea, le tensioni nell’Ucraina orientale e le sanzioni e controsanzioni tra Russia e UE hanno compromesso lo status quo precedentemente esistente, interrompendo un partenariato strategico che avrebbe potuto portare ad un nuovo accordo globale fondato su valori e interessi condivisi.

Continuo ad essere convinto che UE e Russia abbiano tutto l’interesse a collaborare, non solo a causa della loro vicinanza geografica. Siamo interdipendenti dal punto di vista commerciale, con la Federazione Russa che rappresenta il quarto partner commerciale UE e l’UE che si attesta come primo partner di Mosca, e molti dossier di politica internazionale importanti per l’UE non possono essere affrontati senza prendere in considerazione il ruolo russo.

In questi anni abbiamo osservato una coesistenza tra interdipendenza economica e scontro politico, dovuto non solo alle tensioni createsi ma anche alla differenza di vedute all’interno dell’UE stessa. Questo ha portato la leadership russa a dare priorità alle relazioni bilaterali con i singoli stati piuttosto che a quelle con l’UE come entità unica, minando anche i limitati successi di cui l’UE ha inizialmente goduto.

Detto questo e considerando che abbiamo, almeno in parte, obbiettivi comuni, e siamo in una fase nella quale gli Stati Uniti stanno sempre più mettendo in discussione l’ordine multilaterale mondiale e nel quale la Cina ha la sua personale agenda strategica che persegue con grande determinazione tanto nel breve quanto nel lungo periodo, credo che sia di fondamentale importanza tornare a comunicare e collaborare con la Russia: di questo gioveremmo entrambe.
La Russia ha giocato un ruolo chiave nei principali scenari internazionali dell’ultimo decennio, come in Siria, in Libia ed in Venezuela, ed oggi diventa fondamentale per l’Unione rilanciarsi come ponte tra Russia e il resto dell’Occidente per favorire una distensione e un dialogo fondamentale per la sicurezza (non solo energetica) e la stabilità di entrambe e del mondo intero.

- Due anni fa nell’intervista alla RIA Novosti ha dichiarato che alcuni paesi dell’UE devono prendere coraggio e applicare il diritto di veto alle sanzioni antirusse. Questo non è accaduto. Esiste oggi una reale possibilità di abolire le sanzioni antirusse dell’UE?

- Non è semplice; come sappiamo il quadro sanzionatorio imposto dagli USA e dalla UE è una conseguenza diretta dell’annessione della Crimea e delle tensioni negli oblast di Donetsk, e di Lugansk e questa situazione tutt’oggi, nonostante alcuni passi in avanti come gli scambi di prigionieri tra Mosca e Kiev, non è sostanzialmente mutata e anzi permane estremamente complessa e delicata. In Ucraina c’è un nuovo governo, c’è lo snodo fondamentale delle elezioni amministrative ad ottobre 2020 e di come queste debbano avere luogo nelle regioni separatiste. Gli accordi di Minsk II hanno compiuto 5 anni senza essere mai stati realmente implementati, ma anche nella loro stesura prevedono più un cessate il fuoco che un vero e proprio accordo di pace. Insomma, molto è cambiato negli ultimi anni e forse servirebbe anche emendare gli accordi adattandoli alla nuova realtà, come ammesso anche dal Ministro degli Esteri ucraino Vadym Prystaiko.

Per questo la discussione sull’estendere, allentare o addirittura revocare completamente le sanzioni continuerà ad essere un argomento di discussione nell’arena diplomatica internazionale ed europea. Diverse volte l’Italia si è espressa contro le sanzioni, ma anche Ungheria, Grecia, Francia, Cipro, Slovacchia e Germania.

La verità, infatti, è che la Russia ha bisogno degli investimenti e della tecnologia dell’UE tanto quanto l’Unione ha bisogno di assicurarsi degli approvvigionamenti stabili di materie prime.

