09:05 05 Giugno 2020
Interviste
URL abbreviato
Di
0 72
Seguici su

La chiusura totale dell’Italia, dovuta a motivi sanitari, sta mettendo a rischio le eccellenze italiane sul mercato internazionale. Il Made in Italy non aspetta e la mancanza di un programma preciso di ripartenza può tradursi in un conto davvero salato per i prodotti italiani.

Dalla Germania alla Spagna, sono tanti i Paesi che pur attraversando un’emergenza sanitaria avviano programmi di ripresa e di riapertura delle attività produttive. In Italia manca una programmazione per il Made in Italy, tale ritardo rispetto ad altri mercati potrebbe provocare una crisi economica e occupazionale ben più profonda.

Il settore agroalimentare, che durante l’emergenza Covid non ha chiuso per ovvie ragioni, potrebbe rappresentare un modello in grado di coniugare produttività e sicurezza per i lavoratori. Quali sono i rischi maggiori di un ritardo nella riapertura per il Made in Italy? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia.

– Luigi Scordamaglia, che cosa rischia il Made in Italy a causa del Coronavirus?

– Se parliamo in generale di Made in Italy, non solo del settore alimentare, ma anche della moda, della meccanica e di tutto quello per cui siamo famosi al mondo, rischiamo di essere tagliati fuori da un mercato internazionale che non aspetta.

Il fatto che si siano chiuse le attività produttive, ma soprattutto che non ci siano date precise di riapertura fa sì che i nostri clienti internazionali non possano programmare il loro approvvigionamento italiano e quindi cerchino fornitori alternativi in altri Paesi.

Per questo motivo chiediamo di aprire nel rispetto della massima sicurezza e delle regole di tutela della salute del lavoratore, ma con una programmazione precisa che ci consenta di dare delle risposte al mercato internazionale.

– Gli altri Paesi europei stanno già riaprendo rispetto all’Italia?

– Direi proprio di sì, siamo gli ultimi ad aprire. Non ha mai chiuso la Germania, ha riaperto la Spagna pur in una situazione epidemiologica peggiore della nostra, ha annunciato l’apertura di aziende e delle scuole anche la Francia. In questo contesto l’unica cosa che fa eccezione è il settore che rappresento, cioè l’agroalimentare, un settore che ovviamente come quello farmaceutico ed energetico non ha mai chiuso. Abbiamo continuato anche ad esportare.

Perché si possa mantenere l’eccellenza dei nostri prodotti però è necessaria un’apertura più trasversale. Non ha senso graduare le aperture per settore, ha molto più senso riaprire trasversalmente tutte le aziende che adottano una serie di norme a tutela del lavoratore. Il settore agroalimentare è la dimostrazione che si può proteggere il lavoratore, ma continuare anche a produrre.

– Quanto vale l’agroalimentare per il Paese?

– Se lo consideriamo nella sua interezza è il primo settore manifatturiero, mettendo insieme l’agricoltura, l’industria alimentare, la distribuzione e la ristorazione. Vale come fatturato 538 miliardi di euro, vuol dire il pil di Norvegia e Svezia messe insieme. Si tratta di un valore aggiunto di 140 miliardi, il valore aggiunto in assoluto più alto in Europa. È un settore che esprime valore, è il primo settore per il Paese anche in termini occupazionali con oltre 1 milione e 300 mila dipendenti.

– Qual è stato l’impatto dell’emergenza sul vostro settore?

– Abbiamo subito effetti differenziati nel tempo. All’inizio, quando il fenomeno Coronavirus sembrava essere un fenomeno tutto italiano - cosa che continuavamo a smentire - c’è stata una reazione negativa nei confronti dei prodotti italiani: divieti, richieste di certificazioni di virus free all’esportazione, procedure totalmente prive di logica. In merito avevano chiesto un intervento dell’Unione Europea, la quale ha stabilito che gli Stati membri comunitari non chiedessero requisiti assurdi, il virus non era veicolabile con il Made in Italy alimentare.

Man mano che il virus si è diffuso negli altri Paesi e che la situazione si è generalizzata questo tipo di accezione negativa nei confronti dell’esportazione italiana si è ridotta e siamo tornati ad occupare il nostro livello di eccellenza. Abbiamo però avuto problemi anche di logistica: il famoso blocco al Brennero durato diversi giorni e poi risolto.

– Oggigiorno qual è il problema maggiore?

– Oggi il problema che si fa sentire di più sia sui mercati interni sia sui mercati di esportazione è la chiusura del canale del food service, della ristorazione. Il consumo fuori casa in Italia vale 80 miliardi di euro su 250 miliardi di consumi alimentari complessivi. Chiudere i ristoranti da un giorno all’altro ovviamente ha delle ripercussioni su tutta la filiera. Una parte viene recuperata dai retailer, ma una parte non viene recuperata. Anche su questo fronte è necessario riprendere al più presto. Bisogna passare subito dal drive in, dall’asporto per poi arrivare, seppure con distanziamento, dopo il 15 maggio all’apertura dei ristoranti. Lanceremo insieme alla Farnesina un grandissimo piano di nationalbranding per far tornare i turisti in Italia comunicando tutto insieme il valore aggiunto delle nostre eccellenze alimentari, dei territori da cui provengono e delle filiere produttive.

– Traendo una lezione da quest’emergenza, in futuro su che cosa bisognerebbe puntare di più: sull’artigianato locale e sul territorio o come riferimento principale deve rimanere l’Unione Europea?

– La mia idea è che dopo la crisi Covid la partita della globalizzazione andrà giocata in maniera completamente diversa. Fino a poco prima dell’epidemia avevamo una tendenza di esportazione tre volte maggiore del manifatturiero italiano, quindi record su record a due cifre ogni anno. Oggi sono più penalizzati prodotti come il vino, i formaggi, merce che andava anche nella ristorazione estera.

Il territorio e la filiera di provenienza diventano protagonisti unici, non vedremo più il grande brand e basta, seppure associato ad una importante qualità. Promuoveremo il grande brand associato al territorio e allo storytelling di tutto quello che c’è dietro al prodotto. Avvieremo quindi un novo modello di promozione del Made in Italy, mostrando ai buyer delle principali catene di distribuzione mondiale che dietro al grande marchio facciamo c’è il territorio che caratterizza quel prodotto e gli allevatori e gli agricoltori.

In Italia le grandi imprese non sono multinazionali paragonabili a quelle mondiali; noi abbiamo grandi imprese capofila di migliaia di piccole e medie imprese. Dovremo promuovere i nostri prodotti raccontandone la storia, altrimenti una bandiera finta sulla merce la attacca chiunque, lo dimostrano i 100 miliardi di “italiansounding” e di fake, i quali sono più del doppio del nostro export agroalimentare. Vorrei aggiungere una battuta sui rapporti fra Russia e Italia.

– Prego.

– In questo contesto di emergenza Covid la Russia è stata particolarmente vicina all’Italia. Tradizionalmente l’interscambio alimentare fra i nostri due Paesi è sempre stato molto sinergico: i consumatori russi apprezzavano molto i prodotti italiani e la Russia puntava al knowhow dell’Italia. Sarebbe molto bello se si potesse riprendere il rapporto di prima. Abbiamo chiesto e chiediamo oggi un’ulteriore apertura verso la Russia, togliendo le sanzioni e quindi l’embargo di risposta sui nostri prodotti visto l’aiuto selettivo dei russi nei confronti del nostro Paese.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Coronavirus
RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook