02:08 04 Luglio 2020
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Coronavirus, situazione in Italia (21 gennaio - 20 marzo) (447)
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Lezioni scolastiche on line e spesa su internet, ma anche lavoro agile. L’emergenza Coronavirus, costringendo le persone a casa, ha riportato alla luce il fenomeno dello smart working. La crisi Covid-19 ha cambiato la vita di tutti i giorni, ma può anche rappresentare un’occasione per ripensare il mondo del lavoro. Lo smart working è il futuro?

Scuole e università chiuse, parchi cittadini chiusi, bar e ristoranti fermi. Queste sono alcune delle misure del governo prese per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Per frenare i contagi, in costante crescita nel Paese, il governo attraverso i suoi decreti, ha suggerito alle aziende di adottare il metodo smart working.

Non era alto il numero di italiani che prima della crisi Covid-19 erano alle prese con un lavoro agile, o smart working che dir si voglia; oggi a causa dell’emergenza però le aziende rivalutano questo utile strumento. Quali sono i vantaggi e i lati negativi dello smart working? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Emmanuele Massagli, docente di pedagogia del lavoro all’Università Lumsa di Roma e presidente di ADAPT

— Per l'emergenza Coronavirus abbiamo visto il passaggio al telelavoro o allo smart working, la gente ha iniziato anche a fare lezioni a distanza, oltre che a fare la spesa su internet. Emmanuele Massagli, diciamo che si è scoperto un altro modo di lavorare ma anche di vivere?

— Una piccola precisazione: lo smart working ed il telelavoro sono due metodi diversi. Sul telelavoro in Italia abbiamo una storia abbastanza lunga ed è uno strumento un po' più rigido da utilizzare che non si è mai del tutto diffuso, anche se il telelavoro vero prevede che per la maggioranza del tempo si stia a casa e distanti dall'azienda. Quello che invece chiamiamo smart working, che in Italia si chiama lavoro agile, esiste da noi dal 2017 e per come è regolato nel nostro Paese sembrerebbe essere una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro solo per i subordinati residuale, cioè non prevista per tutto il tempo a casa ma alcuni momenti della settimana.

In questo momento di emergenza il governo ha deciso con il decreto di suggerire il lavoro agile a tutti. Con le precedenti norme lo smart working prevedeva un accordo individuale, adesso i decreti del governo dicono che si può fare smart working per scelta del datore di lavoro, ovviamente anche a tutela del lavoratore, ma senza l’accordo individuale. Diciamo che è stato liberalizzato il lavoro agile.

— Come ha reagito il Paese allo smart working?

— In un Paese come l'Italia, tradizionalmente un po' diffidente verso il lavoro a distanza, poiché siamo figli di una cultura del lavoro molto tradizionale, stiamo constatando che il meccanismo tutto sommato funziona. Questo lo sta scoprendo da una parte il datore di lavoro che in queste settimane pur non vedendo i lavoratori si accorge che l'azienda va avanti e che quindi la produttività c'è. Dall'altra parte lo vede lo stesso lavoratore, che sta sperimentando come la tecnologia ci permetta di rimanere in connessione in maniera costante e di produrre anche quando si è a casa.

Per cui questa situazione emergenziale sta facendo superare le diffidenze di entrambe le parti verso il lavoro a distanza. È anche vero però, che il lavoro agile funziona quando è figlio di un'organizzazione del lavoro che pensa in modo smart, ovvero che organizza il lavoro non per fasi da fare tutti insieme ma per compiti, obiettivi da raggiungere singolarmente. Ma sono ancora tantissime in Italia le aziende che non hanno un'organizzazione del lavoro così.

— Qual è un vero lavoro agile?

— Il vero lavoro agile sarebbe che il datore di lavoro da un compito per quella giornata o per quelle ore, uno svolge quel compito e dopo eventualmente c'è il momento di restituzione in presenza. È un cambiamento organizzativo che ripensa le attività per compiti, fasi, cicli ed obiettivi. Questo ancora non sta avvenendo e quindi non vorrei che si pagasse la conseguenza dopo, cioè che finita l'emergenza chi ha vissuto a distanza una modalità di lavoro che viene detta come agile, ma in realtà non lo è, potrebbe in realtà averne un rigetto.

