22:09 05 Aprile 2020
Interviste
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Un'intervista esclusiva al ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale del Governo provvisorio libico Abdulhadi Ibrahim Lahweej rilasciata a Sputnik.

– Il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha adottato una risoluzione in merito al cessate il fuoco in Libia. In che misura tale regime è rispettato e perché il maresciallo Haftar rivendica la liberazione di Tripoli?

– Il problema del regime del cessate il fuoco è il seguente. In sostanza, non abbiamo nessuno con cui dialogare sulla questione. Al conflitto prendono parte attori molto diversi fra loro, ognuno con i propri interessi. Alcuni di loro sono mercenari stranieri. Altri sono stati portati dai turchi dalla provincia di Idlib, altri ancora sono venuti da soli: e purtroppo si tratta di fondamentalisti siriani. Non cesseranno il fuoco: in fondo, sono venuti per guadagnare soldi dalla guerra. Sono pagati in dollari e per soldi sono disposti a fare qualsiasi cosa. Il destino della Libia e del suo popolo non rientrano nei loro interessi. La questione riguarda più la sicurezza che la politica. Pertanto, l'efficacia del regime del cessate il fuoco dipenderà dall'eliminazione dei terroristi e dei gruppi armati nel Paese.

– Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera si è parlato della necessità di imporre sanzioni in caso di mancato rispetto degli accordi di Berlino. Pensa che le sanzioni possano contribuire alla risoluzione della crisi libica o non faranno altro che aggravare la situazione?

– Vediamo se qualcuno applicherà sanzioni nei confronti del governo turco. Dopotutto, la loro flotta al momento si trova a Tripoli e la comunità internazionale lo sa. Che comincino con la Turchia se desiderano imporre sanzioni.

– Alla fine di marzo verrà eseguito un controllo sul rispetto dell’embargo sulle forniture di armi alla Libia. In che modo questa attività influenzerà l’operato dell’Esercito nazionale libico? Tale controllo sarà eseguito in maniera corretta?

– Lo spero. I turchi e i loro partner qatarioti stanno vendendo armi ai mercenari. Senza le forniture di armi sarà possibile liberare il popolo libico dai gruppi armati clandestini e dai crimini che questi perpetrano. È proprio questo che vogliamo, la libertà.

– Cosa si aspetta dal Comitato militare 5+5?

– Anche in questo caso speriamo nel conseguimento di un risultato. Se il Comitato, attraverso il dialogo, riuscirà a costringere i gruppi armati a deporre le armi e a introdurre un'equa distribuzione dei proventi del greggio, il problema sarà risolto. Solo allora potremo fare un passo avanti verso il dialogo a livello nazionale.

– Qual è, a Suo avviso, il motivo delle dichiarazioni di Erdogan relative al coinvolgimento del Ministero russo della Difesa in Libia mediante l’organizzazione paramilitare Wagner? Tali dichiarazioni si ricollegano forse agli eventi verificatisi ad Idlib? 

– Naturalmente, queste affermazioni sono direttamente collegate alla situazione in cui versa la provincia siriana di Idlib. Erdogan è un leader delirante, che nutre chiaramente ambizioni imperiali e sogna di far rivivere l'Impero Ottomano. Ma ci riuscirà. Nessun invasore sarà in grado di affrontare il nostro Paese.

– È a conoscenza della situazione che interessa i mercenari rimbalzati dalla Turchia in Libia? Sono stati catturati militanti di origine siriana o turca?

– Migliaia di mercenari sono stati portati dalla Turchia in Libia. E per di più a spese dei libici. Lo stesso governo non riconosciuto lo ha fatto. A loro non importa chi sono le persone che agiscono o quale prezzo sia necessario per prendere il controllo. Commettono crimini ogni giorno, sia a Tripoli che altrove nel nostro Paese. Questo governo spesso cattura cittadini di altri Paesi, fra cui cittadini russi. Chiediamo, quindi, sia alla comunità internazionale sia alla Federazione Russa di revocare il riconoscimento a questo governo. È quantomeno bizzarro intrattenere rapporti con chi sovvenziona mercenari nel proprio Stato e cattura persino cittadini di altre nazioni. Sempre a proposito di mercenari, ci tengo ad aggiungere che ne abbiamo catturati sia di turchi sia di siriani. Inoltre, la maggior parte di loro stanno tentando di entrare clandestinamente in Europa tramite il Mediterraneo. Molti di loro ci stanno riuscendo. Questo costituisce una potenziale minaccia per la parte europea.

