09:47 29 Maggio 2020
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La riedizione integrata del libro di Elena Rzhevskaya “Berlin, May 1945: Memories of a War Interpreter” (Berlino, maggio 1945: Memorie di un’interprete di guerra) è uscita il primo aprile in occasione del settantacinquesimo anniversario della Grande Vittoria.

Liubov Summ, nipote della scrittrice e redattrice del libro, ha parlato a Sputnik della morte di Hitler e dei documenti presenti nel libro che ne parlano, ma che mai prima d’ora sono stati pubblicati.

– Sua nonna, la scrittrice Elena Rzhevskaya insieme a un gruppo di spie sovietiche fu tra le prime persone ad entrare nel bunker del führer a Berlino quasi subito dopo il suicidio di Hitler ed Eva Braun. Rzhevskaya partecipò al riconoscimento dei corpi, operazione descritta nel libro. Come iniziò la sua carriera?

– Tra il 1931 e il 1941 Elena Rzhevskaya (all’anagrafe, Kagan) studiò presso l’Istituto moscovita di filosofia, letteratura e storia. Il percorso di Elena Kagan verso la guerra cominciò nel febbraio 1942 nei pressi di Rzhev dove venne nominata interprete del quartier generale del trentesimo esercito.

© Sputnik . Maksimov
La scrittrice Elena Rzhevskaya

– Da dove proviene lo pseudonimo letterario di Rzhevskaya?

– Dall’immaginario comune di Rzhev come città-martire. Nell’area di Rzhev sono cadute moltissime vite umane. È una delle pagine più sanguinose della guerra: ancora oggi si seppelliscono i resti di soldati e di civili. Poi Elena seguì l’esercito, il primo Fronte bielorusso guidato dal generale Zhukov: Rzhev, Smolensk, Bielorussia, Polonia… E come interprete di guerra arrivò fino a Berlino. Rzhevskaya fu tra le prime persone ad entrare nel bunker di Hitler nei pressi della Cancelleria del Reich. Dopo la conquista dell’edificio, al suo interno fecero subito irruzione le spie sovietiche e con loro anche l’interprete. Nel bunker furono rinvenuti documenti di valore fra loro variabile: infatti, nei giorni precedenti avevano soggiornato lì Hitler ed Eva Braun, la famiglia di Goebbels, militari e personale di servizio. Le spie presero in esame i documenti e interrogarono tutti coloro che ancora si trovavano nel bunker.

© Sputnik . Anatoly Garanin
La liberazione del villaggio Gridino durante la Battaglia di Rzhev nel 1942

– Quali informazioni si rivelarono essenziali per cercare il führer, secondo quanto ricordava Rzhevskaya?

– Le informazioni più importanti furono fornite dal tecnico della ventilazione del bunker. Fu chiamato a sistemare qualcosa e vide passare i corpi di Hitler ed Eva Braun, avvolti in una coperta. Riconobbe gli stivali del führer. Il tecnico racconta che il 30 aprile gli avevano chiesto di portare della benzina e sentì che avrebbero cremato il führer. Il tecnico sapeva anche che il primo maggio avevano chiesto dell’altra benzina, ma il tecnico se n’era già andato via. Le spie si chiesero per chi avessero cercato della benzina il primo maggio e alla fine trovarono i resti di Goebbels e la moglie, pieni di ustioni, li portarono in strada su una porta scardinata e li mostrarono agli abitanti di Berlino.

Continuarono a cercare i corpi di Hitler e Braun e finalmente li trovarono quasi per caso il 4 maggio. Un soldato notò un’area di terreno irregolare dalla quale emergeva un lembo di coperta. Lì trovarono i resti dei corpi che fu possibile identificare solamente a partire dai denti. Il colonnello Gorbushin, il maggiore Bystrov e l’interprete Elena Kagan (Rzhevskaya) si misero sulle tracce del dentista di Hitler il quale però aveva già abbandonato Berlino. Era rimasta la sua assistente, Käthe Heusermann, che identificò i denti, le corone e i ponti del führer. Dopo questa operazione, fu lasciata andare e le fu dato in dono del cibo in scatola.

Poi, però, la catturarono nuovamente, non la liberarono, la portarono in URSS e la condannarono a 10 anni. Le autorità sovietiche decisero che le informazioni riguardanti l’identificazione del corpo di Hitler dovevano rimanere segretate. Käthe Heusermann fu tenuta per 6 anni in una cella isolata senza un processo equo. Nel 1951 fu condannata come testimone della morte di Hitler.

– La segretezza contribuì a creare la leggenda secondo cui Hitler fosse vivo e fosse scappato in Argentina?

