11:13 03 Aprile 2020
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Dario Rizzini, direttore del progetto per la costruzione del grande pronto soccorso in cui il personale inviato in Italia da Vladimir Putin opereranno al fianco di alpini e volontari spiega come si costruisce un ospedale in una settimana.

“Qui lavoreranno assieme i volontari del personale sanitario dell’associazione nazionale alpini, alcuni medici e infermieri dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII e i medici militari russi con il loro staff. Lavoreremo tutti assieme perché un’epidemia come questa non l’ha mai affrontata nessuno. L’obbiettivo è contenere il contagio tra i sanitari che sono risorse finite da non compromettere. Per questo ci siamo inventati inventarci un progetto specifico per la pandemia. Un ospedale con percorsi definiti tra aree verdi, gialle e rosse divise da zone di decontaminazione, vestizione e svestizione su più livelli”.

Dario Rizzini, direttore sanitario dell’Associazione Nazionale Alpini
© Foto : fornita da Gian Micalessin
Dario Rizzini, direttore sanitario dell’Associazione Nazionale Alpini

Siamo dentro la fiera di Bergamo e davanti a noi c’è Dario Rizzini 54 anni direttore sanitario dell’Associazione Nazionale Alpini, ma anche del progetto che punta a trasformare questi padiglioni in un grande pronto soccorso per pazienti affetti dal coronavirus. Un pronto soccorso dove lavorerà anche il personale russo inviato in Italia su ordine del presidente Vladimir Putin. Se tutto andrà secondo i piani sabato 27 marzo i 140 volontari termineranno, dopo soli tre giorni di lavoro, gli impianti elettrici, le condutture idrauliche e i principali collegamenti delle stanza in cartongesso costruite all’interno della Fiera di Bergamo. Poi mancheranno solo letti, computer e attrezzature indispensabili a garantire il lavoro dei cento fra medici e infermieri in grado di assistere - assieme a 60 tecnici - circa 150 pazienti.

“Abbiamo iniziato solo 52 ore fa, - spiega Rizzini in questa intervista a Sputnik Italia - contiamo di essere operativi già da settimana prossima. Non stiamo facendo un semplice ospedale da campo come si era pensato inizialmente, ma un vero pronto soccorso con pannelli in muratura in grado di trattare situazioni da terapia intensiva, sub intensiva e post sub - intensiva. Molto diverso insomma rispetto all’ospedale da campo di cui si parlava inizialmente.” 

I lavori di costruzione dell'ospedale per i malati COVID-19 dove lavoreranno i medici russi
© Foto : Gian Micalessin
I lavori di costruzione dell'ospedale per i malati COVID-19 dove lavoreranno i medici russi

- Perché hanno chiamato voi alpini dell’Ana?

- L’Ana nella parte sanità alpina di cui sono direttore generale ha due ospedali da campo, uno leggero e uno maggiore. Quest’ultimo è la più importante struttura campale a livello europeo in ambito civile. Inoltre abbiamo le tende e per questo siamo stati contattati sin dall’inizio. Con l’evolversi della situazione il progetto è cambiato, ma è rimasto nelle nostre mani perché da alpini sappiamo fare anche questo. Bisogna chiedersi, però, fino a quando potremo continuare a farlo…

- Cosa intende dire?

- Intendo dire che bisogna guardare al futuro. Oggi i volontari dell’Ana sono ovunque, ma se i politici non troveranno il modo di far indossare ai giovani il capello alpino tra quindici anni potremmo non esser più in grado di operare. Non chiediamo la reintroduzione della naja, ma di prevedere un servizio in protezione civile o in ambito militare. Altrimenti tra 15 anni potremmo trovarci sguarniti. Chiediamo ai politici di adottare una visione prospettica che si spinga al prossimo ventennio. Solo così avremo una vera strategia per le emergenze. 

- Come mai si è aspettato un mese per avviare il progetto di un ospedale quando da settimane si era capito che le strutture convenzionali non bastavano più?

- Io sono stato attivato sei giorni fa quando ci è stato comunicato il progetto definitivo. Nello stesso giorno ci hanno chiesto di modificarlo quattro volte. Cinquantadue ore fa (le sei di mattina di martedì Ndr) non appena ci è stato comunicato il progetto definitivo abbiamo iniziato a costruire.

I lavori di costruzione dell'ospedale per i malati COVID-19 dove lavoreranno i medici russi
© Foto : fornita da Gian Micalessin
I lavori di costruzione dell'ospedale per i malati COVID-19 dove lavoreranno i medici russi

- Non era meglio usare il vostro ospedale da campo?

- Bisogna sempre pensare al peggio. Se all’epidemia si aggiunge una calamità come un terremoto quello resta a disposizione.

- Eravate pronti ad una sfida del genere?

- Siamo assolutamente pronti a tutte le sfide convenzionali visto che da 35 anni operiamo in Italia e all’estero, ma un’epidemia come questa è sicuramente una sfida nuova mai affrontata nessuno. Qui l’obbiettivo è contenere il contagio tra i sanitari che sono risorse finite da non compromettere. Quindi abbiamo dovuto inventarci un progetto da pandemia con percorsi definiti tra aree verdi, gialle e rosse divise da zone di decontaminazione, vestizione e svestizione su più livelli.

- Come vive questa situazione? 

- Sono bresciano e quindi come tutti i lombardi la vivo a volte con paura, a volte con ansia. Ma lavorare significa affrontare la paura. Chiunque ha coraggio ha anche paura. La differenza sta nell’affrontarla e nel farlo con attenzione. Non si può assaltare all’arma bianca una postazione di mitragliatrici. Allo stesso modo non si può affrontare un nemico subdolo come il coronavirus senza le difese indispensabili a combatterlo. Evitare il contagio di dottori e infermieri significa contenere la carenza di personale che stiamo registrando.

- E’ una battaglia che si può vincere?

- Il vero problema sarà il dopo. Questa situazione sta demolendo tutte le certezze nel futuro. La vera ricostruzione sarà la riconquista della fiducia.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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