03:38 31 Maggio 2020
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Il 25 aprile in Italia si festeggia, quest’anno però a porte chiuse, la liberazione dal nazifascismo. Una data che ha diviso e divide gli italiani. A 75 anni di distanza c’è chi tuttora rimpiange il regime fascista e chi ricorda invece i valori della Resistenza.

La liberazione, una ricorrenza che fa riflettere sull’importanza della memoria, sulla differenza fra la storia e la memoria.

Oggi in Italia si celebra il 75° anniversario della Liberazione dalla dittatura fascista, il 25 aprile del 1945 si mettevano le basi all’era democratica del Paese. Il 25 aprile 2020 è particolare, oggi si festeggerà senza uscire esponendo la bandiera italiana e intonando “Bella ciao” dai balconi per l’emergenza sanitaria.

Al di là delle canzoni e delle polemiche che sorgono ogni 25 aprile, sarebbe opportuno e attuale approfondire l’importanza della Liberazione nella storia e nella memoria della società italiana. Perché il fascismo esercita tuttora fascino su una parte della popolazione? Un conto è la storia con fatti accertati e inequivocabili, un’altra cosa è la memoria, cioè la selezione delle vicende da ricordare, fenomeno dove subentrano altri fattori come la politica. Sputnik Italia ne ha parlato con Francesco Filippi, storico della mentalità, formatore presso l’Associazione di Promozione Sociale Deina, che organizza viaggi di memoria in tutta Italia, autore del saggio “Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo” (Bollati Boringhieri).

— Francesco Filippi, perché il 25 aprile è una data che divide tuttora?

— Dovremmo cominciare a dircelo con più coraggio: il 25 aprile nasce come data divisiva, come una data spartiacque, un momento in cui la società italiana nel ’45 prende il timone del proprio essere liberi. È la prima volta che gli italiani scendono per strada a festeggiare la fine della tirannia fascista. Un fenomeno mai visto nella storia italiana: si pongono le basi per la costruzione di una nuova realtà democratica. Questa data in quel momento ovviamente segna una divisione fra gli sconfitti e i vincitori, ma soprattutto fra quelli che hanno appoggiato una dittatura, la quale ha trascinato l’Italia in un conflitto suicida e una guerra civile, e tutti quelli che non erano d’accordo con questo enorme scandalo sociale, il fascismo. Il grande mondo dell’antifascismo, che ha avuto come parte preponderante l’organizzazione delle brigate comuniste, è anche una costellazione che va dai monarchici ai libertari individualisti. Parliamo quindi di tutti quelli che non erano d’accordo con la dittatura.

Tuttora è una data divisiva perché pone dei valori fondamentali all’interno di quella che vuole essere l’Italia dopo il ’45. La nostra Costituzione difende le libertà e sancisce un principio bellissimo: si analizza cos’è il fascismo, un moto liberticida che uccide l’idea altrui, quindi non può essere un’opinione. È un reato. Il 25 aprile deve dividere attraverso un sistema di valori quello che è democratico, libertario e egualitario da ciò che non lo è.

— In Italia si sente spesso dire la frase “Mussolini ha fatto anche cose buone”, fra l’altro è il titolo del tuo libro. Come si spiega il fenomeno della nostalgia nei confronti del fascismo?

— Si può notare che nei momenti di crisi, come quella che parte nel 2008 e arriva fino ai giorni nostri, quando inizia la più grande emergenza sanitaria globale, le società hanno bisogno di certezze. È facile che le persone si stanchino di una realtà in cui problemi complessi richiedono soluzioni complesse. Secondo me uno dei problemi che riporta in auge la versione semplicistica del mondo come il fascismo è la stanchezza delle persone. La gente vuole risposte semplici a problemi complessi. Da questo punto di vista il fascismo, pur essendo un insieme di pratiche sociali fallimentari, oggi riesce in qualche modo a consolare persone che non si trovano bene all’interno dello schema sociale di oggi.

Il messaggio del fascismo riesce a fare leva sui più infantili della nostra società. Vorrei usare una metafora: è come un bambino che non sa allacciarsi le scarpe. Può rimanersene fermo per evitare di cadere, quello che ha fatto la nostra società negli ultimi 20 anni; può mettersi nel faticoso ordine di idee per imparare ad allacciarsi le scarpe con degli errori e delle cadute; la terza opzione è quella di mettersi a frignare e chiedere aiuto ad un adulto creando dipendenza. La figura dell’uomo forte è l’atto consolatorio di scaricare su qualcun altro dei problemi che dovremmo risolvere da soli. È interessante come oggi in Italia aumenti la voglia di un uomo forte. Vorrei aggiungere un altro elemento importante.