– A inizio maggio i quotidiani scrissero che Hitler era morto e dopo tutto tacque. Annunciarono che i tedeschi avevano comunicato il suicidio di Hitler, ma non ci credevano molto perché l’informazione proveniva comunque dall’Organo di propaganda sovietico (Sovinformbyuro). Cominciarono così a diffondersi voci riguardo all’eventuale fuga di Hitler in Argentina. Se l’avessero trovato e identificato, lo avrebbero annunciato. Poiché non l’hanno fatto, vuol dire che non l’hanno trovato perché si è nascosto. Si tratta di un tema che nel tempo è stato molto prolifico. Tutte le informazioni furono segretate per 10 anni di totale silenzio.

– Rzhevskaya scrisse al fronte?

– Sì, tenne un diario sia a Rzhev sia a Berlino. E nel maggio 1945 scrisse sul suo quaderno: “Ho i denti di Hitler”. Poi però coprì questa frase capendo che quest’informazione non poteva essere vista da nessuno. Tornata dal fronte, scrisse delle brevi memorie su quei giorni affidandosi ai ricordi più vividi in modo da non perdere particolari che vennero comunque velati dall’intento artistico. Queste memorie non furono chiaramente mai pubblicate, erano piuttosto una forma di ricordo personale.

– Quando furono pubblicate per la prima volte le sue memorie?

– Nel 1955 sottopose alla rivista Znamya il testo Poslednie dni. Zapiski voennogo perevodchika (Gli ultimi giorni. Memorie di un’interprete di guerra) nel quale in maniera concisa ma puntuale descriveva ciò che aveva visto e sapeva. Come erano entrati a Berlino, cercato Hitler, trovatolo e identificatolo. Sia l’autrice sia la casa editrice si rivolsero agli organi competenti per verificare se fosse possibile pubblicare un simile testo. La risposta fu: “a vostra discrezione”. La casa editrice ci pensò su e decise di pubblicare il testo rimuovendo solo le ultime pagine. Pertanto, la prima edizione del libro termina con le parole: “In quei giorni a Berlino Hitler si suicidò nel bunker”. In quell’edizione manca ciò che seguì a quell’evento.

– Quando fu possibile pubblicare la storia del ritrovamento e dell’identificazione dei corpi di Hitler ed Eva Braun e della famiglia di Goebbels?

– Sei anni dopo, nel 1961, nella raccolta di racconti di Rzhevskaya, Spring Coat (Vesna v shineli), dopo le parole “si suicidò nel bunker” si racconta per alcune pagine la storia dell’identificazione dei corpi di Hitler ed Eva Braun. Dopodiché, basandosi sull’edizione già pubblicata, Elena si rivolse agli archivi segretati. Per 3 anni inviò lettere presentando domande di vario genere: “Cosa mi state nascondendo, siete in possesso di documenti recanti la mia firma da traduttrice”.

– Cosa desiderava scoprire Rzhevskaya negli archivi del KGB che già non conoscesse?

– Dopo 20 anni di silenzi una testimonianza vivente non è più così convincente da sola, è necessario corroborarla mediante documenti. Nell’autunno del 1964 Rzhevskaya fu fatta entrare negli archivi per consultare questi documenti: vari protocolli, l’atto di identificazione dei corpi, perizie, interrogatori dei testimoni e di altri soggetti vicini a Hitler, fra i quali il comandante delle sue guardie personali, un suo aiutante e il suo valletto. Riuscirono tutti a uscire dal bunker, ma finirono tutti in prigione, chi prima e chi dopo. Raccontarono nel dettaglio diversi dettagli interessanti, importanti per ricostruire la storia: il crollo della figura di Hitler negli ultimi giorni, i suoi ultimi ordini, come appariva, come si tolse la vita, come venne portato via e in che modo fu cremato. Il diario di Goebbels fu un altro importantissimo ritrovamento all’interno degli archivi. In 3 settimane Rzhevskaya consumò 5 spessi quaderni che ogni giorno, uscendo dagli archivi, doveva sottoporre alla verifica di un addetto il quale controllava che le informazioni copiate dalla scrittrice potessero essere divulgate.

– Quando uscì, il libro “Berlin, May 1945” godette di ampio successo e fu letto da tutti…

– Sì, fu riedito varie volte in URSS, fu tradotto subito in diverse lingue straniere e in Italia comparve a puntate sul quotidiano Il Tempo che dedicò all’autrice un’intera copertina recante la sua fotografia. Si trattava del racconto completo e puntuale di cosa successe realmente dopo 20 anni di inesattezze, presupposizioni e trovate propagandistiche. In realtà, si appurò che la gente voleva fatti e non leggende perché la verità è la trovata sensazionale più grande che ci sia. In URSS, me lo ricordo sin dalla mia infanzia e adolescenza, ovunque andassi, trovavo persone che avevano letto “Berlin, May 1945”. A tutti parve che la storia di Hitler fosse terminata e che quella fosse verità. Fu un sollievo sapere la verità.

