09:11 21 Ottobre 2020
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Emergenza coronavirus: situazione in Italia (21 aprile - 2 maggio) (148)
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A causa dell’emergenza Coronavirus scuole e università, rispetto ad altre attività, restano chiuse. Le lezioni on-line hanno permesso di proseguire il programma, ma l’università virtuale non può sostituirsi a quella reale. Perché le università dovrebbero riaprire, ecco l’appello in merito di un gruppo di docenti.

Sicuramente le lezioni a distanza hanno aiutato docenti e studenti a restare in contatto e ad andare avanti in qualche modo con il programma, ma l’università virtuale è un mondo totalmente diverso dall’università reale, cioè un luogo di incontro e socialità. Molte discipline non potrebbero nemmeno esistere o proseguire solo in modalità on-line.

Se in Italia si inizia a pensare ad una progressiva riapertura di svariate attività, l’università sembra una realtà che non interessi a nessuno. Oltre al problema che molti alunni per motivi tecnici sono rimasti esclusi dalle lezioni a distanza, la chiusura delle università provoca un impatto negativo sulla didattica, ma anche sull’economia. Un gruppo di docenti ha lanciato così un appello al ministro dell’Istruzione sulla necessità di riaprire le università. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista uno dei firmatari, Marco Gervasoni, professore di storia contemporanea all’università degli Studi del Molise.

— Le università sono passate in regime on-line per l’emergenza Covid. Professore Gervasoni, quali problemi sono emersi?

— Le università classiche, in cui la didattica non è mai stata on-line, si sono dovute inventare le lezioni a distanza per l’emergenza. Esistono già delle università telematiche, fatte unicamente on-line, dove i docenti sono formati per insegnare in questa modalità. Noi, università tradizionali, abbiamo dovuto trasformarci nel giro di una settimana facendo lezioni on-line, però sono lezioni che non sfruttano tutti gli elementi positivi che ci sono nell’insegnamento a distanza. Sono semplicemente lezioni fatte davanti al computer, dall’altra parte dello schermo ci sono tutti gli studenti che ascoltano, noi non possiamo vederli, loro non possono venire in contatto con noi se non attraverso la chat.

L’esperienza mia e di altri colleghi non è proprio soddisfacente, temo che lo sia anche per gli studenti. L’appello che facciamo ha un rilievo politico più generale, però nasce quando il ministro ha detto che anche per tutto il prossimo anno accademico si continuerà ad insegnare on-line. Ci è sembrato un modo sbagliato per affrontare i problemi, anzi un modo per non affrontare i problemi.

— Una parte di alunni e studenti è stata esclusa da questo sistema, giusto? Non tutti hanno la possibilità di connettersi alle lezioni.

— Questo problema è molto serio per quanto riguarda le scuole elementari e medie inferiori, anche esse hanno dovuto utilizzare questa tecnica. Le famiglie dei ragazzi universitari difficilmente non hanno un computer o la connessione, anche su questo però ci sono differenze. Mi sono arrivate lamentele di studenti che abitano in zone in cui il segnale non è fortissimo e sono svantaggiati. Esiste un digital gap anche geografico. Se ho il computer di ultima generazione, ma non mi arriva la fibra rientro nel digital gap.

Il problema è drammatico per le scuole elementari: ci sono famiglie di reddito modesto che devono mandare i propri figli a scuola, ma non hanno un computer. È un problema che il ministro non vuole nemmeno affrontare. Questo ha dei costi se si vuole prolungare la storia, sia per gli atenei sia per le stesse famiglie, già colpite dalla crisi economica.

— Le lezioni on-line hanno permesso di andare avanti con il programma, ma la didattica virtuale non può sostituirsi all’università reale, giusto?

— La vera università è quando gli studenti vedono il docente e parlano con lui, il docente vede il loro volto. Per me è molto alienante parlare e non poterli vedere. Immagino lo sia anche per i ragazzi. Inoltre viene meno tutto l’elemento di socialità dell’università: i ragazzi stanno insieme in classe, escono negli spazi comuni, studiano, incontrano i loro compagni. Qui invece si trovano totalmente chiusi e isolati. Finché permane il lockdown di tutta la popolazione e nessuno può uscire va bene, ma proiettare la chiusura delle università anche per l’anno prossimo mentre gli altri andranno in giro non è giusto.

Tutta una serie di discipline non si possono insegnare on-line, ad esempio, l’anatomia significa vedere e anche toccare il corpo riprodotto. A noi sembra la negazione dell’università volendo protrarre le chiusure degli atenei. C’è anche il rischio che diversi studenti si possano iscrivere direttamente alle università telematiche, che offrono una serie di vantaggi in più.

— Quali altri rischi si corrono nel tardare le aperture degli atenei?

— In Francia dovrebbero già aprire a maggio, in Germania anche. È un effetto molto grave. È vero che le attività di laboratorio saranno riaperte, ma le università non sono solo dei laboratori. Nelle università si fa ricerca e si trasmette ricerca. L’on-line è una forma impoverita, questo incide negativamente sulle ricerche e sui brevetti di conseguenza. Come sappiamo, i brevetti, a loro volta, portano ricchezza e impattano sulle imprese. C’è il rischio di un danno anche economico quindi, non solo pedagogico.

— Nel vostro appello chiedete di riaprire, ma come si può fare in sicurezza?

— Ci sono molte possibilità, in parte le indichiamo nel testo. Sicuramente si possono duplicare le lezioni per fare stare meno studenti nella stessa aula, mantenendo le distanze. Possiamo mantenere un criterio misto: chi vuole viene all’ateneo, chi vuole resta on-line. Il ministro ha anche detto che i corsi con pochi studenti potranno continuare negli atenei, quelli con molti studenti no. Per noi questo è discutibile, perché vuol dire che la scelta non è data dal singolo studente.

