15:01 05 Luglio 2020
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La pandemia Covid-19 ha sferrato un duro colpo alla globalizzazione. Il mondo dopo il Coronavirus non sarà più lo stesso: nell’ambito politico europeo torneranno centrali la nazione e lo Stato, non più le entità sovranazionali.

Gli effetti economici del Coronavirus sono sotto gli occhi di tutti, ma a cambiare sarà anche la politica. È la fine della globalizzazione?

È bastato un virus per portare il caos sui mercati, provocare il panico dal commercio al turismo e nella vita di tutti i giorni. Il Covid-19 ha mostrato tutta la fragilità della globalizzazione, accelerando dei processi che erano già in marcia prima della pandemia. Il tema è al centro del saggio “Coronavirus. La fine della globalizzazione”, l’instant book a firma dello storico Marco Gervasoni e del filosofo Corrado Ocone, che uscirà prossimamente nelle librerie con il quotidiano Il giornale.

Coronavirus. La fine della globalizzazione?
© Sputnik . Vitaly Podvitsky

Il fenomeno della de-globalizzazione non è nuovo, ma il Coronavirus di fatto ha paralizzato la circolazione delle merci e delle persone, segnando così probabilmente l’ultimo capitolo della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta. Come cambierà il paradigma politico dopo il Coronavirus? Quali scenari si intravedono all’orizzonte? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Marco Gervasoni, professore di storia contemporanea all’università degli Studi del Molise, co-autore di “Coronavirus. La fine della globalizzazione”.

– Professore Gervasoni, di che cosa parla il suo instant book? Qual è il messaggio principale?

– Io e il mio collega Corrado Ocone abbiamo scritto questo instant book a caldo, ancora nella fase iniziale della crisi, prima che l’Italia tutta venisse dichiarata zona rossa. La prima parte è scritta da me, la seconda da Ocone, vi è un’introduzione comune. La parte del collega si concentra sulla crisi dell’ideologia globalista, io invece nella mia parte ipotizzo che la crisi Coronavirus segni la fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta dagli anni ’80 ad oggi.

Da un punto di vista politico, economico e culturale la crisi Coronavirus riporterà in auge la nazione, lo Stato-nazione. Un’idea confermata poi con la decisione di sospendere Schengen, chiudere le cosiddette frontiere esterne europee. Questo dimostra che quando si vive una situazione di pericolo per la vita l’unica forma di difesa è la nazione e non le entità sovranazionali.

– Il Coronavirus ha paralizzato la circolazione di merci e di persone. Di fatto è già iniziata una sfida importante per la globalizzazione, no?

– Parliamo di un virus prodotto dalla globalizzazione: è partito dalla Cina, è stato portato in Europa e in altri continenti dal mercato globale in cui la Cina ha un ruolo molto importante. È il prodotto della globalizzazione, ma nello stesso tempo inevitabilmente segna la crisi di questa stessa globalizzazione.

Da più di un anno veniva usato il termine di de-globalizzazione, soprattutto sulla stampa straniera. Il Coronavirus accelera questo processo e sicuramente avremo una tendenza di spostamento di imprese europee che ritornano in Europa oppure lasciano la Cina. Vedo il ritorno della dimensione nazionale. Abbiamo visto il crollo dell’ideologia europeista. Anche l’idea di sospendere il patto di stabilità rappresenta il conclamato riconoscimento di un fallimento, non è possibile che nelle situazioni di emergenza un’entità sovranazionale dica ad un governo legittimo quanto può spendere.

– Abbiamo visto l’effetto della pandemia sull’economia: l’Italia è entrata in recessione. Possiamo dire che questo periodo di crisi segna anche un cambiamento storico?

– Il Coronavirus dimostra la debolezza del liberalismo, che sembra funzionare solo nei momenti di pace e di benessere. Quando vi è un pericolo il liberalismo non funziona più. I Paesi europei ora sono in uno stato di assedio, non possiamo uscire di casa, per strada siamo fermati dalla polizia, è una cosa che nessuno Stato liberale potrebbe mai tollerare. Ciò viene tollerato perché la vita è in pericolo.

