23:33 27 Maggio 2020
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Nell’Emilia Romagna, una delle regioni più colpite d'Italia, costretta a lottare contro la pandemia emerge una vera e propria anomalia.

Secondo i dati forniti dall'ultimo bollettino della Protezione civile, Ferrara e la sua provincia con “solo” 368 casi positivi sembrano quasi immuni al Covid-19.

"O la talassemia o il tema della malaria credo abbiano avuto una parte nel mantenere quelle zone quasi intatte rispetto a un attacco così forte e feroce come quello del virus che abbiamo in queste settimane”, ha spiegato Sergio Venturi, commissario regionale ad acta per l’emergenza coronavirus in Emilia-Romagna, ribadendo la necessità di porre sotto la lente d’ingrandimento quanto sta avvenendo nella zona perché “potrebbe essere utile per altri cittadini".

I ferraresi sono davvero immuni al virus? Quali sono i motivi di questa specialità e le condizioni favorenti? Per un approfondimento sullo strano “caso Ferrara” Sputnik Italia ha raggiunto lo pneumologo e il docente di malattie dell’apparato respiratorio presso l’Università degli studi di Ferrara (Unife) Marco Contoli.  

– Professore, come commenterebbe le osservazioni del commissario regionale per l’emergenza pandemia Sergio Venturi, che in qualche maniera collega lo scarso contagio in provincia di Ferrara alla malaria e alla talassemia? Condivide questa ipotesi?

– Il Dott. Venturi non necessariamente collegava la malaria alla bassa incidenza, ma faceva un esempio di una malattia infettiva, che si trasmette attraverso la puntura di una zanzara, e che in condizioni particolari da minore infezione e quindi il patogeno coinvolto replica di meno. Queste condizioni sono l’alterazione dell’emoglobina e dei globuli rossi, cioè la microcitemia e la talassemia. Quindi, il parere espresso da Venturi è una ipotesi su come una condizione genetica o una condizione patologica possa rendere l’individuo più resistente ai determinati tipi di infezione.
È possibile che ci siano nella nostra popolazione, cosi come anche in altre realtà, dove l’incidenza della malattia non è così alta, delle condizioni genetiche favorevoli, dei particolari tipi di condizioni patologiche che rendono la popolazione meno suscettibile all'infezione, ma questo aspetto, a mio avviso, deve essere ancora attentamente studiato.

– A Suo avviso, quali fattori hanno determinato la bassa incidenza del Covid-19 a Ferrara?

– Il principale successo della bassa incidenza nella nostra piccola realtà è legato, secondo me, al fatto che noi abbiamo poche zone di aggregazione di massa. Per esempio, da noi non passano i treni ad alta velocità con molti passeggeri, non abbiamo una metropolitana, abbiamo una rete industriale composta da piccole imprese. Da noi all’inizio dell’emergenza è stata chiusa l’Unife proprio per evitare assembramenti degli studenti e dei dicenti. La chiusura dell’Università e dell’ospedale ha fatto sì che sono stati messi in atto le misure di isolamento e di confinamento molto efficienti, che hanno sicuramente ridotto localmente la diffusione del virus. Penso che ad oggi l’isolamento sia l’unica strategia vincente. Fortunatamente il virus non entra a casa con vento, con l’acqua, con altre cose. Il virus noi incontriamo se abbiamo un contatto. Se limitiamo i contatti, limitiamo automaticamente la diffusione della malattia.

Vorrei fare un altro esempio che è sempre legato alle possibili esposizioni ai microbi che rendono l’individuo più resistente. A mio avviso, un altro fattore che dovrà essere studiato è la possibile esposizione pregressa a tubercolosi. 50-60 anni fa Ferrara era una zona ad altra prevalenza di tubercolosi. E oggi l’alta endemia tubercolare potrebbe essere un elemento concorrente a determinare questa resistenza. Quindi, è possibile che la popolazione che adesso è più fragile nei confronti del coronavirus, cioè gli anziani, tanti anni fa abbiano sviluppato un’immunità nei confronti della tubercolosi e questo ha reso il loro sistema immunitario un po’ più efficace a combattere anche altre infezioni.

– Pensa che anche il microclima potrebbe influire in qualche modo sulla diffusione del virus?  

– E’ un aspetto, secondo me, molto interessante ma tutto ancora da dimostrare e da ricercare, in questo momento purtroppo non abbiamo i dati. Però c’è un dato, secondo me, un po’ strano. Se noi andiamo a vedere i casi cinesi e la percentuale di pazienti che si sono ammalati, 85-88% delle persone era non fumatrice, mentre meno pazienti erano fumatori. Non voglio dire che il fumo faccia bene, però sembrerebbe che il coronavirus, essendo una malattia che si trasmette per contatto tra le persone e colpisce gli pneumociti, paradossalmente colpisce maggiormente i non fumatori rispetto ai fumatori

Quindi, il fumo, il microclima, l’inquinamento, la zona, dove noi viviamo, potrebbe in qualche modo influenzare la suscettibilità alle infezioni. Tutti questi fattori, che dobbiamo ancora approfondire, potrebbero rendere alcune popolazioni più resistenti.

– Quali sono invece le Sue osservazioni riguardo il tasso di letalità a Ferrara? È sempre più basso rispetto ad altre zone della Emilia?  

– A Ferrara il tasso di lealtà (il numero di persone decedute rispetto al numero di persone infette) è una media della casistica della nostra regione Emilia-Romagna. A mio avviso, l’incidenza è bassa, perché siamo riusciti a confinare i casi e probabilmente ha inciso il microclima, l’esposizione alle infezioni, ma la letalità è più o meno simile agli altri posti, perché dobbiamo tener presente che questo dato è molto legato alle caratteristiche demografiche della popolazione. Il tasso di letalità di questa malattia altamente contagiosa purtroppo è legato alla presenza di persone anziane, gli anziani di Ferrara sono simili a quelli che abitano a Bologna, Parma, Reggio e in altri posti, quindi la mortalità media è uguale in tutte le zone.

– Venturi ha auspicato che i docenti di Unife producano uno studio per capire il motivo per cui i cittadini ferraresi abbiano una specie di invulnerabilità al coronavirus. Pensa di partecipare a questa ricerca anche Lei? Quando si potrà vedere i primi resultati?

– La nostra Università ha già messo in campo una serie di ricerche sull’argomento. È stato presentato uno studio per valutare dei possibili fattori predisponenti, anch’io ho fatto delle mie proposte. Siamo ancora in fase di approvazione. Comunque, secondo me, le ricerche che riguardo questa malattia daranno delle risposte a breve, proprio perché il problema si è emersa adesso. Penso che nei prossimi mesi qualche dato si saprà già.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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