– Nel 1965 non fu possibile pubblicare tutto. È per questo che ora vi è una riedizione integrata?

– Chiaramente qualcosa è stato svelato 10 anni dopo la Grande Vittoria, qualcosa d’altro anche dopo 20 anni. Ma qualche informazione è rimasta segretata fino ad oggi. Il libro è stato rimaneggiato più volte perché non era possibile divulgare subito tutte le informazioni in merito. Una storia che permane nella mente di una persona per lungo tempo si alimenta di pensieri e sensazioni, va molto in profondità e tenta di comprendere perché fosse stata segretata la morte di Hitler, perché non venne annunciata? Un altro tema importante concerne le conseguenze del silenzio circa questo evento storico. Nessuno, nemmeno Stalin, ebbe il permesso di interessarsi a questa storia. Il libro originario fu aggiornato da una Rzhevskaya ormai anziana che ripercorse ciò che aveva visto da giovane e completò i pensieri messi inizialmente nero su bianco con l’esperienza nel tempo acquisita.

– Nella nuova edizione sono state inserite le memorie dell’assistente del dentista di Hitler, Käthe Heusermann, ad oggi inedite. Come è stato possibile ottenerle?

– Negli archivi di Rzhevskaya erano conservate brevi, ma estremamente espressive memorie di Heusermann in lingua tedesca. Rzhevskaya vi entrò in possesso tramite una persona che negli anni ’70 parlò con Heusermann e quest’ultima le affidò le sue memorie. Dopo 20 anni, negli anni ’90, questa persona, lo storico Lev Bezymensky, le trasmise a Rzhevskaya dicendo: “Sono materiali interessanti dato che hai scritto di lei”. Queste memorie erano state scritte a macchina. Heusermann ne aveva prodotte diverse copie: una l’aveva data alla nipote, un’altra a Bezymensky e probabilmente ve ne erano anche altre. Ma questo testo non fu mai pubblicato altrove nel mondo.

La casa editrice fece una grande cosa: trovò la figlia della nipote di Heusermann. Heusermann non aveva figli, morì nel 2017 e la figlia della nipote diede il via libera per la traduzione in russo e la pubblicazione delle sue memorie. Inoltre, trasmise anche alcune fotografie di Heusermann.

Si tratta di un breve, ma espressivo testo. Una donna imparziale, che non si interessava di politica, descrive gli ultimi giorni di vita nel bunker prima della capitolazione della Germania, il modo in cui tentarono di fuggire dal bunker nonostante i bombardamenti, come furono identificati i denti. Infine, si parla brevemente di come fu deportata in URSS e condannata, del suo lavoro nel campo di concentramento, ma sono poche pagine.

– Le memorie di Heusermann e Rzhevskaya circa l’identificazione delle protesi dentali coincidono?

– Sì, in alcuni momenti vanno all’unisono. In una scena Heusermann descrive di aver visto i nostri militari e fra di loro una donna bionda. Quella dovrebbe essere Elena.

– Le sue memorie non furono edite in Germania?

© Sputnik . Vladimir Vyatkin
La scrittrice Elena Rzhevskaya

– No, fu una persona che non amava la popolarità. Heusermann tornò in Germania dopo il campo di concentramento e venne subito interrogata. Questa era la prassi per chi tornava dall’URSS. La donna spiegò di aver conosciuto Hitler e per questo motivo era stata arrestata. In seguito, nel 1964, rilasciò una testimonianza innanzi al tribunale, rilasciò un’unica intervista e dopodiché non pubblicò più niente. Heusermann chiese che dopo la propria morte venissero distrutti tutti i suoi scritti e che fossero lasciate intatte solamente le fotografie.

Nel 2016 Nina Belyaeva girò un film su Heusermann. Belyaeva trovò la nipote, all’epoca ancora viva. Nel film ci siamo io e lei che leggiamo queste memorie. Ci convincemmo che sia io sia lei avevamo fra le mani un unico testo. Ma allora la nipote non ne permise la pubblicazione perché non vi era questo desiderio. Si tratta dopotutto di una storia familiare e personale. Allora pensammo che i parenti di Heusermann avrebbero opposto resistenza. Ma poi la nipote morì e sua figlia decise: “Questa è una testimonianza di quello che ha passato, la sua storia dev’essere raccontata”.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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