21:09 06 Agosto 2020
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Greenpeace ha smascherato il traffico illecito di rifiuti italiani in Malesia. Come documenta l’indagine dell’associazione ambientalista, fra gennaio e settembre 2019 sono arrivate illegalmente in territorio malese più di 1.300 tonnellate di rifiuti in plastica italiani.

Una situazione di illegalità che, secondo l’unità investigativa di Greenpeace, sarebbe estesa a tutto il territorio malese: su un totale di 65 spedizioni dirette, 43 sarebbero state inviate a impianti fuori controllo.

Come l’Italia si libera dei rifiuti in plastica all’estero? E cosa si può fare per prevenire il traffico illegale dei rifiuti di plastica? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Marinella Correggia, giornalista e autrice del libro “Zero rifiuti. Manuale di prevenzione e riuso per una vita e un'economia senza scarti” (Altreconomia).
– Marinella, cosa pensa dell’inchiesta di Greenpeace sulle presunte discariche illegali in Malesia?

– E’ un’iniziativa importante e opportuna. Il traffico illegale internazionale di rifiuti dall’Italia (in questo caso) verso paesi emergenti deve destare scandalo: 1.300 tonnellate di plastica inviate in soli nove mesi verso impianti non autorizzati in Malesia gridano l’ipocrisia da parte di un paese che si riempie la bocca con il concetto di green economy ma poi usa altri paesi e popoli come discarica.

– Come mai proprio la Malesia è diventata la nuova “terra dei fuochi” e una delle principali destinazioni delle esportazioni di rifiuti occidentali in plastica di bassa qualità e di difficile riciclo, visto che secondo la normativa in vigore, l’Italia deve spedire a Paesi extra Ue esclusivamente plastica adatta per il riciclo e il recupero?

– Hanno cambiato destinazione. La Malesia – ma non solo - sembra essere diventata la discarica dei paesi ricchi. Da sola avrebbe accolto il 20% di tutti i rifiuti plastici spediti all’estero dai 21 principali Paesi a livello mondiale, che ammontano a quasi 6 milioni di tonnellate. Ma non è l’unica!

Dall’Italia, che vergognosamente è all’undicesimo posto secondo Greenpeace per esportazione di rifiuti plastici al mondo - solo nel 2018, 197mila tonnellate - partono treni, camion e navi di immondizia verso molti paesi. Ci sono traffici legali quelli verso altre nazioni Ue occidentali (Austria, Germania, Francia, Spagna, dove l’economia del riciclaggio ha impianti più avanzati) e verso paesi dell’Est entrati nell’Ue da non molto (Romania, Ungheria) dove i controlli sono meno accurati. Inoltre, un terzo dei rifiuti italiani esportati esce dall’Ue, teoricamente per essere riciclati ma i rischi di uno smaltimento non corretto sono elevati, come dimostra il caso della Malesia. Leggo che risultano anche esportazioni di rifiuti dall’Italia verso lo Yemen. Il paese più disgraziato del mondo, fra guerre, siccità e perfino locuste. Non è immorale andare ad affliggere quella popolazione anche con i nostri scarti? Questo meriterebbe altre inchieste.

– L’effetto domino è stato in qualche modo provocato dal bando all’importazione di rifiuti in plastica della Cina, annunciato il 18 luglio 2017 all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e introdotto a gennaio 2018?

– Sì, certo. Pechino ha detto quasi basta all’importazione di immondizia. Là finiva oltre il 40% dei nostri rifiuti plastici, in impianti fatiscenti, spesso inesistenti, e ancor più spesso privi dei sistemi di sanificazione e di lavaggio. Poi la Cina ha ridotto il volume dei rifiuti italiani importati e ora ne accoglie solo una percentuale residua. Ci si evolve: la Cina è stata a lungo produttrice di fiori di plastica e beni a bassissimo costo non durevoli. Adesso produce beni di alta tecnologia. Allo stesso modo ha deciso di smettere di intossicarsi nel trattamento dei rifiuti altrui. 

– Questa pratica illegale pone a grave rischio l’ambiente e sta avendo conseguenze molto serie (asma e problemi respiratori) sulle comunità locali, costrette a vivere in un territorio sempre più inquinato. È tutta la colpa del consumismo o del business intorno al riciclo della plastica?