È facile prevedere che in società profondamente secolarizzate ci sia un ritorno alla religione. Nonostante siano state chiuse le chiese e proibite le manifestazioni religiose ci sono dei segni di ripresa della religiosità. Non è niente di particolarmente nuovo per chi vede la storia su una lunga durata: quando l’uomo ha paura di morire giustamente ritorna ai valori fondanti, fra cui c’è la religione, la patria e la comunità nazionale. Non vi sono invece fra questi i valori come il globalismo.

– L’Italia è il Paese al mondo con più vittime da Coronavirus. Come mai secondo lei? Come sta gestendo questa situazione il governo a suo avviso?

– Secondo me comunque il numero di vittime cinesi è molto superiore ai dati ufficiali. Detto ciò, il governo italiano ha fatto moltissimi errori, ha sottovalutato il problema anche per ragioni ideologiche. Mentre i governatori di Lombardia e Veneto avevano chiesto di chiudere le frontiere e di impedire gli accessi, il governo invece di chiudere ha ridicolizzato l’operato dei governatori accusandoli di razzismo e ha lanciato slogan del tipo “abbraccia un cinese”, “Milano riparte”. La maggioranza Pd-5 stelle è responsabile della sottovalutazione del fenomeno, cosa che abbiamo visto anche da parte di altri governi progressisti come quello di Macron. Lo vediamo però anche da parte di governi non progressisti come quello di Johnson e di Trump, però la loro sottovalutazione non è avvenuta per motivi ideologici. Ora stanno cambiando strategia, perché hanno sbagliato anche loro.

Il governo italiano ha commesso parecchi errori di comunicazione, per esempio quando ha chiuso la Lombardia ha annunciato alla vigilia la chiusura spingendo molte persone a lasciare la regione per tornare al sud. Molti casi di persone infettate al sud sono proprio i parenti di quelli che sono fuggiti dalla Lombardia.

È un governo che dimostra grande fragilità. Il presidente del Consiglio sta anche trafficando sotto banco in queste ore per far aderire l’Italia al fondo Salva-Stati che porterebbe di fatto la Troika in Italia. A mio avviso è un governo totalmente inadeguato che appena finita la situazione di emergenza dovrebbe essere sostituito da un vero governo di salute pubblica guidato da una personalità autorevole e indipendente, sostenuto dalle principali forze politiche.

– Oggi tutti i Paesi e le economie sono interdipendenti. Il ritorno allo Stato-nazione come avverrà secondo lei? Ogni Paese come si svilupperà per conto suo?

– In realtà, le economie sono sempre state interdipendenti, anche prima dell’Unione Europea e della CEE. La storia non comincia con l’Unione Europea. Non si tornerà a vecchi modelli, ma a modelli in cui il centro della decisione ricade sul governo nazionale, come avviene in Russia e negli Stati Uniti. Si tratta di governi che hanno il pieno della sovranità. Il problema sono i Paesi, che a partire dal trattato di Maastricht, hanno ceduto quote di sovranità e qui si vede come queste quote dovrebbe essere riprese.

L’idea è quella di un Europa delle nazioni più che un super Stato, o una specie di Stato federale. Potrebbero anche esserci scenari di dissoluzione dell’Unione Europea o di uscita di alcuni Paesi dall’euro o dall’Unione Europea. Sono aperti tutta una serie di scenari che potrebbero realizzarsi anche in tempi più brevi di quanto si immagina.

Questa crisi ha dimostrato che l’onnipotenza dell’economia era qualcosa di ideologico: ci è stato raccontato per anni che i governi nazionali non potevano più decidere, che la finanza decideva tutto, che mancavano le risorse. Si è visto poi che i governi nazionali sono in grado di nazionalizzare, che i soldi per finanziare gli ospedali ci sono. L’idea è che ci sia il ritorno della supremazia della politica rispetto alla finanza. Sono sviluppi interessanti, ma difficili, perché una parte della classe politica europea, alcuni partiti sia di sinistra sia di destra, sono legati al mondo della finanza. Anche le categorie di destra e sinistra verranno meno, si formeranno altre alleanze. Ci sarà un cambio di scenario totale di paradigma politico che io paragonerei alla Prima Guerra Mondiale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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