Ci sono altre possibilità, per esempio all’università dove insegno io, l’Università del Molise, si sta pensando di costruire nuove aule. Noi abbiamo questa possibilità, perché la nostra università è fuori dal centro e ci sono grandi spazi. Anche questo però ha dei costi importanti.

Infine in questa vicenda non si rispetta l’autonomia universitaria, secondo l’ordinamento italiano dalla fine degli anni ’90 le università sono autonome. Ovviamente non possono fare tutto ciò che vogliono, ma hanno ampi spazi di autonomia nelle decisioni, che in questo caso sono stati completamente esautorati.

— In chiusura che cosa vorrebbe dire?

— Viene meno in questa situazione la peculiarità dell’università: l’incontro fra persone e non fra individui isolati nella loro stanza davanti ad uno schermo. Sembra che sia uno dei tanti tentativi di trasformare il nostro mondo e la nostra socialità in qualcosa di virtuale, cosa che facilita in seguito determinati tipi di politica, ma questo è un tema da approfondire in un’altra intervista…

Di seguito il testo dell’appello:

Riaprire le Università

Mentre l’Italia si domanda come ripartire dopo la quarantena, sembra che il destino dell’Università pubblica non interessi a nessuno e che la sua vita possa rimanere sospesa, nel mondo virtuale in cui è stata relegata, a causa del coronavirus. Gli atenei sono sprofondati nel sonnolento ruolo che è stato assegnato loro dal governo: svolgere la docenza da casa, con lezioni e esami per via telematica, con una decisione presa dal ministero senza il rispetto della autonomia degli atenei e senza un concreto supporto. E’ vero che con questo esperimento “online” siamo riusciti a mantenere le sessioni di laurea, gli stessi orari delle lezioni pensate per l’aula o videoregistrate. Ma ci siamo scontrati con una triste realtà: in intere aree del Paese molte famiglie, con un reddito basso, prive di attrezzature informatiche adeguate, non sono riuscite in breve tempo a colmare il gap digitale. Ecco perché bisogna garantire che le tecnologie utilizzate non escludano nessuno. Se la didattica a distanza può rappresentare un’alternativa per l’oggi ed un ausilio aggiuntivo per il domani, essa tuttavia non può risolversi nella semplice trasposizione online del metodo di studio in presenza. Ma soprattutto la didattica virtuale non può sostituirsi tout court alla didattica in presenza. L’Università è prima di tutto una comunità, da vivere negli spazi e nei luoghi reali e non in quelli virtuali, altrimenti perderebbe la propria identità di piazza del sapere.

Ciò è tanto più vero per le attività di laboratorio e per le tesi sperimentali. Per questo Caro Ministro, Lei non può pensare, in base alla situazione attuale, che le aule restino chiuse a ottobre e l’Anno Accademico cominci di fatto solo nella primavera del prossimo anno, come riportato in una circolare sul postlockdown del 14 aprile: si genera cosi solo incertezza nelle famiglie. Si deve perciò fare di tutto per riprendere le lezioni in presenza sin dall’inizio del nuovo semestre, garantendo semmai la didattica in remoto per gli studenti fuori sede e in difficoltà economica. Come sarebbe altrimenti possibile riprendere le attività laboratoriali e di ricerca, oppure quelle discipline impossibili da insegnare unicamente a distanza? Ed è abbastanza paradossale riaprire le librerie e tenere chiuse le fabbriche del sapere. Mentre in altri paesi le lezioni tradizionali stanno già in parte riprendendo: un nostro ritardo, come uno analogo nella ripartenza delle attività produttive, finirebbe per assicurare un ulteriore e indebito vantaggio a sistemi universitari di altri paesi. E anche il CUN il 17 aprile ha richiesto il ritorno, nel più breve tempo possibile, alla didattica in presenza. Non si lasci tutto il peso organizzativo ed economico sulla buona volontà delle singole Università. Occorre pensare a soluzioni innovative, a contingentare l’accesso agli spazi comuni, con la previsione di una ventilazione o aerazione continua dei locali, e di un tempo ridotto di sosta all’interno di questi spazi, con il mantenimento della distanza di sicurezza. Non vorremmo Università chiuse ma aperte tutta la settimana. Al tempo stesso occorre porsi il problema del costo di sorveglianti, sanificazioni, mascherine. Su chi graverà? Solo sui magri fondi del Finanziamento ordinario di ogni singolo ateneo? Questa deriva porterebbe alla fine dell’Università pubblica, che rischierebbe di diventare un’Università telematica, al pari di quelle già esistenti, e spianerebbe la strada alla sua privatizzazione. 

Agata Cecilia Amato (Roma Tor Vergata), PaoloBecchi (Genova), Faustino Bisaccia (Basilicata) Carlo Andrea Bollino (Perugia), Olga Bortolini (Ferrara), Dario Caroniti (Messina), Giuseppe Cecere (Bologna), Omar Chessa (Sassari), Annamaria Colao (Napoli Federico II), Aniello Crescenzi (Basilicata), Renato Cristin (Trieste), Marco Cuzzi (Milano Statale) Ylenia De Luca (Bari) Melchiore Giganti (Ferrara), Marco Gervasoni (Molise), Stelio Mangiameli (Teramo), Lauretta Maganzani (Milano Cattolica), Francesco Milazzo (Catania), Giuseppe Pardini (Molise), Spartaco Pupo (Calabria), Aurelio Tommasetti (Salerno), Anna Valvo (Enna Kore) Giorgio Zauli (Ferrara), Enrico Zio (Milano Politecnico)

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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