02:04 04 Agosto 2020
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Antudo, il grido di battaglia dei ribelli dei Vespri, è il nome scelto dal movimento indipendentista che da anni anima le lotte e i comitati territoriali siciliani.

Centiaia di indipendentisti hanno raggiunto Palermo, sabato 22 febbraio 2020, per partecipare alla prima assemblea pubblica di Antudo, un passo formale per presentare ai siciliani le 10 tesi per l'indipendenza, un manifesto politico-programmatico che traccia le linee guida per una mobilitazione che si pone l'ambizioso obiettivo di giungere a un referendum per l'indipendenza entro 5 anni.

"Un referendum per l'abolizione dell'articolo 1 dello Statuto speciale, quello che ci tiene dentro l'unità politica dello Stato italiano", ha annunciato Luigi Sturniolo di Antudo Messina.

A differenza dei tradizionali partiti indipendentisti, come lo storico Mis, e dei movimenti autonomisti siciliani, Antudo mette in discussione la forma Stato-nazione, il capitalismo e si pone la prospettiva di un nuovo modello di produzione.

La rivendicazione di Antudo è l'indipendenza dei territori dallo stato centrale.

"Un territorio indipendente è un territorio che fa valere le decisioni e l'autodeterminazione degli abitanti", spiega Metis Bombaci, del comitato Antudo di Lentini (Sr). L'indipendenza è un "processo di ricomposizione di ciò che è stato scomposto, di riappropriazione dei saperi e della capacità di abitare, che è organizzazione e cura dei luoghi. Ed è in questa capacità di abitare che risiede questo senso di indipendenza", aggiunge.

Con la parola d'ordine "tutto il potere ai Comuni", Antudo focalizza il conflitto tra territori e stato centrale, considerato lo strumento attraverso cui avviene lo sfruttamento e la devastazione del Meridione.

La Sicilia, un'isola trasformata in una piattaforma militare nel Mediterraneo con le basi e istallazioni militari Usa, con il Muos, è l'emblema della condizione di colonizzazione. Antudo ritiene lo Stato italiano responsabile dell'occupazione dell'isola, per aver siglato gli accordi con Usa e Nato di concessione del territorio siciliano e cessione della sovranità del suo popolo. 

Sputnik Italia, dopo l'assemblea, ha incontrato Luigi Sturniolo che ci ha dettagliato la visione e le prospettive del movimento.

— Per chi non è siciliano, cosa significa Antudo?

— Animus tuus dominus, il coraggio è il tuo unico signore. Era il grido di battaglia del Vespro siciliano, riutilizzato in tutte le rivolte che nei secoli si sono susseguite in Sicilia contro i dominatori stranieri. 

Antudo è il grido di battaglia dei siciliani contro gli oppressori, quindi noi abbiamo voluto raccoglierlo e abbiamo fatto di questo titolo il nostro nome.

— Esiste ancora una questione meridionale? In che modo si pone? 

— La Sicilia è una terra di dominazione, che subisce delle vere e proprie imposizioni coloniali dal punto di vista economico. È una terra che subisce una vera e propria occupazione, pensiamo all'uso che ne viene fatto dagli americani come piattaforma militare con il Muos, con la base di Sigonella, e con tutte le basi militari che sono distribuite su tutto il territorio siciliano.

La Sicilia è un posto in cui, a fronte di un processo generale di desertificazione produttiva, non c'è un processo di desertificazione delle produzioni inquinanti. E' stata abbandonata ogni idea di sviluppo economico e oggi la Sicilia è diventata il territorio dell'abbandono, è una colonia, è un territorio da cui partono le materie prime a basso prezzo.

Al contrario di quanto si pensa, non è vero che noi consumiamo le risorse del nord, al contrario è il nord che si nutre delle nostre risorse. Del nord noi consumiamo solo i prodotti.

Le multinazionali, le grandi società partecipate che hanno base al nord italia, si nutrono del prodotto e della manodopera siciliana e ai siciliani non rimane più niente. Di fatto i siciliani contribuiscono con il loro lavoro alla produzione di servizi per il nord.

