07:04 09 Luglio 2020
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In occasione della Giornata internazionale della donna, l'8 marzo, Valery Falkov, ministro russo della Scienza e dell’Istruzione superiore, ha rilasciato un’intervista a Sputnik sul ruolo delle donne nella scienza russa e sugli ambiti di ricerca da queste prescelti.

— Quante sono ad oggi le donne scienziate? In quali ambiti lavorano?

— Vorremmo vedere più donne nella scienza. Il Ministero sta lavorando per garantire che il maggior numero possibile di giovani si dedichi alle scienze, indipendentemente dal fatto che si tratti di ragazze o di ragazzi.

Per dare un po’ di numeri, oggi più di 700.000 persone sono impegnate nella scienza. Il 40% sono donne. Tra i titolari di dottorati di ricerca il 26% sono donne e tra i membri dell’Accademia russa delle scienze solo il 5% sono di sesso femminile.

Vi sono anche scienze più prettamente “maschili” e altre più “femminili”. È consuetudine che la filologia sia un ambito più femminile, mentre la filosofia vede un numero maggiore di uomini. Tuttavia, in entrambe queste discipline il numero di donne impegnate nella ricerca sta aumentando in maniera considerevole. Ad esempio, nell’ambito delle scienze economiche si registra una tendenza per cui aumentano gli uomini e diminuiscono le donne, mentre la politologia sta diventando sempre più una scienza “femminile”. In generale, ad oggi tra chi si occupa di scienza in Russia il 40% è donna, un valore vicino alla media europea.

— Si registra un aumento generalizzato delle scienziate?

— Il numero totale di donne impegnate nella scienza non è in diminuzione. Il loro varia a seconda degli ambiti, ma in generale la tendenza è positiva.

— Vi sono progetti volti a coinvolgere le ragazze e le donne nella scienza? In che modo si potrebbe fare?

— Invitiamo sia i ragazzi sia le ragazze ad appassionarsi di scienza. La cosa importante è che facciano ricerca. Non abbiamo programmi che partono da presupposti di genere e non credo che siano necessari.

— Sono molte ad oggi le donne a capo di atenei russi? In occasione della seduta del Consiglio dei rettori della Federazione Russa i partecipanti erano perlopiù uomini.

— Sì, dobbiamo ammettere che due terzi, se non di più, dei rettori sono uomini. Su 252 rettori 61 sono donne. È meno del 30%.

— A cosa può essere dovuta questa situazione?

— Le ragioni possono essere molteplici. È una situazione che si è venuta a creare nel tempo. Il numero delle donne comunque non sta diminuendo. Non c'è ancora una piena parità tra i sessi, ma ultimamente molte donne sono entrate nell'amministrazione delle università, il che è comprensibile. Le donne in molti casi sono ancora più capaci degli uomini ad affrontare i compiti gestionali.

— Il governo russo è da tempo impegnato nel migliorare la situazione demografica del Paese e aumentare il tasso di natalità. Diversi istituzioni hanno avanzato proposte per la creazione di asili presso imprese e uffici. Il Ministero sta lavorando in questa direzione? Si stanno creando asili per i figli di studenti e dipendenti di atenei e istituti di ricerca?

— Questa politica è in vigore da molto tempo. Il Ministero non impone alle università di avere asili dedicati in ogni università o dormitorio, anche se molto è stato fatto in questa direzione negli anni precedenti. Ad oggi esistono esperienze di questo tipo, ma la decisione di creare strutture simili viene presa dalla singola università.

— Lei ha parlato della necessità di far uscire le università dalla loro inerzia e di tornare a farle competere in modo sano. A Suo avviso, cosa servirebbe per conseguire questo obiettivo?

— Sì, ho parlato più volte dell'inerzia all’interno delle università. La questione va affrontata ponendosi questa domanda: chi sono i fruitori degli atenei? In primo luogo, gli studenti e gli insegnanti. Ovviamente, un'università non esiste senza di loro. Oltre a loro, vi sono anche le comunità locali che sono interessate ad avere università forti sul loro territorio. Ci sono datori di lavoro che vogliono che la qualità dell'istruzione sia elevata e che i laureati arrivano in azienda già capaci di fornire buoni risultati senza successive formazioni.

E tutta questa diversità va assolutamente considerata nella gestione delle università. Attualmente, poco più di 30 università sono gestite da organi di controllo. Oltre al rettore, al rettorato e al consiglio accademico, la vita e la politica dell'università sono influenzate anche da soggetti esterni all'università. Si tratta di rappresentanti del territorio, dell’imprenditoria, dell’amministrazione regionale, ecc. Il secondo fattore da considerare è la presenza di veri e propri programmi di sviluppo. Oggi non c'è una sola università che non abbia una strategia, un concetto o un programma.

L'avvocatessa anti-corruzione Zuzana Caputova è diventata la prima presidente donna della Slovacchia, il 15 giugno 2019
© AFP 2020 / Vladimir Simicek

Ma è davvero autentico, seguito nella prassi dal personale e dall’amministrazione, vi sono risorse che ne garantiscono l’attuazione, è stato concordato con gli attori chiave del territorio? All’interno di tale programma c’è una sezione dedicata al ruolo che l’università deve svolgere a livello territoriale? Tutte queste questioni in un futuro prossimo saranno più che mai attuali. E proprio qui sta la soluzione all’inerzia di cui parlavo. Implementando programmi simili, il feedback sarà completamente diverso grazie a programmi chiari e comprensibili per i quali sono state stanziate risorse per un periodo da 5 a 10 anni. L’università riuscirà così a comprendere i propri obiettivi e compiti e a misurarne l’efficacia una volta terminato il periodo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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scienza, Russia
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