05:06 02 Giugno 2020
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Il plasma dei pazienti guariti dal Coronavirus può salvare altre vite. La prima contagiata e guarita in Brianza non ci ha pensato due volte e ha donato il suo plasma per aiutare gli altri. In un momento critico come quello in cui versa l’Italia questi gesti possono fare la differenza. Ecco la testimonianza di Morena Colombi.

Residente in provincia di Milano, fra i primi pazienti di Covid in Italia, Morena Colombi, è stata contattata dall’Ospedale di Bergamo con la richiesta di donare il plasma per i contagiati più gravi che potrebbero non farcela. Mentre la comunità scientifica è alla ricerca del vaccino per combattere il Coronavirus il plasma dei pazienti guariti è una delle cure possibili.

In che cosa consiste la donazione del plasma? Perché  è un gesto, seppure coraggioso, ma fondamentale nel contesto dell’emergenza Coronavirus? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Morena Colombi, che ha condiviso con i nostri lettori la sua storia personale legata al Covid-19.

– Morena, raccontaci la tua storia personale legata al Coronavirus.

– Ho iniziato ad avere i primi sintomi il 14 febbraio: avevo i brividi di freddo, mi sentivo stanca, avevo mal di gola e tosse. Ho preso all’inizio le solite medicine che si prendono con l’influenza, ma i sintomi non passavano. Mi sono recata dal mio medico lunedì 17 e anche lui mi ha prescritto una semplice terapia anti influenzale, eravamo solo all’inizio della tragedia. Io sono stata una delle prime pazienti di Coronavirus nella provincia di Milano.

Verso il 20 di febbraio la temperatura si alza fino a 38,5, la tosse aumenta e il giorno dopo ho iniziato a chiamare i vari numeri che ci hanno segnalato per l’emergenza. Nessuno mi rispondeva, le linee erano occupate. Allora ho chiamato il Sacco di Milano, dove sono stata ricoverata anni fa per una polmonite molto brutta. Mi hanno suggerito di andare in un pronto soccorso. Così ho fatto, sono andata al pronto soccorso dell’Ospedale di Treviglio. Io lavoro in un’azienda dove abbiamo molte persone che vengono e vanno dall’estero, qualcuno era tornato dalla Cina. All’ospedale hanno deciso di ricoverarmi, mi hanno messo in una camera isolata, di notte mi hanno fatto il tampone. Nel frattempo ho perso l’olfatto e il gusto.

– E sei risultata positiva.

– La notte dopo alle 3 è arrivata la dottoressa dicendomi che il tampone era positivo al Covid-19 e che mi avrebbero trasferito all’Ospedale di Bergamo Papa Giovanni XXIII al reparto infettivo. Sono rimasta a Bergamo due giorni, perché le mie condizioni erano stabili, respiravo abbastanza bene e quindi mi hanno mandato a casa in isolamento domiciliare. Passati i 15 giorni ho avuto altri residui di tosse e raffreddore che non passavano. Il 17 di marzo ho ricevuto una chiamata dall’Ospedale di Bergamo in cui mi chiedevano se ero disponibile, ovviamente con un tampone di verifica, per fare un prelievo di plasma e prelevare gli anticorpi. Il plasma sarebbe andato ad un malato grave in terapia intensiva.

– Qual è l’iter della donazione di plasma?

– Mettono un catetere nell’arteria femorale all’inguine, non si sente niente perché fanno l’anestesia. La macchina preleva il sangue e lo filtra, trattiene il plasma con gli anticorpi e riporta indietro il sangue ripulito dal plasma. Non c’è bisogno di una trasfusione. Mi hanno prelevato circa 700 grammi di plasma. Tolgono il catetere, tamponano per evitare fuoriuscite di sangue, perché si tratta di un’arteria. Tutto questo avviene nel giro di 4 ore. È un gesto che aiuta a salvare le persone e a farle uscire dalla terapia intensiva.

– Chi è guarito dal Coronavirus potrebbe tramite questo gesto salvare delle vite quindi?

– Sì, è molto importante. Ho scritto su facebook un appello: se vi chiamano andateci, è indolore. Si lasciano 4 ore in un ospedale e sono 4 ore che potrebbero servire per aiutare altre persone. Chi esce dalla terapia intensiva ha bisogno di anticorpi per combattere il virus.

– Come sta gestendo l’emergenza il governo a tuo avviso?

– In queste settimane direi bene. Forse però bisognava fare tutto ciò molto prima per non arrivare alla situazione che stiamo vivendo oggi. Sono d’accordo sulle restrizioni, anche se capisco che stare in casa è brutto. Io sono in casa dal 14 febbraio. Sono andata solo a farmi la spesa, sono due mesi però che rimango chiusa fra 4 mura. Purtroppo oggi è l’unica arma che abbiamo, non avendo vaccini e non sapendo chi sono gli asintomatici. Una cosa che andrebbe fatta forse sono i tamponi a tappeto per vedere chi ha il virus. È un’infezione velocissima a rubarci i polmoni. Anche l’età dei pazienti sembra non contare più di tanto.

– Che messaggio vorresti lanciare in chiusura?

– L’isolamento sociale è importante, anche se non è nell’essere umano isolarsi. Questo è necessario se vogliamo arrivare ad una chiusura di questo cerchio e per dare una mano ai medici e a tutto il personale sanitario. Gli ospedali stanno esplodendo e non c’è abbastanza personale. Rispettiamo le direttive che ci hanno dato. Se dovessero chiamare per una donazione di plasma, accettate! È indolore e lo dico io che ho il terrore degli aghi. È un aiuto concreto che possiamo dare agli altri.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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