Le sanzioni, intese come deterrente, si sono rivelate per lo più inefficaci e hanno danneggiato fortemente diversi settori economici, colpendo negativamente anche gruppi vulnerabili che nulla hanno a che fare con la crisi. Non succederà dall’oggi al domani, ma credo che questo status quo non sia né sostenibile, né vantaggioso tanto per l’Unione quanto per la Federazione Russa. Servono però ulteriori aperture anche da parte di Mosca, altrimenti temo che sarà veramente difficile che la situazione si possa sbloccare in tempi brevi.

- In autunno dello scorso anno il presidente Putin si è rivolto a tutti i paesi della NATO e ad altri stati con la proposta per concordare la moratoria allo schieramento di razzi di media e minore gittata. Come valuta questa iniziativa proposta nel momento in cui gli USA si sono ritirati dall’INF? Non sarebbe opportuno che l’Europa si preoccupasse seriamente del fatto che con la situazione attuale i rischi per il continente aumentino esponenzialmente?

- Si, sono assolutamente d’accordo. Le armi balistiche nucleari sono una minaccia esistenziale alla sicurezza globale a cui l’Europa è molto più esposta di altre regioni.

Il ritiro degli USA dallo storico trattato Intermediate-Range Nuclear Forces sulle armi nucleari - firmato da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov e che pose fine alla Guerra Fredda - rappresenta un passo indietro pericoloso nel contenimento della minaccia missilistica e nel percorso verso la sicurezza e la pace globale. Non è però nemmeno corretto imputare solamente agli Stati Uniti il fallimento dell’accordo: la Russia in questo ha responsabilità, e mi riferisco allo sviluppo dei missili 9M729 che, secondo NATO e Stati Uniti, violerebbero il limite di 500km di gittata massima imposto dal trattato. Ritengo che in questa situazione sarebbe stato più responsabile per le parti sedersi a un tavolo e trovare soluzioni che non portassero alla fine del trattato.

Purtroppo questo potrebbe essere solo l’inizio di una pericolosa spirale: vi è il serio rischio che il New START non venga esteso alla sua scadenza nel 2021. Se questo succedesse non vi sarebbero più limiti legali vincolanti per gli arsenali nucleari statunitensi e russi.

Forse ancora più preoccupante: l’incapacità di raggiungere un accordo tra USA e Russia rappresenterebbe un pericoloso precedente per il trattato NPT, che quest’anno negozierà la sua revisione quinquennale. Vi è il rischio che gli Stati parte possano considerare le due potenze in violazione dell’art. VI del trattato, ovvero di "negoziare in buona fede”, sfilandosi dunque a loro volta dall’accordo.

L’UE è pienamente cosciente delle ripercussioni che una nuova corsa agli armamenti nucleari avrebbe sul continente; l’Europa ha già vissuto l’esperienza di essere il campo di battaglia sul quale altre superpotenze si sfidano. Per questo stiamo lavorando sulla posizione del PE per presentare una posizione europea forte e coesa.

Soprattutto, è nel nostro interesse garantire l’entrata in vigore del Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty, che rappresenta l’unico passo possibile in direzione del disarmo nucleare globale. Il trattato, che necessita per la sua entrata in vigore la ratifica di Cina, Egitto, Iran, Israele e Stati Uniti e la firma e ratifica di Corea del Nord, India e Pakistan, renderebbe impossibile testare nuove armi nucleari, "congelando" lo stato di avanzamento tecnologico degli arsenali nucleari, sia impedendo a nuovi Stati di acquisire questo tipo di arma, che facendo diminuire il potenziale degli arsenali esistenti, mantenuta anche grazie a periodiche esplosioni di test. Si tratta chiaramente di un obiettivo estremamente difficile da conseguire ma credo sia importante essere sempre molto ambiziosi ed affrontare questi temi in ambito multilaterale coinvolgendo il maggior numero possibile di paesi.

- I recenti sviluppi della situazione nel Medio Oriente non danno solide ragioni per essere ottimisti. Per chiari motivi geopolitici e storici la situazione in Libia è di particolare importanza per l’Italia. Come vede le prospettive di risoluzione di questo grave conflitto? Cosa può e cosa ha intenzione di fare l’UE a tal proposito? E come valuta il ruolo della Russia nella risoluzione della crisi libica?

