00:02 03 Giugno 2020
Interviste
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Un mese di quarantena si fa sentire: stress, stanchezza e paura. L’isolamento però forse può riservare qualche opportunità, come ad esempio fermarsi e riflettere su noi stessi, sulle nostre relazioni personali, sul nostro rapporto con la natura e anche sulla vita che abbiamo lasciato alle spalle e che, magari, ora ci sembra meno faticosa e brutta.

Una Pasqua veramente insolita: niente messa in Chiesa, una festa importante passata lontana dai propri cari e niente gita di Pasquetta. La quarantena, che ha già raggiunto la soglia dei 30 giorni, indubbiamente provoca stress e stanchezza. L’isolamento però può essere una occasione di riflessione per ognuno di noi.

La pandemia provoca paura e insicurezza nel futuro, ma ha anche permesso di rivalutare alcuni aspetti della vita che facevamo, fin troppo spesso da noi criticata. Una stretta di mano, un abbraccio, degli sguardi che si incrociano per strada, un sorriso ad uno sconosciuto durante una passeggiata. Molti gesti, dati per scontati, ora ci sembrano fondamentali, indispensabili. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Francesco Pira, sociologo e professore di Comunicazione all’Università degli Studi di Messina.

– Professore Pira, com’è stata la Pasqua ai tempi del Coronavirus?

– L’Italia è stata sempre un Paese molto legato alla tradizione di Pasqua, è la tradizione più importante. Vi è un connubio fra fede e tradizione, soprattutto al sud si sente particolarmente l’arrivo della Pasqua, che viene celebrata con processioni significative. Sono giorni molto importanti di fede, ma anche di riflessione.

Nella storia del nostro Paese non è mai successo che gli italiani non potessero andare in Chiesa o seguire le cerimonie religiose o che non si potessero ritrovare insieme. Molti non hanno potuto vivere la Pasqua in famiglia come di solito si è fatto. “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, anche questo detto è saltato.

– Al di là degli aspetti negativi, possiamo dire che la quarantena ha permesso di fermarsi e riflettere su noi stessi?

Francesco Pira
© Foto : Francesco Pira
Francesco Pira
– Sicuramente per alcuni questa quarantena è servita per riflettere, ad altri ha aumentato le ore di lavoro e di reperibilità. È cambiato il rapporto spazio-tempo, perché si è sempre collegati on line e si sono abbattute le barriere che avevamo prima, ad un certo punto chiudevamo la nostra giornata di lavoro e basta. Oggi siamo operativi ormai 12-13 ore al giorno, per alcuni la situazione è peggiorata. Consideriamo che in alcune famiglie ci sono entrambi i genitori che lavorano, i figli studiano a scuola o all’università, quindi devono coabitare tutti condividendo gli spazi e collegati con diversi terminali e in situazioni diverse.

Ci sono comunque alcune ore in cui prima ci dedicavamo ad uscire e a frequentare altre persone e ora invece le impieghiamo a riflettere. Stiamo sicuramente riflettendo su tante cose: sul nostro rapporto con la natura, con la fede, stiamo riflettendo sui nostri rapporti personali. Un grande sociologo polacco, Zygmunt Bauman, ha definito la nostra società “società liquida”. Probabilmente questa pandemia, quando finirà, ci farà capire che c’è la necessità di un bisogno di tornare a valori solidi.

Chi prima di noi ha vissuto questa situazione, intendo la Cina, ha avuto grossi problemi nelle famiglie: sono aumentate le separazioni e i divorzi. La convivenza forzata è difficile soprattutto in famiglie con dei problemi.

– Tornando ai lati positivi della quarantena… che cosa può offrire?

– Abbiamo più ore per coltivare il rapporto con noi stessi, per leggere, per studiare, per relazionarci con gli altri anche se in forma indotta. Ora comunichiamo attraverso le video chiamate, attraverso le telefonate che parzialmente abbiamo riscoperto. Abbiamo scoperto per la prima volta la preghiera fatta davanti ad un computer o ad uno smartphone. Abbiamo anche scoperto una importante speranza di ritornare a quella vita che ci sembrava così brutta e faticosa. Questo è un altro aspetto molto positivo. In questi giorni stiamo desiderando di ritornare alla vita che criticavamo.

– La quarantena ci permette di rivalutare le relazioni, la socialità e di apprezzare di più la vita che avevamo? Forse molti realizzano ora che prima erano veramente felici?

– Felici è una parola grossa, la letteratura ci spiega che la felicità è un concetto utopico. In alcuni momenti eravamo sereni e questa serenità è venuta meno, perché siamo pieni di paura del virus, un nemico oscuro che non sappiamo combattere. La scienza, infatti, non ci ha ancora dato le giuste risposte. Abbiamo paura per la situazione economica, che è molto gravosa. Questa paura dell’oggi e del domani ci fa ripensare a quello che facevamo ieri con grande piacere.

Facendo le dovute differenze, perché in questo il nostro Paese è molto diviso, al sud per esempio ci manca molto il contatto umano, per noi è importante abbracciarci, baciarci, toccare le persone. Ci manca la sensazione materiale del volere bene ad un’altra persona. Noi ci stiamo accorgendo della forza che possono avere alcuni gesti ora, nel momento in cui non lo possiamo fare.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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