16:51 28 Marzo 2020
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Placido Domingo cacciato dai teatri e Woody Allen snobbato da quasi tutte le case editrici.

Sono solo gli ultimi uomini finiti nel mirino del movimento Me too: accusati di molestie sessuali vengono esposti alla gogna mediatica. Oggi i processi si svolgono via social e spesso gli uomini vengono attaccati in quanto tali. Il movimento Me too fa davvero bene alle donne?

In seguito all’esplosione del movimento Me too vengono presi di mira gli uomini dello spettacolo e gli uomini di potere. Un complimento troppo eccessivo, un’avance, un comportamento inopportuno a lavoro e uno stupro… Tutto viene mischiato in un unico calderone dalle attiviste del Me too.

Etichettare ogni atteggiamento degli uomini, anche se inopportuno, come una molestia non distoglie l’attenzione dai veri casi di abusi e di violenze sessuali? Trasporre i processi e le denunce dai tribunali sui canali social significa mettere alla gogna uomini colpevoli di presunte molestie e in un attimo ostacolare la loro carriera. Fra gli ultimi casi vi è il licenziamento di Placido Domingo dal Teatro Nazionale di Madrid e il libro di Woody Allen che non trova editori disponibili in patria.

Una guerra fra i sessi e contro il maschio, è questo lo scopo del movimento Me too? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Francesco Borgonovo, vice direttore de La Verità, autore del libro “L’era delle Streghe” (Altaforte Edizioni) che analizza gli eccessi del Me too e del neofemminismo e autore del libro “Contro l’onda che sale” (Piemme).

— Il Movimento Me too non si placa, al centro delle ultime polemiche Placido Domingo, licenziato dal Teatro Nazionale di Madrid, e Woody Allen che ha difficoltà a trovare editori per il suo libro. Osserviamo dei veri processi mediatici. Oggi le condanne arrivano via social e non più in tribunale. Francesco Borgonovo, che cosa ne pensa del movimento Me too?

— Alcuni processi sono andati in tribunale, come nel caso di Weinstein. Se ci sono violenze, molestie a seconda dei reati è giusto che si facciano i processi. Sono le procure le sedi dove bisogna andare per denunciare una molestia sessuale. Il Me too ha scatenato una marea di processi mediatici che sono serviti per lo più a far fuori dei maschi di potere. Questo non solo nel mondo dello spettacolo, del cinema e della letteratura, ma anche soprattutto nelle aziende. L’accusa di molestia sessuale è diventata un modo per eliminare gli uomini di potere.

Il Me too e il post femminismo in generale hanno complicato molto i rapporti fra i sessi: quando parliamo dei maschi sono sempre dipinti come cattivi e c’è sempre qualcosa di pericoloso nel maschio che da un momento all’altro può trasformarsi in una bestia. È una questione che continua da anni. Ho letto di recente un testo di Bukowski degli anni ’80 in cui diceva che lui parla spesso male dei neri, delle donne e tutti si lamentano. Solamente quando parla dei maschi bianchi non si lamenta nessuno. Ecco, questo è quello che sta succedendo.

— Parliamo del suo libro “L’era delle streghe”. Esiste una statistica su quanti uomini sono finiti nel mirino e quanti di loro hanno compiuto realmente degli abusi?

— Secondo il Time sono centinaia e centinaia i dirigenti di azienda che sono stati costretti a dimettersi. Finora sappiamo di Weinstein, è stato l’unico ad essere condannato, solamente per alcuni capi di imputazione che gli erano stati avanzati. Per gli altri uomini in questione non sappiamo a che punto siano i procedimenti giudiziari. L’accusa al maschio oggi è generalizzata. Tutti i maschi del mondo sono sotto processo in questo momento.

— Secondo il movimento Me too sembra che ogni gesto possa essere una molestia: da un’avance ad un complimento più spinto. In questo modo secondo lei non si penalizzano i casi di vere violenze sessuali e di veri abusi sulle donne?

— Certo, ma non lo dico soltanto io, che potrei essere accusato di essere uomo e quindi di parte. Lo dice la vera fondatrice del Movimento Me too, Tarana Burke, di cui parlo nel libro. Lei ad un certo punto racconta che il movimento Me too aveva lo scopo di dare voce a chi non ce l’aveva, cioè alle vere vittime di stupri e violenze.

Il Me too è diventato invece, come scrive Burke, tutta un’altra cosa: chiunque aveva voglia di accusare i maschi “cattivi” allora parlava. Uno stupro è una cosa, il comportamento inappropriato di un uomo sul lavoro è un’altra cosa, un complimento giudicato eccessivo è un’altra cosa ancora. Mettendo tutto nello stesso piatto la vittima alla fine ci rimette. Dire che tutti gli uomini sono potenzialmente violenti, come fanno le femministe del Me too, innanzitutto è falso e non aiuta a capire che ci sono alcuni uomini violenti, fortunatamente sempre meno.

— Con le proteste del Me too la situazione delle donne è migliorata?

— Oggi tutte le donne di potere si dicono femministe. Una studiosa di nome Rottenberg ha scritto un libro sull’ascesa del femminismo liberista. Il femminismo è cambiato: oggi va di moda fra le pop star, le manager e le politiche dire che sono femministe. In realtà questo è un femminismo delle privilegiate, alle donne normali non è cambiato assolutamente niente. L’idea che ci siano più donne nei film, nei consigli di amministrazione delle aziende cambia poco. Ad una persona normale cambierebbe avere più soldi in busta paga per esempio, avere degli aiuti veri alla famiglia. Queste misure oggi non ci sono. Le campagne sui diritti servono ad alcune, non a tutte, servono ad un gruppo di privilegiati.

— Spesso l’uomo viene attaccato in quanto tale. Possiamo dire che il Me too ha dato vita ad una guerra fra i sessi?

— Credo che viviamo in un sistema autoritario, una dittatura morbida neoliberista che applica un principio antico: divide et impera. Se tu riesci a dividere la popolazione in minoranze eviti che la popolazione si unisca per chiedere cose sacrosante. Se la minoranza degli omosessuali lotta per avere i matrimoni gay, una volta ottenuti i matrimoni loro saranno soddisfatti. Non si rendono conto che la cosa di cui avrebbero più bisogno sono stipendi più alti, un lavoro o una sanità migliori. In questi anni ci siamo concentrati sulla lotta di tante minoranze. I problemi veri riguardano sia gli uomini sia le donne. Ci sono ovviamente problemi che riguardano solo le donne e vanno gestiti insieme, ma non sono di certo quelli portati avanti dal Me too. Fra le fila del Me too ci sono donne ad esempio che si fanno beffe della maternità. 

— La guerra contro l’uomo è controproducente anche nella battaglia per i propri diritti?

— Senza gli uomini le donne non vanno da nessuna parte e viceversa, ovviamente. Ci sono delle differenze che non si possono cancellare fra donne e uomini. Ci sono delle battaglie che vanno fatte insieme. Il Me too credo non abbia portato alcun miglioramento nella vita delle persone comuni. L’unica cosa che vedo è un attacco alla libertà di espressione.

Tutta questa lotta per l’indipendenza femminile portata avanti da movimenti progressisti di sinistra si scontra con un’altra realtà portata avanti dagli stessi movimenti progressisti: se esiste oggi una minaccia per le donne è l’idea che possano essere cancellate. Mi riferisco alla questione dei diritti Lgbt e Trans: oggi chi vuole cambiare sesso diventa donna perché “l’ha deciso”. In altre parole questo significa cancellare le differenze fra uomini e donne, quindi cancellare le donne. L’utero in affitto cancella la madre, questo è un furto ai danni delle donne. A sostenere queste pericolose battaglie sono le stesse persone del Me too. Quindi non solo gli uomini vengono attaccati e considerati cattivi, è anche un problema delle donne che vengono annullate.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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