- La situazione libica è estremamente complessa ed ha ripercussioni sulla stabilità regionale e sull’Unione tutta.
Diciamo spesso che la soluzione può solo essere politica e non militare: mi rendo conto che a volte può suonare come uno slogan ma si tratta della realtà sul campo, come è evidente dopo anni di scontri dai quali non è emerso, e non può emergere, un reale vincitore.

La risoluzione del conflitto dovrà passare necessariamente dalla volontà delle parti di sedersi a un tavolo e negoziare, con l'auspicio delle Nazioni Unite, per trovare una soluzione politica a questa crisi. Il primo passo di queste negoziazioni deve essere un cessate il fuoco con dei meccanismi che, a differenza del passato, ne garantiscano il rispetto. È estremamente importante che le parti si siano incontrate nel formato 5+5 a Ginevra e soprattutto che abbiano riconosciuto la necessità di questo cessate il fuoco.

Dal punto di vista europeo quello che possiamo fare è mantenere una posizione monolitica, un'unità di intenti, e supportare l'alto Rappresentante, l'Inviato speciale e il processo delle Nazioni Unite, utilizzando i mezzi diplomatici disponibili per mettere pressione a tutti gli attori terzi perché cessino di alimentare il conflitto libico fornendo armi o uomini.

L’operazione IRINI, lanciata dall’UE per implementare l’embargo sulle armi deciso dalle Nazioni Unite, è un passo importante in questo senso ma bisogna rendersi conto che non sarà risolutivo: un blocco navale, per quanto importante e ben implementato, non pregiudica infatti la possibilità di approvvigionarsi di armamenti attraverso altri canali, come quello aereo e terreste. È per questo motivo che rimane essenziale un processo politico. Detto questo sono più che convinto che l'Ammiraglio Fabio Agostini, comandante dell'operazione, farà un ottimo lavoro, forte dell'eccellenza per la quale la Marina Militare Italiana è conosciuta nel mondo, già dimostrata dall'Ammiraglio Enrico Credendino al comando della precedente operazione, Sophia.

Per quanto riguarda la Russia dirò una cosa ovvia: è necessario coinvolgerla nel processo. Se da un lato è vero che le negoziazioni devono essere tra le due parti, è altrettanto vero che non si può realisticamente pensare a una soluzione che non prenda in considerazione il ruolo dei vari attori presenti sul terreno. Lo sforzo europeo deve essere quello di convincere tutti questi attori a supportare il processo in modo neutrale e non uno o l’altro dei contendenti.

Avere veramente a cuore il futuro del popolo libico comporta, per tutte le potenze regionali e globali coinvolte e qualsiasi siano le loro simpatie, la necessità e anzi il dovere politico e morale di far comprendere a tutte le fazioni in campo che la vittoria militare non è sostenibile, perché lascerebbe irrisolti quei nodi profondi che impediscono la riconciliazione della comunità nazionale libica e la ricostruzione di un’entità statuale in grado di assolvere alle sue funzioni: sostituire una fazione con un’altra, un uomo forte con un altro, nella migliore delle ipotesi riprodurrà una crisi simile tra pochi anni, nella peggiore relegherà quei martoriati territori a uno stato di instabilità permanente, alimentando la già considerevole fragilità della macroarea saheliana, di per sé già soggetta ad erosione non sono climatica ma anche del controllo politico, permeata da traffici illegali e flussi incontrollati.

- La Siria costituisce un altro grave problema nel Medio Oriente. In questo paese e in particolare nella provincia di Illib ancora non sono terminate le azioni di guerra. Mosca sostiene l’idea di svolgere un incontro nel formato Istanbul (Russia, Turchia, Germania, Francia) per la risoluzione del conflitto siriano. L’UE ha una posizione comune su questa problematica?

- La posizione dell'UE è stata data il primo marzo con una dichiarazione dell'Alto Rappresentante e confermata dal Consiglio Affari Esteri del 6 Marzo. È chiaro che anche in questo contesto gli Stati Membri devono fare di tutto per supportare l'unità di intenti europea e fare la loro parte, come tra l'altro specificato nella dichiarazione.

Attualmente, la Siria dilaniata dalla guerra sta combattendo la diffusione del COVID-19 e, anche grazie al lavoro diplomatico del Cremlino, le forze di Bashar Assad non hanno violato il cessate il fuoco ad Idlib.

Inoltre, sembra palesarsi da parte della Turchia una maggiore volontà di collaborazione: da diversi giorni infatti le Forze armate turche cercano di disperdere i militanti dell’ala siriana di al-Qaida che bloccano l’autostrada M4 Latakia-Aleppo per permettere lo svolgimento dei pattugliamenti congiunti con la Russia lungo il percorso delineato nell’accordo di Mosca del 5 marzo.

D’altra parte, però, il conflitto sembra aprirsi su un nuovo inquietante capitolo. La Turchia, sempre più aggressiva, con l’operazione “Scudo di primavera” ha manifestato pubblicamente l’intenzione di iniziare a combattere l’Iran nel cosiddetto “Siraq”, dove i suoi interessi convergono con quelli di Israele che nelle ultime settimane ha intensificato i raid nella Siria centrale e meridionale contro postazioni e basi iraniane o di milizie descritte come vicine all'Iran.
A nove anni dall’inizio del conflitto la pace in Siria sembra ancora impossibile, e ritengo che una gran parte della responsabilità risieda anche nel comportamento di Ankara e nelle sue ambizioni geopolitiche che stanno destabilizzando l’intero bacino mediterraneo.

Per questo ritengo fondamentale riaprire al più presto un dialogo tra Russia, Turchia e UE.

Dal canto mio vorrei infatti che ai prossimi incontri sulla Siria vi fosse anche l'Unione Europea. Non dubito che Germania e Francia portino il messaggio concordato a livello UE ma credo che, se veramente l'intenzione è di avere una Commissione europea più geopolitica e un’Unione con maggiore autonomia strategica, sia giunto il momento per l'UE di assumersi maggiori responsabilità e di partecipare più attivamente al processo.

- L’Italia da tempo cerca di introdurre delle modifiche alla politica migratoria dell’UE. Roma è riuscita in alcune di queste iniziative. Come valuta la situazione attuale riguardo questa problematica? Riuscirà l’UE a elaborare una politica comune ed efficace per trovare la soluzione al problema delle migrazioni?

- L’Europa può e deve trovare una linea comune che sia efficacie nel gestire i flussi migratori ed allo stesso tempo garantire il rispetto delle disposizioni normative internazionali relative alle emergenze umanitarie.

Soprattutto, è necessario fare questo rapidamente in vista delle nuove sfide - come la strumentalizzazione dei migranti operata dalla Turchia negli ultimi mesi - e quelle prevedibili del futuro prossimo: il continente africano vedrà nei prossimi anni un boom demografico senza precedenti, unito ad un aumento delle temperature a causa del riscaldamento globale e probabilmente una crisi alimentare gravissima, se non si riuscirà a contenere la minaccia delle locuste che stanno già divorando parte del continente.

L’Unione Europea non è pronta a gestire queste sfide e la politica del contenimento sta fallendo, con importanti costi umani, politici ed economici.

Da anni si parla di provvedimenti e misure concrete che poi non vengono attuate: percorsi sicuri e legali per chi cerca salvezza in Europa, meccanismi rapidi ed efficaci per assicurare sbarco e ricollocazione delle persone soccorse in mare, il potenziamento di programmi di ammissione umanitaria e di ricongiungimento familiare e la revisione dei regolamenti di Dublino riguardanti la gestione delle domande d’asilo. Spero che questi temi tornino ad essere prioritari in UE e che vengano finalmente affrontati con la dovuta serietà. Con il M5S ci siamo sempre battuti in Europa in questo senso, e non senza risultati. La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen si è impegnata personalmente con noi a lavorare ad una revisione del sistema di Dublino in senso solidale; pretenderemo il rispetto di questa promessa.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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