— Perché?

— Uno si trova a casa, ha i bambini che non possono andare a scuola, non può vedere i nonni che li aiutano con i bambini perché non si può spostare e quindi si trova a fare ore di call con i figli nell'altra stanza che fanno casino. L'esito potrebbe essere un totale rigetto di questa esperienza che finirà per essere relegata ad un periodo drammatico della propria vita.

— In Italia prima dell’emergenza Coronavirus quanti erano gli smart workers?

— L’osservatorio del politecnico di Milano sullo smart working aveva calcolato circa 510/520 mila lavoratori a fine ottobre 2019. Nelle ultime due o tre settimane la grande maggioranza degli uffici e dei servizi anche legati alla produzione della Lombardia sono passati allo smart working con un ingente investimento in computer e dispositivi. In queste tre settimane la cifra è aumentata di 4-5 volte: in questo momento è probabile che solo nel nord Italia siano più di 2 milioni i lavoratori che stanno lavorando in modalità smart working.

— Quali sono i principali vantaggi del lavoro agile?

— Innanzitutto il risparmio dei tempi di spostamento, il lavoratore ha quindi spesso una reperibilità più elevata. Questi lavoratori hanno un’intensità di lavoro di solito maggiore. L’assenza di spostamenti comporta una serie di vantaggi anche collettivi, perché ciò significa meno traffico, meno inquinamento, più velocità dei trasporti, risparmio nell’affitto degli uffici, meno energia utilizzata.

— Quali sono gli svantaggi invece?

— Quasi tutti i lavori hanno una dimensione sociale. Lo smart working forzato, come quello che stiamo vivendo noi ora, è come uno shock. Anche laddove non fosse forzato, uno smart working rilevante fa perdere la dimensione umana dei rapporti di lavoro. Alla lunga questo può essere molto alienante per la persona, così come può essere alienante il non distinguere il tempo di vita personale da quello del lavoro. Spesso non si distinguono nemmeno i luoghi. C’è il rischio che una realtà prevalga sull’altra e solitamente è il lavoro a prevalere.

In altri Paesi, dove è diffuso lo smart working vediamo anche il fenomeno del workaholism, la dipendenza dal lavoro: le persone, anche quando sta sul divano, riempiono tutti i momenti di lavoro, magari guardando lo smartphone. Tutto ciò può essere dannoso in termini personali e sociali.

— Qual è la ricetta per un lavoro efficace come lo smart working, ma allo stesso tempo non dannoso socialmente?

— Secondo me la soluzione può essere creare in azienda non solo accordi individuali, ma anche collettivi. Bisogna capire chi può fare smart working e chi no. Bisogna inserire questa strategia in un’organizzazione generale. E poi non va fatto prevalere lo smart working rispetto al tempo di presenza a lavoro. Bisogna sempre riuscire ad alternare: dei giorni di lavoro a casa e altri in ufficio. È giusto non perdere la dimensione sociale e relazionale del lavoro. Il lavoro ha anche una dimensione di integrazione sociale.

— Le aziende, le scuole, le università…tutti si sono adattati. La crisi che sta vivendo l’Italia può essere uno stimolo quindi per riconsiderare in futuro il modo di lavorare e di vivere?

— Secondo me adesso l’Italia è il più grande territorio al mondo di sperimentazione di tecnologia su vasta scala. Di fatto dalle scuole materne fino a tutto il mondo del lavoro tutti in contemporanea si stanno impegnando ad utilizzare strumenti informatici. È una grande occasione di cambiamento di processi e di metodi. Non bisogna eccedere negli entusiasmi, teniamo sempre presente che parliamo di un cambiamento forzato in questo momento, quindi quando si tornerà alla normalità bisognerà indirizzarlo dentro una visione di lungo periodo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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