– L’Esercito nazionale libico potrebbe da solo chiedere aiuto alle forze straniere per affrontare i gruppi armati e i mercenari che combattono per il governo di unità nazionale?

– Chiederemo aiuto solo al popolo libico. I combattenti dell'ISIS sono rimasti a Bengasi per circa 40 mesi. L'esercito non si è affrettato a liberare la città la quale alla fine è stata liberata a costo di centinaia di vite dei nostri giovani dell'Esercito nazionale libico. Abbiamo anche liberato Derna e la Libia meridionale. Non contiamo su un aiuto esterno.

– Può commentare le posizioni di Algeria e Tunisia sulla questione libica?

Algeria e Tunisia, come altri Paesi confinanti con la Libia, sono interessate a una rapida risoluzione del conflitto. Dopotutto, in questa situazione anche loro sono vulnerabili per via dell'instabilità. La pace in Libia assicurerà quindi la stabilità anche a questi Stati. Inoltre, queste nazioni sono consapevoli del rischio di proliferazione delle armi in Libia e insistono affinché l'embargo sia rispettato.

– Continuiamo a parlare dei Paesi vicini. Cosa fa Il Cairo, dal canto suo, per la Libia?

– L'Egitto sta profondendo sforzi politici volti alla risoluzione della crisi libica; il governo egiziano sta seguendo molto da vicino gli eventi in Libia ed è pronto all’azione. Il nostro rapporto con l'Egitto si basa sul rispetto reciproco e sulla condivisione di valori.

– Come valuta il ruolo della Russia nella risoluzione della crisi libica?

– La Russia è un importante attore a livello regionale, nonché membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'ONU. Naturalmente, la Russia svolge un ruolo positivo nella risoluzione della crisi. Inoltre, la Russia non vanta un passato coloniale nei Paesi arabi, e crediamo che le relazioni di lunga data tra i due Paesi consentano alla Russia di svolgere un ruolo chiave nella risoluzione della crisi. Di questo siamo lieti. Ma quando parliamo del ruolo della Federazione Russa, non parliamo di interventi militari o forniture di armi. La Federazione Russa è prima di tutto un mediatore chiave sul fronte politico e diplomatico. Quando la Libia tornerà a essere uno Stato di diritto con un'economia e una politica stabili, non dimenticheremo l'assistenza fornita da tutti i Paesi che stanno contribuendo alla risoluzione del conflitto. In prima linea, vi è sicuramente la Russia. Prevediamo di dare la priorità a questi Paesi in sede di stipula di importanti accordi e progetti strategici.

– Alcuni parlamentari hanno accennato al fatto che i rappresentanti della missione ONU in Libia comunichino con loro in maniera piuttosto distaccata, accusandoli quasi di tentare di dividere il governo. A Suo avviso, come sta operando la missione?

– La missione, purtroppo, cerca di gestire la crisi piuttosto che risolverla. L'esempio più eclatante del bizzarro comportamento della missione ONU è il briefing reso con frequenza mensile da Ghassan Salamé. Quest’ultimo denunciando casi di violazione dei diritti umani, ma per qualche motivo non parla della cattura di cittadini russi, del rapimento del ministro delle Finanze del governo di Tripoli o del viceministro della Difesa, non parla delle centinaia di rapimenti avvenuti a Tripoli. Ma allora perché vi è questo trattamento iniquo?

Speriamo davvero che la missione operi nel rispetto delle disposizioni stabilite dall'Onu, contribuendo realmente a risolvere la crisi e a instaurare un dialogo a livello nazionale.