— Quale?

— Da un punto di vista storiografico il messaggio del fascismo evidentemente non è stato, in primis dagli storici, sufficientemente sviscerato e spiegato a livello sociale. Se a 75 anni di distanza c’è ancora qualcuno che desidera il fascismo mussoliniano allora gli storici non sono riusciti a spiegare bene che cosa sia stata la più grande tragedia del popolo italiano.

— Quanto è importante la memoria in questo contesto? Quanto è importante rispiegare, rileggere la storia?

— La memoria è fondamentale, perché come diceva un grande storico e partigiano francese Marc Bloch: siamo uomini e donne che vivono nel tempo, dal tempo siamo condizionati e la nostra esperienza fa di noi quel che siamo. È ancora più importante l’educazione alla memoria.

La società italiana vive delle difficoltà perché non c’è nessuno che in questo Paese si sia preso la briga di fare memoria pubblica. Dopo la fine del contesto della Repubblica antifascista che muore negli anni ’90 dai suoi stessi errori, non c’è più stato nessuno che prendesse in mano un’idea di memoria pubblica, che non è una memoria condivisa. La memoria pubblica è un ente, una struttura statale, la quale decide quali sono i fatti storici determinanti all’interno del proprio cammino, i fatti più importanti da ricordare. I grandi cardini della nostra storia sono stati abbandonati, vedi la festa del 25 aprile.

— Qual è il messaggio principale del tuo libro “Mussolini ha fatto anche cose buone”?

— L’idea era di fare un piccolo manuale in cui si sfatassero le bufale di carattere storico che ci sono attorno alla figura di Mussolini. Su Facebook, ma anche su altri social, girano fake news che inquinano la memoria. Ho preso le bufale che giravano e le ho studiate. Da qui è nata la possibilità di farne un libro. Dal punto di vista personale sono felicissimo per come sta andando questo saggio, però da un punto di vista più ampio rilevo il fatto che se una società, come quella italiana, ha bisogno dopo 75 anni di un manuale per ricordare quali sono stati i reali fatti storici attorno al fascismo è preoccupante. La storiografia italiana sul fascismo è la più ampia e attenta, questo dibattito storico però non è passato alla società. Gli storici come categoria hanno fallito la loro missione e il loro senso all’interno della società.

— Sembra che un altro fatto storico non sia arrivato bene alla società italiana: la vittoria dell’Unione Sovietica sul nazifascismo. Perché non se ne parla quasi mai?

— Perché la memoria non è la storia. Usando una metafora che mi è molto cara, coniata da un grande storico del ‘900 che è Giovanni De Luna: la storia è un grande supermercato in cui trovi tutti i fatti storici, è un insieme passivo di tutto ciò che è accaduto prima di ora. La memoria è un atto attivo, è l’atto di varcare la soglia del supermercato e di scegliere cosa prendere per portarselo a casa. In questo meccanismo entrano una serie di passaggi cruciali per capire cosa si vuole ricordare. Vi è un atto politico.

Vorrei ricordare un momento che è passato sotto traccia, ma che segnerà la cultura del ricordo in Europa nei prossimi anni. Nel settembre del 2019 il Parlamento Europeo ha emesso un documento che si occupava di nazismo e comunismo, tralasciando inizialmente il fenomeno del fascismo. Il testo equipara nazismo e comunismo, cosa che appiattisce 80 anni di storia dei movimenti di sinistra in tutto il mondo.

L’intento era abbastanza chiaro: attaccare la Russia attraverso un parallelo diretto Stalin-Hitler. Se andiamo a vedere chi sono stati i relatori e i promotori del testo vediamo che sono i parlamentari dei Paesi del cosiddetto ex blocco sovietico. Con questo documento hanno condizionato le politiche della memoria dell’Unione europea su un argomento che per loro era centrale. Si strumentalizza a livello politico la storia. Nel momento in cui il comunismo è stato stigmatizzato nel suo complesso in molti Paesi, compresa l’Italia, si sono levati gli scudi.

Si è perso per strada il contributo dell’Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale, ruolo che è stato evidentemente determinante. Senza i milioni di morti sovietici il regime nazifascista d’Europa avrebbe avuto un’altra storia, come tutto il continente europeo. Questa memoria è difficile da incastonare ed inserire in un contesto più ampio. In questo momento c’è voglia di ricordare altro: tutto ciò è partito con il carro armato americano che entra in scena nel film di Benigni “La vita è bella” e va avanti da circa un ventennio. Abbiamo cominciato a tirare l’acqua della storia al proprio mulino.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Italia, Seconda Guerra Mondiale
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