08:24 10 Agosto 2020
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La diffusione del coronavirus in Italia (26 marzo - 3 aprile) (101)
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Una strategia per limitare l'infezione. Diminuire i contatti non basta, e le misure in atto mostrano che non è sempre possibile. La pandemia potrebbe tornare appena i contatti torneranno a intensificarsi. Per questo motivo Piero Chiarelli, ricercatore CNR, ha elaborato un progetto di "exit strategy" per limitare quantità e carica dei contagi.

Un lavoro iniziato quindici anni fa ed ora diventato attualissimo. In estrema sintesi si tratta di allungare i tempi  di sviluppo dell'infezione nell'organismo del paziente, riducendo la carica virale, la velocità di diffusione nelle cellule del malato ed il rischio di contagio esponenziale.

Lo studio, intitolato «Coronavirus Covid-19 exit strategy» presenta una strategia ottimizzata per superare la pandemia di Covid-19. In questa intervista il professor Chiarelli illustra le caratteristiche di questa strategia di uscita dalla pandemia che è ormai entrata nelle nostre vite mutandole da cima a fondo.

In che cosa consiste la "exit-strategy" oggetto della vostra ricerca?

La "exit-strategy" è una impostazione per affrontare nel migliore dei modi possibili l'infezione da Covid-19. Questo con il primo obiettivo di abbassare al minimo il numero di pazienti che necessitano il trattamento di terapia intensiva che non è possibile fornire nel caso di una larga diffusione del virus portando ad una possibile morte dei cittadini fino al 10%-20% della popolazione. Il secondo obiettivo è superare tale pandemia portando all'immunizzazione naturale delle persone tramite forme asintomatiche (e quindi innocue) dell'infezione.

In termini medici, quali sono le modalità e l’obiettivo della ricerca?

Rallentare la replicazione del virus all'interno del corpo e allungare il tempo di incubazione, avviandolo anche oltre il 14° giorno. In questo modo la manifestazione asintomatica della malattia aumenta e la gravità della sua manifestazione si riduce, diminuendo il numero di pazienti che richiedono la terapia intensiva.

A tal fine si potrebbe usare il seguente meccanismo: in presenza di acido acetilsalicilico (aspirina) le cellule, se invase da virus, entrano in apoptosi (muoiono) e il virus non può moltiplicarsi. Questo fatto rappresenta un grave ostacolo alla sua diffusione nel corpo umano. Ovviamente la sua assunzione (100 mg per ogni 10 kg di peso della persona, tre volte al giorno) deve essere effettuata preventivamente, solo fino alla comparsa dei sintomi e successivamente sostituita dal paracetaomolo (o altri farmaci antivirali).

Questo punto è molto importante e di fondamentale importanza per il successo del metodo poiché lasciare che le cellule invase dal virus vadano in apoptosi (morte), quando l'infezione è generalizzata (di fatto quando appare la febbre), equivarrebbe a uccidere tutte (o quasi) le cellule del paziente e quindi uccidere il paziente stesso.

Quanto c'è di sbagliato nel dire che l'aspirina "cura" il Covid-19?

L'aspirina purtroppo non riesce a bloccare completamente la replicazione del virus Covid-19 e quindi non è da considerarsi una cura per esso.

Però può essere molto utile a livello preventivo, nel senso che se tutta la popolazione lo assume le infezioni rallentano e si mostrano in una forma più attenuata; il che vuol dire che non si ha intasamento degli ospedali e in più la popolazione si immunizza naturalmente tramite infezioni asintomatiche che, proprio perché asintomatiche, non fanno male e non comportano conseguenze.

L'aspirina non è destinata alle cure ospedaliere poiché non ha effetti diretti sul coronavirus Covid-19 e non ha la capacità di fermare l'infezione e risolvere le sue complicanze, ma agisce solo indirettamente, ostacolando e rallentando, la sua diffusione all'interno del corpo.

Tuttavia, questo fatto può essere fruttuosamente utilizzato su scala sociale, aiutando a risolvere la pandemia di Covid-19, diminuendo le persone necessitanti della terapia intensiva, il collasso delle strutture sanitarie e quindi il numero dei morti."

Quindi, l'aspirina NON cura il coronavirus, ma può contribuire a prevenire le conseguenze dell'epidemia sulle strutture?

L'aspirina rallenta la proliferazione del virus nel corpo umano, quindi fa si che l'infezione arriva alla fase esplosiva più tardi nel tempo.

  • Siccome il sistema immunitario specifico incomincia ad essere attivo dal 14° giorno in poi, l'organismo riesce a combattere l'infezione meglio, mostrando sintomi meno gravi.  
  • Il vantaggio è che, sebbene non sia una cura capace di curare l'ammalato, evita il collasso delle strutture sanitarie producendo meno malati che necessitano della terapia intensiva, quindi meno morti e un aumento dei malati asintomatici che si immunizzano. In questo modo praticamente il virus diventa un vaccino contro se stesso.
  • Inoltre un infettato trattato con aspirina che ha una progressione più lenta del virus, emette anche una carica batterica minore ed infetta meno persone cosa, anche questa, che concorre a domare l'infezione su scala sociale e ritardare la proliferazione del Covid-19.

Quali riscontri ha ottenuto?
Ho cercato di contattare chi ha potere decisionale, ma nessuno è riuscito a valutare la mia ricerca. Pertanto ho solo dei riscontri nell'ambito di una cerchia ristretta di persone a me vicine.

In Italia i primi focolai di diffusione del Covid-19 si sono diffusi in centri di piccole dimensioni, come quelli a cui si rivolge la possibile sperimentazione del vostro studio: quanto è lunga la strada che vi separa dai test pratici?

La strada per i test pratici non è molto lunga. Prima un test pilota, poi se funziona si applica su larga scala. Per il test pilota, basta prendere un piccola città dove i casi di infezione sono rilevanti, imporre a tutta la popolazione l'assunzione di 750 mg di aspirina tre volte al giorno e vedere se dal 5-7° giorno in poi si ha un attenuarsi soprattutto dei casi gravi e dei morti.


Piero Chiarelli dal 1988 è ricercatore CNR e dal 1998 al 2016 ha insegnato presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Pisa. È stato “Visiting Associate” presso l’Istituto Nazionale della Salute Americano (NIH) dove ha collaborato con l’attuale Direttore della divisione “Imaging, Behavior and Genomic Integrity” del “National Institute of Child Health” di Rockville (MD, USA). È stato “Visiting Scientist” all’Agency of Industrial Science and Technology del MITI a Tsukuba in Giappone, al Dipartimento di chimica dell’Università di Budapest in Ungheria e al Dipartimento di chimica dell’Università di Dresda in Germania.


Nota della redazione: secondo uno studio britannico, il rischio che un uso a lungo termine dell'aspirina possa causare emorragie gravi e morte, è maggiore di quanto si pensasse in precedenza, con le persone di età superiore ai 75 anni che risultano particolarmente vulnerabili.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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La diffusione del coronavirus in Italia (26 marzo - 3 aprile) (101)
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