Questa è la nostra condizione e a fronte di questo noi riteniamo che l'indipendenza è l'unica strada non è possibile dentro la dimensione nazionale, liberarsi da questo tipo di condizionamento.

— Secondo il rapporto Svimetz e altre rilevazioni sulle condizioni economiche, nel sud c'è anche un problema di desertificazione demografica dovuta non solo ad una diminuzione delle nascite, ma anche a all'emigrazione. E a differenza del passato sono i più istruiti e formati ad essere costretti ad andarse. Come mai la Sicilia non riesce ad impiegare il capitale umano che ha formato?

— Ai giovani non viene data altra possibilità che emigrare ed andarsene, fornire manodopera, anche intellettuale, alle aziende del nord o all'estero. Con la differenza che una volta gli emigranti mantenevano le famiglie di qua, mentre oggi sono le famiglie dalla Sicilia a dover continuare a sostenere i loro figli, mentre forniscono il loro lavoro in nord Italia o all'estero.

Questo è un doppio processo di espropriazione: la formazione qui e poi l'utilizzo della nostra forza lavoro e poi ancora le esigue risorse delle famiglie mandate al nord per mantenere i propri figli fuori.

— Voi cosa proponete?

— Noi pensiamo che restare significa lottare e lottare significa restare. C'è un nesso indissolubile in questo momento tra il restare in Sicilia e la lotta e il processo di liberazione. Il processo di liberazione oggi per noi si dà attraverso l'indipendenza, che come abbiamo spiegato non è un colpo di mano, non è una separazione, non è formare uno stato più piccolo a fronte di uno stato più grande. Ma è costruire un altro mondo non basato sullo sfruttamento, un altro mondo che costruisce le proprie istituzioni, democratiche e partecipate, istituzioni che non sono basate sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo ma sulla possibilità delle persone di decidere del proprio futuro e di decidere.

— Qual è il vostro modello di autonomia?

— Noi pensiamo alla confederazione delle liberi comuni. Ma le istituzioni non si costruiscono scrivendole sulla carta, si costruiscono dentro la vita materiale, nelle lotte e nelle mobilitazioni.

— Con gli altri movimenti in difesa dei territori che sono sparsi nelle altre regioni avete dei contatti?

— Noi non siamo contro "gli altri", noi pensiamo che l'indipendenza sia un processo politico. Noi non siamo indipendentisti siciliani, noi pensiamo che il processo dell'indipendenza sia l'autodeterminazione dei territori, quindi anche degli altri territori.

L'indipendenza non costruisce frontiere, ma amicizia, la connessione fra gli altri territori, non la guerra. La storia delle lotte territoriali è quella della lotta contro le grandi opere, contro le emergenze e contro le basi militari Nato in Italia. E queste lotte sono comuni.

— Avete parlato di un referendum per l'indipendenza. Quali sono i vostri step futuri per raggiungere questo obiettivo e quali saranno i quesiti che proporrete?

— Ci sono stati dei referendum analoghi in Europa, come Catalogna e Scozia. Questo referendum va costruito nelle lotte e attraverso un processo, come il "process" dei catalani, un processo di espropriazione degli espropriatori. Tutte le azioni dello stato in questi anni sono inscritte dentro un dispositivo che toglie potere alle comunità e tende a farlo attraverso le prerogative dei comuni e delle assemblee elettive. Quindi arrivare al referendum significa alimentare questo processo che porta a espropriatori, a ricostruire il potere dei territori e questo si fa attraverso le lotte.

La domanda non è complicata. Dal punto di vista giuridico formalmente non si potrebbe uscire dallo stato nazionale però è chiaro che delle volte si fanno delle rotture e la rottura per noi viene attraverso il fatto che un territorio decide, rompendo con la tradizione politica all'interno del quale si trova, di iniziare una nuova storia. Questa per noi è la costruzione del referendum. I siciliani saranno chiamati a rispondere Sì o No, alla domanda"Volete essere indipendenti allo Stato italiano?". Questo sarà il nostro quesito.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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