09:20 27 Maggio 2020
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Nei giorni di Pasqua in cui gli italiani devono rispettare l’obbligo di stare a casa per frenare l’epidemia, ci sono tante persone che una casa per restarci non c’è l’hanno. In questo periodo drammatico per il Paese la loro vita si è trasformata in un'emergenza nell'emergenza.

Secondo l’ultimo censimento dell’Istat, in Italia vivono circa 50 mila senzatetto che senza una protezione degna rischiano di contrarre il Coronavirus per strada.

Come funziona la quarantena domiciliare per le persone senza fissa dimora? I comuni italiani sono riusciti ad organizzare delle strutture di assistenza per loro sul territorio nazionale? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Roberto Zuccolini, il portavoce della Comunità Sant’Egidio – l’associazione che da molti anni è in prima linea nel fornire pasti e protezione per i senzatetto.

— Dott. Zuccolini, i senzatetto sono tra i più indifesi in questo periodo. Come vivono l’emergenza le persone che non hanno una fissa dimora? Immagino sono molto preoccupati e disorientati?

— Soprattutto nei primi giorni c’è stato un grande disorientamento per le persone che vivono per strada. Loro non capivano cosa stava succedendo, alcuni si spostavano disperatamente in cerca del cibo o di aiuto. Poi un po’ alla volta, grazie anche ai volontari, la situazione si è calmata. Certamente rimane ancora un grande disagio, proprio perché le città sono vuote, c’è meno folla e si nota di più il loro vagabondare alla ricerca non solo di cose da mangiare ma anche dove dormire. Proprio per questo abbiamo aperto le nostre strutture per la notte.

— Quali iniziative concrete ha messo in campo la Comunità di Sant’Egidio per aiutarle? Avete coinvolto anche la gente comune, nonostante la quarantena?

— E’ un periodo in cui tutti le istituzioni e i decreti raccomando di stare a casa, ma queste persone la casa non c’è l’hanno. La Comunità di Sant’Egidio conosce questa realtà e questa condizione di vita da tanto tempo. Noi siamo amici di molte persone senza fissa dimora, sia a Roma che in altre città italiane. In questi giorni abbiamo intensificato la nostra vicinanza a loro. Abbiamo cercato di spiegare che anche loro dovevano rispettare le misure precauzionali. Però abbiamo scelto di tenere aperte le nostre mense per mostrare ai senzatetto il nostro sostegno nutrizionale.
In questo periodo con la scarsa circolazione di persone per strada, certamente diminuiscono gli aiuti che a loro arrivavano quotidianamente con l’elemosina e con aiuti concreti – un panino, qualche cosa da mangiare dai ristoranti e dai bar. All'inizio dell'emergenza abbiamo lanciato l’appello proprio per venire in soccorso di queste persone e per fortuna abbiamo avuto un certo riscontro da parte degli italiani.

— Potrebbe raccontare del vostro progetto #IoAiutoChiNonHaCasa?

— Il nostro sito www.santegidio.org è diventato una porta telematica attraverso la quale chi vuole aiutare le persone che vivono per strada può rivolgersi a noi per offrire il suo sostegno economico, che viene utilizzato per comprare le cose da mangiare, le mascherine, i gel disinfettanti per fornire le persone senza fissa dimora, oppure si può fare volontariato da noi sempre per aiutare chi non ha casa.

Aiuto che offrono i volontari della Comunità Sant'Edigio
© Foto : Fornita da Roberto Zuccoli
Aiuto che offrono i volontari della Comunità Sant'Edigio

— Lei ha appena confermato che le mense di Sant’Egidio continuano a restare aperte. Com’è stato riorganizzato il loro lavoro in base ai decreti nazionali?

— Rispettando le regole prescritte, mettendo le mascherine, facendo la fila a distanza di più di un metro, lavandosi accuratamente le mani prima di sedersi a tavola e sedendosi a tavola a distanza. I volontari, che lavorano in mensa, mettono le mascherine e passano per i tavoli per spiegare ai nostri amici la situazione che stiamo vivendo, perché naturalmente non tutti ne hanno coscienza in maniera lucida. Cosi cerchiamo di proteggergli di più.

— Le persone prive di sostegno e assistenza sanitaria sono al rischio di contagio. La sindaca di Roma Virginia Raggi ha proposto di fare i tamponi alle persone senza fissa dimora. Pensa che sia una cosa fattibile?

— Sarebbe opportuno che i tamponi ci facessero a tappetto a tutta la popolazione, e quindi certamente a persone senza fissa dimora, laddove soprattutto si può pensare a una possibile positività. Però non si può dire che le persone senza fissa dimora rappresentano un rischio per gli altri, c’è il rischio soprattutto per loro. La maggior parte di queste persone hanno delle difese immunitarie talvolta deboli e diverse patologie perché vivono per strada e quindi si difendono di meno dalla malattia rispetto alle persone che vivono in una casa. Quindi bisogna proteggere loro per proteggere tutti noi. È uno scambio.

— In alcune città italiane i dormitori per i senzatetto sono diventati i veri e propri focolai. Potrebbe stimare il numero dei contagiati reali tra le persone senza fissa dimora?

— Non abbiamo ancora le statistiche per tutti gli anziani che vivono nelle case, probabilmente sono positivi asintomatici. E quindi i dati riguardanti i contagi per i senzatetto si saprà probabilmente più tardi. Non dimentichiamo però che senza dimora in Italia sono oltre 50 mila persone e quindi sono una piccola, piccolissima percentuale della popolazione. Mentre gli anziani che vivono da soli solo nella città di Roma sono il 45 per cento della popolazione residente.

— In alcune città europee, i governi utilizzano alberghi per permettere alle persone senza fissa dimora di fare tranquillamente la loro quarantena. Sarebbe possibile realizzare un progetto del genere a Roma e in altre città per contenere la pandemia?

— Questo già accade. Alcune strutture alberghiere o comunali stanno muovendo in questa direzione offrendo rifugio a queste persone. Però certamente bisogna senz’altro cercare di allargare questo tipo aiuto.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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