Non stiamo mentendo a nessuno, non ci stiamo inventando niente: stiamo davvero combattendo contro i gruppi armati, non contro l'esercito. Possiamo raggiungere una soluzione temporanea attraverso un regime del cessate il fuoco. Ma una soluzione duratura e sostenibile che garantisca la stabilità in Libia può essere raggiunta solo dopo che questi gruppi armati saranno completamente eliminati. Quindi, questi ultimi devono consegnare le armi e accettare un'equa distribuzione dei proventi del greggio. Raggiunti questi obiettivi, sarà possibile instaurare un vero dialogo e stipulare un vero accordo.

– Quanto invece alla crisi degli ambasciatori all’estero, alcuni di loro intrattengono contatti con il governo provvisorio?

– Al momento, vi sono più di 10 ambasciate in Asia, Africa e nei Paesi arabi che intrattengono tali contatti. E col tempo non faranno che aumentare.

– È forte la richiesta di un'equa ridistribuzione dei proventi petroliferi. Dove finiscono i soldi derivanti dall’estrazione di petrolio e dalla vendita di combustibili fossili?

– Purtroppo, tali proventi vengono spesi per pagare i mercenari, uccidere nostri concittadini e compare armi. Per questo, le richieste avanzate sono pienamente comprensibili e necessarie.

I libici hanno tutto il diritto di disporre delle loro ricchezze nazionali e di trarne profitto. Al momento però il governo di unità nazionale o si intasca questi proventi o li spende per finanziare mercenari e terroristi.

– Se non erro, era in progetto il trasferimento di alcune compagnie petrolifere libiche nell’area orientale del Paese. Quali sono i vantaggi di questo progetto e cosa ne impedisce l'attuazione?

– Questo progetto è molto importante per noi e speriamo di realizzarlo al più presto. Noi rappresentiamo tutti i libici. La presenza di compagnie petrolifere nell'est del Paese è quindi garanzia di un'equa distribuzione dei proventi petroliferi tra tutta la popolazione libica, compresa Tripoli.

– Il Governo di unità nazionale viene periodicamente accusato di aver concluso contratti per miliardi di dollari con terzi ignoti. È corretto? È a conoscenza di casi in cui stipendi statali sono stati versati a prestanome?

– Non si tratta di accuse, ma di fatti reali. Ad esempio, questo governo ha speso centinaia di miliardi di dollari in determinate attività nell’arco di 4-5 anni. Tuttavia, nello stesso periodo non è stata garantita l’illuminazione per le strade, non sono stati aperti ospedali, cliniche o scuole. E oggi viviamo in profonda carenza di beni tant’è che quasi con frequenza giornaliera vengono chiesti prestiti. Noi, dal canto nostro, stiamo ripristinando le infrastrutture vitali del Paese, gli ospedali, le utenze comunali e le strutture per l’istruzione obbligatoria. È un nostro dovere nei confronti dei nostri concittadini, non possiamo non farlo. Stiamo cercando di garantire l'accesso alle infrastrutture anche in quei comuni che hanno pochi contatti con il nostro governo. Perché siamo un governo responsabile nei confronti dei propri cittadini, non come la giunta che siede a Tripoli.

– Come vede il futuro della Libia?

– Il futuro della Libia è dei libici. Costruiremo una nuova Libia senza prigioni politiche. Sarà uno Stato di diritto, uno Stato a misura d’uomo. Il futuro della Libia si baserà sulle libertà pubbliche e individuali, aperte a tutte le correnti politiche pacifiche. Chiunque governerà la Libia sarà scelto dal popolo libico. La futura direzione che prenderanno l’economia e la politica libiche saranno appannaggio esclusivo di decisioni assunte dal popolo libico. Il nostro paese sarà un partner affidabile in ambito internazionale. In politica sia estera che interna, il governo agirà esclusivamente nell'interesse del popolo libico e di nessun altro. Ecco come vedo il futuro della Libia.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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