– Oltre alla plastica ci sono ad esempio i rifiuti elettronici; da decenni i paesi poveri sono usati come discarica, prima dal solo Occidente, oggi anche dalle economie emergenti. È un altro commercio raccapricciante. In paesi come l’India, la quasi totalità di questi rifiuti altamente tossici e inquinanti viene riciclato da lavoratori non qualificati del settore informale. È un inferno. Ricorderò sempre un’immagine di uno slum indiano. Madri misere che con i loro figli piccoli, tutti seduti a terra vicino alle loro baracche, con mucchi di pile usate - frutto del consumo altrui. Sì, il consumismo becero ha una grande colpa; e il business intorno al riciclo (vero o presunto) è una conseguenza che a sua volta alimenta il problema. Per tornare alla plastica, è chiaro che non riusciremo mai a riciclarla correttamente.  II riciclaggio non è la panacea.

- Paola Ficco, giurista ambientale e avvocatessa sottolinea che “l’esportazione dovrebbe essere l’ultima ratio, una società tecnologicamente avanzata deve essere in grado di gestire i propri scarti. Condivide questo parere?

– No. Nemmeno come ultima ratio. Gli attivisti malesi lo hanno detto con chiarezza, rivolgendosi tramite Greenpeace agli italiani: “Voi tenete le vostre città pulite, belle e senza inquinamento. Ma i vostri rifiuti sono stati trovati nel nostro paese. Facciamo appello al governo di tutto il mondo, non mandateceli”. Diciamolo con chiarezza: l’esportazione dei rifiuti, anche quella legale verso impianti autorizzati, è una vergogna.

– Lei parla di prevenzione dei rifiuti. Come dovremmo intenderla esattamente?

– Il primo passo è eliminare al più presto la plastica monouso. E in generale i prodotti e gli imballaggi e contenitori usa e getta. I rifiuti sono la spia di un sistema insostenibile che usa risorse ed energia per produrre una quantità di monouso, finalizzati a stili di vita (alimentari e non solo) davvero malsani. L’unica via resta il riuso, la riprogettazione per la riduzione e la durevolezza. Gli italiani – e non solo – a livello individuale e collettivo continuano a usare con disinvoltura ogni genere di usa e getta, dai piatti alle bottiglie e via dicendo. Sono prodotti sostituibilissimi con beni durevoli, se leggi, tecnologia e stili di vita si muovessero in una direzione davvero ecologica sul fronte del modello di produzione e di consumo. E il rifiuto che proprio non si può prevenire, deve essere trattato entro i confini nazionali (anzi se possibile locali: chi li fa, se li accolli). Personalmente, ho scritto libri, sceneggiato video e fatto progetti nelle scuole sulla prevenzione dei rifiuti, che pratico ogni giorno nei miei luoghi di vita e lavoro e dove vado a fare la spesa. E’ possibile anche allo stato attuale della tecnologia. Basterebbe che buone pratiche fossero generalizzate. La Direttiva europea sui rifiuti, del 2008, ben prima della R di riciclaggio imporrebbe la R di riduzione (ovvero produrre meno rifiuti) e la R di riuso e riutilizzo dei materiali (prima di gettarli). Senza la prevenzione dei rifiuti, il sistema non diventerà mai davvero ecologico, anche se si fosse capace di gestirli senza esportarli.

– Come deve, a Suo avviso, agire il governo italiano, tenendo presente che secondo i dati Eurispes 2020, la produzione di plastica negli ultimi cinquant’anni è aumentata di 20 volte

– Ha ragione Greenpeace: di fronte a questa situazione il governo italiano non può più continuare a chiudere gli occhi, ma deve assumersi le proprie responsabilità e intervenire subito per porre fine a questi traffici illeciti di rifiuti. Vale anche per le istituzioni locali - e tutti abbiamo sotto gli occhi Roma, ormai capitale mondiale dei rifiuti, che per esempio è così ipocrita da non volere inceneritori sotto il naso ma da mandare l’immondizia a essere incenerita a casa d’altri. Invece, le istituzioni devono introdurre, con divieti e multe, con scelte tecniche ed educative, una politica di prevenzione dei rifiuti a cominciare da quelli plastici. 
Dante e i rifiuti
© Foto : Marinella Correggia
Dante e i rifiuti

E da parte sua quando la Malesia potrebbe adottare una legge che possa impedire l’arrivo di queste partite?

– Le autorità malesi hanno collaborato con Greenpeace nell’inchiesta. È prova della volontà di non farsi più inquinare impunemente. Risulta anche che la Malesia nel 2019 abbia chiuso 155 fabbriche per violazione delle norme a tutela dell’ambiente. Ma al di là delle aziende autorizzate, sono numerose quelle illegali nate sull’onda del nuovo business. Operano senza licenza e finché non vengono individuate, non sono soggette a controlli e verifiche. Il problema va risolto a monte, al punto di partenza. L’Italia in questo caso.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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