14:58 24 Ottobre 2020
Interviste
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“Whatever it takes” è la formula politica adottata dai leader del G20 durante il vertice straordinario in videoconferenza dedicato all’emergenza Coronavirus. Una minaccia globale necessita di una risposta unita a livello mondiale, questo è il messaggio centrale della riunione dei 20.

La lotta contro il Covid-19 è una vera guerra, vedremo schierarsi realmente un fronte comune?

Il forum del G20 si è impegnato a superare l’emergenza Coronavirus ad “ogni costo”. Dai singoli Stati la somma di denaro iniettata corrisponde a 5 mila miliardi di dollari per far fronte all’impatto economico e fiscale della pandemia. Creare un fronte unito contro una minaccia comune, questo è l’obiettivo esposto dai leader del G20. Che cosa significa esattamente? È un’opzione realistica od ogni Paese continuerà a lottare contro il Coronavirus per conto suo? Sputnik ha raggiunto per un’intervista in merito l’economista Marcello Esposito.

– “Combattere la pandemia richiede una risposta globale, trasparente, robusta. È necessario un fronte unito contro una minaccia globale”. Marcello Esposito, come valuta gli esiti di questo vertice straordinario durante il quale si è deciso fra l’altro di iniettare 5 mila miliardi di dollari nell’economia globale?

– Innanzitutto non si è deciso di iniettare 5 mila miliardi, perché questa è la somma algebrica delle misure già state decise dai singoli stati nazionali, una somma costituita in gran parte dalle manovre approvate dal Senato americano e in via di approvazione alla Camera. Non c’è per il momento alcuna risposta globale se non la somma delle varie risposte a titolo nazionale.

Penso che sia finita l’ora di questi annunci a cui non corrisponde un’effettiva sostanza. Credo che i leader delle élite della globalizzazione debbano cominciare a parlare con i fatti e non soltanto con i loro social media manager.

– Dopo questo vertice secondo lei si passerà ai fatti concreti? Ci sarà realmente un fronte comune contro l’emergenza Coronavirus?

– Temo purtroppo che ognuno continuerà a battersi con le proprie armi. Lo abbiamo visto in comunità molto più ristrette, come per esempio l’Europa, dove non si riesce ad imbastire alcuna risposta comune, se non dare il via libera agli Stati Nazionali affinché ognuno faccia quello che gli pare. È stato tolto il fiscal compact, ma le proposte più ambiziose, come quella dei coronabond, sono state rifiutate. Al momento le élite farebbero bene a cominciare a pensare ai fatti e non alle parole.

Finalmente l’hanno notato anche alcuni giornalisti: alla fine stando all’empatia più dei paroloni scritti su twitter per le persone conta avere la brigata degli infermieri cubani a Cremona. Più che la decisione sull’assegno in busta paga a noi interessa che ci siano i medici in prima linea. In questo momento contano di più i medici cubani, i medici russi e quelli cinesi arrivati in Italia.

Qualcuno dirà che è propaganda, sarà propaganda, ma dagli altri non abbiamo visto niente. Una volta si sarebbe detto che questa è l’espressione dell’internazionalismo. Questa crisi ci aiuterà a capire meglio i valori veri, che non sono quelli espressi da Trump o dai leader in Europa.

– Siamo in guerra contro la minaccia globale del Coronavirus. Serve anche un’economia di guerra, diceva in un’intervista. Che cosa si intende? Quali misure sono necessarie?

– Le parole vengono sempre usate a sproposito nelle nostre società. Se servono per scrivere un tweet allora va bene. Oggi si fa la guerra a tutto: guerra all’invasione delle formiche, guerra alla droga, guerra alla mafia…Ora facciamo la guerra al virus.

In realtà questa forse è l’unica volta in cui il termine guerra ha molto più senso rispetto agli altri casi.

Economia di guerra significa che noi dobbiamo porci una domanda: se la pandemia dura più a lungo di quello che pensa Trump e quindi l’economia non riapre il martedì dopo Pasqua, i beni chi li produce? Bisogna capire se lo stile di vita deve rimanere invariato fra il prima, il durante e il dopo. Durante una guerra vi sono tutta una serie di iniziative che vengono fatte per evitare che lo stile di vita rimanga lo stesso. Durante la II Guerra mondiale a Parigi all’inizio c’era il “drole de guerre”, le persone consumavano il caffè nei bar lungo gli Champs Elysées. Noi non possiamo fare nemmeno questo.

Dobbiamo quindi cercare di capire se è possibile in una fase come questa, in cui il 50% dell’economia è a casa, mantenere invariati gli stili di vita. Se parliamo di un’interruzione di due-tre settimane siamo nell’ambito delle ferie estive. Se la situazione dovesse prolungarsi, potremmo osservare dei lock down parziali ad ondate fino al vaccino. A quel punto dovremmo pensare di cambiare gli stili di vita e a come impiegare le nostre risorse. Consumeremo liberamente come ci piace in base ai soldi o bisognerà razionare il consumo per evitare che ci siano fenomeni come quello stiamo vivendo? La produzione comincia a rallentare. Per ora abbiamo i magazzini, ma prima o poi finiranno…

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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